Fondi propri, l'ex Ceo di UBS sta con il Governo: «È giusto tutelarsi»

Il progetto della ministra delle finanze Karin Keller-Sutter e del governo di rafforzare i fondi propri di UBS, osteggiato dalla grande banca, incassa un sostegno inatteso. È quello di Oswald Grübel, ex CEO proprio del leader bancario elvetico così come di Credit Suisse, secondo cui è giusto che lo Stato stabilisca le regole del gioco per non mettere a repentaglio l'economia del Paese.
«Lo Stato, attraverso la banca nazionale, è lo stakeholder di riferimento, in quanto è il prestatore di ultima istanza», afferma l'82enne oggi dalle colonne della «SonntagsZeitung». È insomma l'istituzione che deve concedere credito agli istituti in caso di gravi crisi di liquidità, quando nessun altro è disposto a farlo.
Pertanto, argomenta il manager di passaporto tedesco, deve fissare le norme per le banche sul proprio territorio. Se una di queste fallisse infatti, tutti i clienti che hanno un conto e le aziende con centinaia di miliardi di crediti farebbero precipitare l'economia nel caos, dice Grübel.
«Il crollo di Credit Suisse è un esempio di ciò che potrebbe accadere. Non si può criticare lo Stato sia per la supervisione inadeguata sia per la richiesta di regole più severe e riserve più elevate», prosegue uno dei banchieri più celebri della storia svizzera.
La precedente normativa «too big to fail» partiva dal presupposto che, in caso di necessità, si potesse lasciare fallire la divisione internazionale di una banca, evidenzia l'intervistatore. Per l'ex presidente della direzione di CS (2003-2007) e UBS (2009-2011) si tratta però di un'illusione, perché «se ogni Stato agisse in questo modo, in men che non si dica ci ritroveremmo in una crisi economica mondiale». Le banche centrali sono quindi costrette a intervenire. «Nel 2008/2009 hanno addirittura imposto agli istituti un aiuto che alcuni non volevano affatto, per dimostrare che ci fosse liquidità a sufficienza e ripristinare la fiducia», ricorda il dirigente di lunghissimo corso.
Grübel scuote la testa quando si tocca il tema dell'epilogo del suo ex datore di lavoro Credit Suisse: «Che un'azienda privata con un consiglio di amministrazione e un ampio team dirigenziale possa liquidarsi da sola in tempi di prosperità è semplicemente sconcertante». Tuttavia, a suo avviso non è un pericolo che UBS sia rimasta la sola grande banca: «In passato i due principali istituti avevano un totale di bilancio molto maggiore di quello attuale di UBS, quindi, tecnicamente parlando, il rischio è diminuito».
Il decano dei banchieri fornisce poi la propria lettura sulle crisi che puntualmente colpiscono il settore. «Credo che la gestione del rischio non sia più compresa appieno. Dopo lunghi periodi di successo, che durano 15-30 anni, le persone diventano più imprudenti. L'ultima grande crisi risale al 2008: è tempo di tornare a essere vigili, soprattutto quando si sente lo slogan 'Questa volta è diverso'».
Sollecitato sul fatto che la piazza finanziaria elvetica si sia indebolita, Grübel conferma che il contesto è cambiato con l'abolizione del segreto bancario. «Fino a circa l'inizio del nuovo millennio ci siamo adagiati sugli allori perché un sacco di soldi affluivano in Svizzera da tutto il mondo. Poi è arrivata la richiesta di più trasparenza».
E indica anche un colpevole: «Gli inglesi sono sempre stati contro di noi e hanno aizzato gli americani, che speravano in maggiori entrate fiscali». Ma le responsabilità sono in primis nostre, ammette: «I clienti avrebbero dovuto venire da noi. Invece, sempre più banche si sono trasferite all'estero, finendo sotto la giurisdizione dei rispettivi Paesi. Siamo stati troppo avventati e audaci».
Grübel si dice d'accordo con chi sostiene, come l'ex consigliere federale Ueli Maurer, che la piazza finanziaria abbia perso terreno anche da quando la Svizzera aderisce alle sanzioni contro altre nazioni. «La neutralità è stata una componente chiave del successo del Paese», asserisce, aggiungendo che il «governo dovrebbe essere cauto prima di minarne le fondamenta».
La domanda sorge dunque spontanea: il 27 settembre Grübel voterà sì all'iniziativa sulla neutralità? «Lo farei, ma non posso recarmi alle urne, non ho il passaporto svizzero», risponde il tedesco, che vive da 50 anni nella Confederazione. «Il motivo? Una questione di principio: non ho mai affrontato l'esame perché penso che chiunque risieda in Svizzera per almeno 20 anni, abbia contribuito alla sua crescita, abbia sempre pagato le tasse, si sia integrato e non abbia commesso reati gravi dovrebbe ricevere automaticamente la cittadinanza elvetica».