Fin dall'inizio un alieno nell'arena della politica

«Mi faccia una domanda più simpatica e mi vedrà sorridere». Claudio Zali si presentò così al Paese nelle vesti di consigliere di Stato, rispondendo a una giornalista che gli chiedeva della sua espressione musona. In quella battuta fulminante, in fondo, c’era già tutto il personaggio che avremmo conosciuto. Il viso di Claudio Zali è il trailer del suo carattere. Zigomi marmorei, rossore variabile, espressione sfingea e occhi che gelano. Timido e schietto, sempre laterale. Intelligenza affilata e fin troppo consapevole, come contrappeso dello starsene in disparte, sempre. Marco Borradori aveva pensato a lui come successore già quando lasciò Bellinzona per Lugano. Quando Borradori morì lo vidi sopraffatto da un pianto inconsolabile nel momento in cui il feretro sfilò davanti alla sede di via Monte Boglia. Nel sindaco di Lugano aveva sempre visto un punto di riferimento, anche se quando assunse la guida del Territorio non mancarono i momenti di freddo. Un alieno nell’arena politica fin dal primo giorno, quando mostrò al Parlamento che alle domande delle interrogazioni si poteva rispondere solo con un «sì» e con un «no». Di fatto una pernacchia. Con il Gran Consiglio sono stati spesso fuochi d’artificio. A cominciare da quei «soldatini» rivolto ai deputati che si opponevano alla tassa di collegamento. Con quel balzello, poi cancellato, il ministro leghista realizzava il sogno cullato per vent’anni dagli ecologisti. Una bestemmia per il Verbo leghista. Prima ancora aveva dichiarato guerra ai parcheggi selvaggi. Qualcuno raccontava che nel suo ufficio srotolasse come mappe le immagini del territorio ticinese riprese dall’alto con cerchiati in rosso i posteggi abusivi. Scene da Risiko. Zali, in realtà, non è mai stato un rossoverde ma un liberale con una forte impronta statalista, di qui l’idillio con quell’area. Leghista della prima ora era diventato il grande guastatore dell’alleanza con l’UDC, di cui rigettava la linea neoliberista in economia come sull’ambiente. La sua ultima ricandidatura, oggi finita in archivio, puntava a far divorziare i due partiti. Sapeva di avere poche chance, ma per Zali occorreva frenare la cannibalizzazione del Movimento da parte dei democentristi e rompere il matrimonio era l’unico modo per dare un futuro alla Lega. Intervistarlo è stato una manna. Dava sempre il titolo. Unico paletto: niente domande sul privato. Una sfera che non appena veniva sfiorata, lo faceva ringhiare. Era così già ai tempi del Covid e dei vaccini. Il resto è noto. Fino alle ultime settimane è stato anche molto temuto per una spiccata indole a legarsela al dito. Negli anni gli è capitato di confondere l’esercizio temporale della carica, che è arte repubblicana, con il suo possedimento, che è solo monarchia. E il suo intelletto è scivolato vieppiù verso atti e parole di nobiltà da bigiotteria. Nell’ultima conversazione che abbiamo avuto, qualche tempo fa, mi confidò il suo tallone d’Achille. La lucidità non gli è mai mancata.