Figli piccoli e Consiglio federale, un doppio standard che fa discutere

Céline Amaudruz ha convocato una conferenza stampa per giovedì, durante la quale dovrebbe annunciare ufficialmente la propria candidatura al Consiglio federale per succedere a Guy Parmelin. La consigliera nazionale ginevrina è tra i nomi al centro della corsa ed è stata indicata dallo stesso ministro dell’UDC come una delle sue potenziali succeditrici. Nella Svizzera tedesca, tuttavia, l’attenzione dei media si concentra soprattutto su un aspetto della sua vita privata: Amaudruz è madre di due bambine, di uno e tre anni.
A sollevare il tema è stato domenica il Blick, con una domanda destinata a far discutere: «Consigliera federale e mamma di bambini piccoli: è possibile?». Una questione che, come osserva il quotidiano, sembra appartenere a un’altra epoca, ma che a Berna continua a suscitare un acceso dibattito.
Le esperienze a livello federale
Nella storia della politica svizzera non sono mancati consiglieri federali uomini con figli piccoli. L’ultimo è stato Alain Berset: quando è entrato in governo, la figlia più giovane, Apolline, aveva quattro anni.
Anche diverse donne con figli hanno fatto parte del Consiglio federale, tra cui Elisabeth Kopp, Micheline Calmy-Rey, Eveline Widmer-Schlumpf e l’attuale consigliera federale Elisabeth Baume-Schneider. In questi casi, tuttavia, i figli erano già adulti quando le madri hanno assunto l’incarico.
Interpellate dal Blick, alcune ex consigliere federali hanno espresso la propria posizione sul tema. Ruth Dreifuss, che non ha avuto figli, ha liquidato la questione con una risposta lapidaria: «Naturalmente è possibile. Anche gli uomini possono avere figli ed essere consiglieri federali».
Micheline Calmy-Rey considera «scandalosa» la domanda stessa. A suo avviso, l’incarico di consigliera federale è compatibile con la vita familiare, ma la Svizzera dovrebbe fare maggiori progressi nel sostegno alle famiglie: dagli asili nido a tempo pieno e a prezzi accessibili al congedo parentale retribuito, fino a modelli di lavoro più flessibili. «I figli hanno due genitori. Un padre e una madre. Oppure due padri, due madri. C’è sempre qualcuno che può occuparsi di loro», afferma Calmy-Rey. Anche in caso di una partenza improvvisa per l’estero, aggiunge, esistono numerose possibilità per organizzarsi.
Nei Cantoni, esperienze già consolidate
In un altro articolo, il Blick osserva come la questione assuma contorni diversi a livello cantonale, dove diverse donne hanno ricoperto incarichi esecutivi pur avendo figli piccoli.
Prima di entrare nel Consiglio federale, Elisabeth Baume-Schneider, esponente del Partito socialista (PS), ha fatto parte del governo cantonale giurassiano dal 2003 al 2015. Quando ha assunto l’incarico, il figlio più piccolo aveva appena tre anni. Per conciliare gli impegni politici con la vita familiare, il marito ha ridotto il proprio grado d’occupazione, assumendosi gran parte delle faccende domestiche e della cura dei figli.
Baume-Schneider non è stata un caso isolato. Nel 2005, la sua compagna di partito Eva Herzog è stata eletta nel governo cantonale di Basilea Città ed aveva figli piccoli. Nel 2006, anche Manuela Weichelt, esponente dei Verdi, è entrata nel governo cantonale di Zugo quando la figlia aveva appena tre anni. Due anni più tardi, nel pieno del mandato, è diventata madre per la seconda volta. Un’esperienza analoga è quella di Laura Bucher, socialista eletta nel governo cantonale di San Gallo nel 2020.
Anche oggi la presenza di figli piccoli non impedisce alle donne di assumere incarichi esecutivi a livello cantonale. A giugno, Martina Bircher, consigliera di Stato dell’UDC nel Canton Argovia, ha annunciato di aspettare il secondo figlio per dicembre. A gennaio, invece, Laura Dittli, consigliera di Stato del Centro nel Canton Zugo, recentemente rieletta, dovrebbe diventare madre per la prima volta. Entrambe usufruiranno del congedo di maternità e, durante la loro assenza, le rispettive responsabilità saranno assunte dagli altri membri dei governi cantonali.
Bircher si è detta fortemente infastidita dal dibattito. «Mi chiedono continuamente come faccia a gestire la situazione con un figlio. E ora ne arriva un secondo», ha dichiarato al Blick. Una domanda che, secondo le critiche emerse nel dibattito, viene rivolta ripetutamente alle madri impegnate in politica, mentre nei confronti dei padri la stessa attenzione è molto meno frequente.
Il doppio standard tra uomini e donne
Le esperienze cantonali mostrano che la presenza di figli piccoli non è incompatibile con un incarico di governo. Eppure a livello federale viene messa in discussione la conciliabilità tra famiglia e lavoro. Il dibattito è stato ripreso anche da altre testate svizzere, che affrontano la questione da prospettive differenti.
Sulla Weltwoche, Marcelo Odermatt sostiene che la candidatura di una donna con figli piccoli al Consiglio federale non dovrebbe essere considerata un tabù né, di per sé, un ostacolo. Allo stesso tempo, invita a non sottovalutare le difficoltà legate alla conciliazione tra famiglia e incarico istituzionale. Un incarico che, rimarca, comporterebbe viaggi frequenti, fitti impegni, responsabilità enormi e una disponibilità pressoché costante. L’organizzazione familiare può naturalmente contare sul sostegno del partner, dei nonni e di altre persone che si occupano dei bambini, ma resta il fatto che un incarico così impegnativo può comportare la rinuncia a momenti importanti della crescita dei figli. «La questione decisiva non è se una madre con figli piccoli possa diventare consigliera federale. Naturalmente può farlo. La vera questione è se sia lei stessa disposta ad accettare il prezzo da pagare e come intenda conciliare questo impegno con la propria famiglia. Questa decisione spetta a Céline Amaudruz. Dovrebbe poterla prendere senza essere costretta a giustificarsi. Allo stesso modo, nessuno dovrebbe farle credere che sia possibile conciliare senza difficoltà la famiglia con l’incarico di consigliera federale«.
La prospettiva del Tages-Anzeiger è invece maggiormente incentrata sulla disparità di trattamento tra uomini e donne. Nel suo editoriale, Benno Tuchschmid ricorda che anche i candidati uomini possono rinunciare alla corsa al Consiglio federale per dare priorità alla famiglia. È quanto hanno fatto Philipp Matthias Bregy e Martin Candinas, entrambi esponenti del Centro, in occasione della successione di Viola Amherd. Quando invece si tratta di una candidata, osserva Tuchschmid, la presenza di figli piccoli continua a suscitare dubbi sulla sua idoneità al ruolo. La questione, nella sua lettura, dovrebbe essere semplice: «Chi desidera entrare nel Consiglio federale pur avendo figli piccoli dovrebbe potersi candidare. Chi, invece, non vuole farlo proprio a causa dei figli, è libero di rinunciare».
Resta però una disparità più ampia. Chi ricopre incarichi politici di alto livello può spesso permettersi soluzioni di assistenza costruite sulle proprie esigenze. Per una larga parte della popolazione che lavora, invece, gli elevati costi degli asili nido e la complessa organizzazione della vita familiare rappresentano un peso quotidiano. «A queste persone, sottolinea l’editorialista, «nessuno chiede: ma come fate, esattamente?»
