L'intervista

Fiorenzo Dadò: «Berna? Sì, sono interessato»

Il presidente del Centro si dice interessato a una candidatura per le Federali
©Chiara Zocchetti
Gianni Righinetti
09.05.2023 06:00

La nuova legislatura è partita col botto. O, se preferite, con lo scontro sulle Commissioni del Gran Consiglio. Ma oltre a Bellinzona, gli occhi della politica sono su Berna: tutti i partiti stanno infatti affinando le strategie in vista delle elezioni federali. E Fiorenzo Dadò, presidente del Centro, potrebbe essere della partita. 

Tutti ormai pensano alle elezioni federali del prossimo autunno. Ma apriamo una parentesi sulle cantonali alle spalle. La conferma dei vostri 16 seggi in Parlamento può essere considerata una vittoria?

«Certo. Un risultato così positivo era da decenni che non lo vedevamo. Gli elettori hanno premiato il Centro soprattutto perché abbiamo concretizzato buona parte di quanto avevamo promesso ai ticinesi quattro anni fa. In campagna elettorale, più che stilare programmi generici infarciti di promesse fini a sé stesse, abbiamo preferito spiegare quello che abbiamo realizzato per la popolazione in questi anni e questa concretezza ci ha premiato. Anche se siamo solo agli inizi del lavoro di rinnovamento e la strada è ancora molto in salita, posso dire che siamo soddisfatti poiché abbiamo raggiunto tutti gli obiettivi che ci eravamo prefissati. Di fronte a un calo della partecipazione, l’aumento della scheda senza intestazione e la nascita di nuove formazioni, era difficilissimo riuscire a tenere le posizioni e uscirne bene, cosa che in effetti non è avvenuta per tutti gli altri partiti di governo, che sono arretrati in modo importante».

Per settimane si è discusso di seggi nelle commissioni, ora il dado politico è tratto e a rimetterci è stato il PS. Ma alla fine a parlare sarà il Tribunale federale. È una sconfitta per la politica tutta?

«Si è trattato di una situazione ingarbugliata che ha coinvolto socialisti e liberali che è degenerata in una discussione molto fastidiosa, anche perché avere un seggio in più o in meno nelle commissioni può anche essere importante per un gruppo parlamentare, ma di fatto non cambia né le sorti di un partito, né tantomeno quella del Cantone. Il Ticino sta vivendo un momento non facile e la popolazione si aspetta risposte, impegno e coesione dalla politica, non diatribe e contorsioni giuridiche à la carte che tirano in ballo persino i tribunali, pur di salvare la propria sedia».

Avete aperto una porticina nelle commissioni ad alcune forze minori, quelle che hanno meno di 5 deputati. Un regalo o una operazione alibi?

«Né l’una né l’altra, ma un gesto di fiducia che speriamo venga assunto con responsabilità. Occorre partire dal fatto che in democrazia non vi sono categorie di serie A o B, e che ogni deputato eletto ha la stessa legittimità a sedere in Parlamento, indipendentemente dal partito che rappresenta. È però nelle commissioni che i parlamentari possono dare il contributo maggiore mettendo a disposizione le proprie competenze per risolvere i problemi; visti i profili dei deputati dei partiti minori, sarebbe stato peccato rinunciarvi».

La partenza di Marco Romano da Berna potrebbe essere una ghiotta occasione per lanciarsi sul piano federale. Avrebbe voglia di candidarsi al Consiglio nazionale?

«La passione c’è e, come altri, anch’io ci sto pensando. Ho iniziato ad interessarmi alla politica giovanissimo quando ero al liceo, facendo la gavetta dell’apprendistato politico, partendo dal movimento giovanile, nella sezione e nel distretto, successivamente in consiglio comunale, per poi essere eletto deputato in Gran Consiglio, quindi capogruppo e oggi, da sette anni, presidente. Berna è sicuramente interessante e potrebbe essere vista come la strada naturale. Nelle mie valutazioni terrò conto, visto il mio ruolo, di ciò che è meglio in questo momento anche per il partito».

Beh, allora se lei fosse disponibile sfido chiunque a dirle di no... Cosa la attira di Berna?

«Ci sono temi per i quali mi sono impegnato molto, che in Gran Consiglio non abbiamo però potuto risolvere come avremmo voluto, perché erano soprattutto di competenza federale. Per fare qualche esempio penso a tematiche come lo sfruttamento idroelettrico dei fiumi e le imposte delle partnerwerke, sottratte ingiustamente al Ticino, ai premi eccessivi di cassa malati e alle ingiuste differenze di tariffe tra cantoni, alle pene irrisorie per i reati di pedofilia e violenza carnale o anche solo alle multe troppo severe nei confronti degli automobilisti, dovute a via sicura. È Berna la sede più appropriata per discutere anche di questi importanti temi che toccano in un modo o in un altro tutti i ticinesi».

Pensa soprattutto al Nazionale o anche agli Stati? È del parere che per il Consiglio degli Stati Il Centro debba proporre (almeno per il primo turno) un proprio candidato?

