Francesca Verda: «Io con l’UDC? Un percorso naturale, sono guidata dall’etica e al TPC rifarei tutto»

Francesca Verda, già giudice al Tribunale penale cantonale (TPC), destituita alla pari del collega giudice Siro Quadri sull’onda del cosiddetto «caos-TPC» che ha messo in subbuglio la Giustizia ticinese, ha deciso di lanciarsi in politica, abbracciando l’UDC. Il Corriere del Ticino l’ha intervistata a tutto campo.
Francesca Verda, perché la politica e perché l’UDC?
«Alla base di tutto c’è sempre, da parte mia, la tutela dei valori, una caratteristica che mi ha sempre accompagnata. Questo amore per i valori della Svizzera mi ha portata a seguire sempre con attenzione la politica. Nell’UDC è da tempo che ho visto e apprezzato persone che con azioni concrete, non con semplici slogan, con piedi ben ancorati a terra, propongono soluzioni ai chiari problemi che attanagliano la nostra popolazione».
Possiamo parlare di un processo spontaneo?
«Non poteva essere che un percorso naturale. Quando si mettono al centro il benessere della popolazione e l’etica, è facile passare da giudice ad avere l’interesse della politica».
Non teme che la sua candidatura venga letta come una rivincita personale contro le istituzioni che l’hanno destituita per il caso conosciuto come «caos al Tribunale penale cantonale»?
«No. Non è così. Io ho agito perché gli abusi si segnalano. Non si poteva restare a guardare in silenzio, ho agito sulla base di valori etici. Lo rifarei. E se si mettono al centro i valori, quelli diventano la barra che ti permette di proseguire senza scoraggiamento e quindi anche senza ricercare una rivincita. Di certo non manco di grinta».
Dal 2005 opera all’interno del cuore pulsante della Giustizia ticinese. Dopo il caso citato, quanto è cambiata la sua vita?
«Credo nel lavoro onesto, nello sforzo per creare qualcosa di utile per la società e per sé stessi. È quello che ho fatto in passato ed è quanto sto facendo adesso nella mia nuova attività. Non è questione di parlare di me, ma quello che sto facendo fa parte di un progetto rivoluzionario, un vero e proprio cambiamento di paradigma, che permetterà di rendere accessibile con più facilità alla popolazione i servizi legali. Un progetto che permetterà finalmente di avere la giustizia per tutti. Non è ancora ora di svelare tutto. Ma partirà a breve».
È qualcosa di innovativo che in Ticino non esiste?
«Esatto».
Ha qualcosa da rimproverarsi per il caos al TPC? Qualcosa che non rifarebbe o farebbe diversamente?
«No. Non posso che ripetere quanto detto prima. Ho seguito l’iter previsto dalle leggi cantonali e federali».
A fare discutere di lei è stato anche il comportamento in ambito privato, ma in un locale pubblico (con divulgazione in rete di fotografie) in compagnia dell’altro giudice sollevato dall’incarico, Siro Quadri. Ha qualcosa da dire in merito?
«Scusi signor Righinetti, siamo su un Tabloid o sul Corriere del Ticino?».
Assolutamente sul Corriere del Ticino. Ma ho riferito di fatti, non opinioni del sottoscritto.
«Ero in un locale pubblico, non stavo facendo nulla di straordinario. Credo in tutte le libertà finché non ledono quelle degli altri».
Lei si sente vittima del sistema per tutto quello che è accaduto?
«Ho sempre un approccio positivo, credo nei valori, credo nella coscienza personale e collettiva».
C’è un momento preciso nel quale lei ha capito che la sua carriera in magistratura era terminata, era arrivata al capolinea?
«I rischi della mia posizione, seppur fondata su valori etici, li ho intravisti. Ma come detto prima, la barra dei valori mi ha segnato la strada».
Non c’è persona più schiva di un Giudice. Un portamento che fa a pugni con la vita politica che ha deciso di abbracciare. Non crede che il cittadino elettore possa essere un po’ confuso e non credere a questi cambiamenti repentini di ruolo di porsi?
«No, perché il giudice deve essere vicino ai cittadini, deve essere vicino alle problematiche, guai se non è ancorato con i piedi saldi a terra. Questo lo accomuna alla politica. Perché ciò che è centrale è proprio la volontà popolare, il benessere dei cittadini».
È lei che ha bussato alla porta dell’UDC o il contrario?
«Sono stata semplicemente guidata dai miei valori e che ritrovo nell’UDC. Si vive nella società come cittadini e quindi si partecipa al dibattito e nel dibattito ci si conosce, ci si espone. Sono percorsi spontanei, non ingessati».
Eppure lei era stata eletta in quota PLR. Ha strappato perché si è sentita abbandonata o per altro?
«Non entro in contrapposizioni tra partiti, seguo quanto sento in me e apprezzo nell’UDC».
