Politica

Fiorenzo Dadò a testa bassa: «Fatti di inaudita gravità ma c'è chi pensa solo alle cadreghe»

Davanti al Comitato cantonale del Centro, il presidente punta il dito su chi in Ticino ha creato un clima di sfiducia e gestisce lo Stato «come la propria credenza di casa» - Per il presidente «è ora di voltare pagina e di ricostruire» - Raffaele De Rosa: «Non intendo fermarmi, mi batterò per ciò che è giusto»
©Chiara Zocchetti
Giona Carcano
02.09.2026 22:26

«I fatti che ci vedono coinvolti come rappresentanti delle Istituzioni e come cittadini in questi mesi e in questi giorni, sono di tale inaudita eccezionalità e gravità da lasciare senza parole chiunque abbia ancora un minimo di senso dello Stato, chiunque abbia un briciolo di pudore e chiunque voglia bene a questo sempre più malandato Cantone». Fiorenzo Dadò, di fronte al Comitato cantonale del Centro riunito a Bellinzona, va dritto al punto: il Ticino ha un grosso problema. Di credibilità, di fiducia dei cittadini nelle istituzioni. E in tutto questo ci sono «situazioni, documenti, testimonianze che sottostanno al segreto istruttorio e che non ci permettono di parlare liberamente come in realtà vorremmo», ha rimarcato citando il ruolo di alta vigilanza della politica parlamentare. «Sono situazioni che toccano le Istituzioni, la fiducia, il buon funzionamento del Paese. Che toccano e feriscono profondamente il cuore del nostro Cantone». Dadò ha quindi ricordato la lettera con la richiesta di chiarimenti inviata a Zali assieme ad altri colleghi presidenti di partito, Alessandro Speziali e Fabrizio Sirica. Una lettera - anticipata dal Corriere del Ticino - che ha dato il via «al domino» finito con le dimissioni del consigliere di Stato leghista. Ma il presidente del Centro ha anche ricordato «le minacce e le denunce» che gli stessi autori e i media hanno ricevuto in seguito alla lettera a Zali. Poi, ecco le critiche al Governo. Pur sottolineando la centralità della separazione dei poteri, infatti, questo principio «non può impedire alla stampa e ai giornalisti di svolgere il proprio lavoro, come neppure a quella politica coraggiosa e che non si piega alle intimidazioni di chiedere chiarimenti nelle sedi preposte. I cittadini hanno il diritto di sapere e fanno bene a interrogarsi e a interrogare coloro che hanno chiamato, eleggendoli, a governare il proprio Paese. Sì, il proprio Paese, perché il Ticino non è di proprietà di pochi eletti che pensano di poter fare il bello e il cattivo tempo come vogliono».

«Un periodo buio»

Più in generale, secondo il presidente del Centro il Cantone sta attraversando «uno dei periodi più bui e tristi» della sua storia. «Siamo ben coscienti che tutto quello a cui i cittadini allibiti stanno assistendo lascerà un segno indelebile per i prossimi anni e non mancherà di condizionare le prossime elezioni», ha chiosato. Ad ogni modo, a fronte di una situazione tanto grave, «spiace vedere che c’è chi continua come se nulla fosse a discutere di cadreghe e far ogni maneggio per assicurarsi dove posare il proprio fondoschiena, incurante del Paese scioccato da fatti mai visti, aggravati dalla morte di una povera ragazza, con tutti gli interrogativi che ciò ha generato e che si attende che la magistratura possa dare quanto prima una spiegazione». E attenzione: per Dadò, «il bubbone scoppiato con il caso Zali» non è dovuto a un caso isolato o a intrighi. No. «Quanto abbiamo visto in questi mesi non è nient’altro che il risultato di quel degrado che per decenni ha sdoganato quasi senza ostacolo l’insulto, il dileggio e l’arroganza muscolosa nell’esercizio del potere quale metodo “normale” e sistematico nel dibattito politico e nella conduzione della cosa pubblica, oggi spudoratamente gestita da alcuni come se fosse cosa propria». Questo malandazzo - fatto anche di intimidazioni e mobbing - va avanti da anni, con la complicità di tutti. Ma la responsabilità principale «di questo preoccupante degrado» ce l’hanno coloro che continuano a promuovere «modalità da quarto mondo». Persone «che hanno un nome e un cognome». «Proprio coloro che promettevano di voler combattere il tavolo di sasso, hanno finito per confondere lo Stato con la propria credenza di casa». Dadò ha quindi citato l’ultimo caso in ordine di tempo, «il cosiddetto arrocchino (tra Zali e Norman Gobbi, ndr), una boiata pazzesca che ha generato solo guai e confusione, ideata solo per coprire magagne varie e salvare le seggiole». Secondo il presidente del Centro, bisogna dunque voltare pagina al più presto, e trovare la forza «di ricostruire».

Il peso della responsabilità

La parola è quindi passata a Raffaele De Rosa, il quale ha parlato del momento «delicato» vissuto dalle istituzioni, così come del peso della responsabilità e della necessità di fare «la massima chiarezza» sui fatti. Il consigliere di Stato ha sottolineato anche il peso emotivo derivato da queste settimane, ma ha anche ricordato che «governare non è compiacere». «Non intendo fermarmi», ha sottolineato. «Mi batterò, se necessario, non per cadreghe o spazi sui giornali ma per difendere ciò che è giusto, il bene comune».