«Per il Consiglio agli Stati ci vogliono profili diversi dal mio ma non v’è dubbio che il Centro candiderà qualcuno di valido appartenente a quest’area. Il Ticino non può più permettersi di avere ancora dei rappresentanti che non lavorano assieme, i cui voti si annullano sistematicamente. Alla camera alta abbiamo solo due senatori che dovrebbero rappresentare gli interessi dei ticinesi, non dei singoli partiti».

Le piacerebbe riuscire a convincere Filippo Lombardi a rimettersi in gioco?

«Innanzitutto sono particolarmente contento nel constatare entusiasmo, in quanto il partito ha nelle sue fila persone di valore che potrebbero essere disponibili. Filippo Lombardi è un politico valido, con lui Fabio Regazzi che ha dimostrato le sue notevoli qualità in questi anni ma anche altri. Lasciamo lavorare la commissione cerca: tra poche settimane ci saprà dare qualche indicazione».

A proposito di elezioni federali, appare chiaro che il PLR la porta dell'alleanza non l'aprirà e dovrete fare senza di loro. C'è più delusione o rabbia per l'indirizzo dato da Alessandro Speziali?

«Né rabbia né delusione, è semplicemente un’occasione rimandata per trovare delle convergenze su quanto ci accomuna, e che permetterebbe di formare delle maggioranze solide e costruttive sui temi più importanti e urgenti, quelli sui quali da tempo la gente e l’economia si aspettano giustamente risposte. Capisco la prudenza di Speziali, in quanto nel suo partito, come si è ancora visto nel 2019, permangono alcune sacche di resistenza e incomprensioni interne, dure da ammorbidire».

In questa situazione sarebbe pronto a discutere di temi, strategie per un’ampia intesa in vista della legislatura alle porte, o per il «Patto di Paudo» Speziali può cercare alleati altrove?

«Noi siamo disponibili e non sarebbe una novità, ma ci vuole apertura alle novità richieste dal mondo che cambia. Lo sguardo deve essere rivolto al futuro, non al passato. Fatto, è meglio che perfetto, quindi che sia a Paudo, in Valle Bavona o sul Gottardo, l’importante è iniziare. Già tre anni fa avevamo invitato Speziali e il suo ufficio presidenziale ad un incontro durante il quale avevamo proposto di creare dei tavoli di lavoro, composti da aderenti dei rispettivi partiti. L’obiettivo era quello di mettere assieme persone competenti e formulare assieme alcune proposte concrete sui grandi temi per il futuro del Cantone, da poi discutere e approvare nei rispettivi congressi. I due partiti non devono affatto fondersi ma rimanere autonomi e distinti come lo sono oggi; poi non è tanto o solo sui dossier minori che abbiamo in Gran Consiglio o nei comuni che vanno cercate le intese. Ci sono tematiche epocali sotto gli occhi di tutti da affrontare. Pensiamo alla denatalità, all’invecchiamento della popolazione, al mercato del lavoro e all’esodo dei giovani che lasciano il Ticino, per non parlare delle sfide energetiche, della mobilità o ambientali. Non dobbiamo inventarci nulla, ma seguire l’esempio dei nostri avi quando hanno unito le forze per realizzare le grandi opere che hanno ammodernato il Paese; l’ultima a livello svizzero è stata Alptransit e, qui in Ticino, l’Università».

Il municipale di Lugano Roberto Badaracco ha tentato di rilanciare sul piano comunale ma è rimasto solo e in realtà anche il presidente sezionale del Centro Paolo Beltraminelli era scettico. Ora cosa occorre fare?

«Tra cantone e comuni ci sono differenze anche sostanziali, è innegabile e dipende molto dalla realtà locale. Badaracco ha avuto il merito di rilanciare il discorso nella città più importante ed è stato coraggioso. Un passo così ora è prematuro, ma sarebbe peccato se Beltraminelli e Morel, coinvolgendo anche Lombardi e Valenzano, non si prendessero un po’ di tempo per approfondire una pista di lavoro nell’interesse dei luganesi».

Voi e il PLR potreste trovarvi a contendervi partitini come alleati verso Berna. Ma il paradosso della situazione è che, rubandovi alleati (di basso cabotaggio) a vicenda potreste avvantaggiare i poli che faranno alleanze più di peso. Cosa ne dice?

«Come detto, le alleanze devono avere una visione comune sulla quale costruire progetti utili ma anche fondarsi su un modo di affrontare i problemi costruttivo; questo è intrinseco nel DNA sia del Centro, sia del PLR che, non dimentichiamoci, sono i partiti che assieme hanno contribuito in modo importante al successo della Svizzera. Tuttavia vi sono oggi dei movimenti o dei partiti minori che dispongono di solide competenze, con i quali non avremmo nessuna difficoltà a tessere accordi e proporre temi comuni, sia in Gran Consiglio, sia in vista delle federali, come già fatto quattro anni fa».

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