Qual è il tema concreto sul quale intende battersi ed essere politicamente presente? Magari la Giustizia in Ticino?
«Certamente è un tema che conosco molto bene. Conosco quello che non va, conosco dove si potrebbe migliorare. Sicuramente delle riforme vanno fatte».
Ad esempio?
«Andrebbe riformato il sistema di nomina dei magistrati».
Un tormentone. Cosa suggerisce?
«Le nomine devono semplicemente essere ancorate al merito del candidato».
E come si fa a misurare il merito?
«Valutando l’esperienza, la preparazione e poi anche l’attitudine al ruolo che attende il candidato».
Oggi avviene esattamente il contrario?
«Non sempre le scelte si sono fondate sui criteri che ho indicato».
È questione di metodo nel settore pubblico?
«Sicuramente. E per quanto riguarda l’apparato statale, deve essere diminuita la burocrazia. Bisogna ritornare al centro delle questioni, al centro della sostanza».
Claudio Zali adesso ha in mano la parte delle Istituzioni che riconduce alla giustizia. Si attende qualcosa di concreto su questo fronte da parte del Consiglio di Stato entro le elezioni?
«Non posso che rispondere di essere in attesa».
Prima dell’arrocchino le redini della Giustizia le aveva in mano, dal 2011, Norman Gobbi. È stato un buon consigliere di Stato dal suo punto di vista?
«Sono state promesse tante riforme, poco o quasi nulla è arrivato».
Quindi il bilancio è negativo? Non fa più la giudice, fa la politica adesso...
«Lascio dire a lei. Credo di essere stata sufficientemente chiara».
Come vede la questione Lega-UDC per la corsa al Governo?
«Credo che l’UDC, che ha uno spirito molto pratico senza limitarsi agli slogan, ha la forza propulsiva per viaggiare anche da sola; comunque decideranno i due partiti».
Traduco dal giuridichese. Meglio la corsa solitaria?
«Secondo me sì».
Non credo che lei abbia abbracciato l’UDC per restare dietro le quinte. Una candidatura al Gran Consiglio (o chissà) al Governo sarebbe da lei gradita o si sente di escluderla a priori?
«Se i vertici dell’UDC dovessero propormi una candidatura, è possibile che dica sì».
È più da Esecutivo o Legislativo?
«Sono a disposizione con spirito di servizio e fierezza. Arriveranno le proposte dei vertici. In caso di candidatura saranno poi i cittadini a decidere».
Il 14 giugno si voterà sull’iniziativa UDC «no a una Svizzera da 10 milioni». Convinta immagino. Ma lo sarebbe stata anche da «togata»?
«Ero più giovane quando sono entrati in vigore gli accordi bilaterali e già allora mi ricordo che sostenevo il mantenimento dei contingenti. Vedevo già allora i rischi che comportava il togliere il contingentamento. È ovvio che oggigiorno si sono viste le conseguenze, quindi una situazione che è venuta sempre più a peggiorare. Vorrei snocciolare qualche numero. Su 10 persone immigrate, una sola è impiegata come lavoratore qualificato in un settore in cui la Svizzera manca di specialisti; 9 su 10 o non lavorano affatto oppure lavorano in ambiti in cui abbiamo già un numero sufficiente di lavoratori. Nel frattempo, gravano sulle nostre infrastrutture e richiedono a loro volta personale qualificato per la loro assistenza e il loro sostentamento. È il gatto che si morde la coda. E intanto ogni anno 800 giovani scappano dal Ticino per costruirsi un futuro in Svizzera interna e noi perdiamo identità, tradizioni e valori. Abbiamo affitti sempre più alti, il traffico aumenta a dismisura e c’è un massiccio aumento della criminalità e della violenza, specie tra i giovani».
Cosa intende dire?
«Che la Svizzera è stata forte finché i suoi politici hanno avuto l’idea chiara che la sua indipendenza e autonomia era la chiave. Da quando si è iniziato a svendere l’identità stessa della Svizzera, a partire dalla sua neutralità, le cose sono peggiorate. E sono peggiorate in maniera drammatica. L’UDC salvaguarda il principio della neutralità della Svizzera, un principio storicamente vincente, lungimirante che può essere così riassunto: la Svizzera non segue le guerre».
È «primanostrista» della prima ora?
«Sono per il valore del lavoro, non sono contro gli stranieri, io sono “per”. Per il valore del lavoro onesto».
Come si esprime lei: li chiama «Bilaterali III» o lo definisce «accordo di sottomissione»?
«Decisamente accordo di sottomissione. Pongo una domanda semplicissima: stavamo meglio prima dei bilaterali o dopo gli accordi? Credo che i cittadini svizzeri sappiano benissimo come rispondere a questa domanda. È chiaro che la negoziazione non è stata a favore della Svizzera nel suo insieme».
