Il ricordo

Francesco Guccini: «Non speravo nell’immortalità delle mie canzoni, ma qualcosa sono riuscito a ottenere»

Nell’intervista concessa nel 2023 a Teleticino per lo Sconfinare Festival di Bellinzona, il cantautore riflette sul tempo, sulle parole e sulla ricerca che accompagna ogni essere umano.
Red. Online
06.08.2026 20:45

Francesco Guccini se n'è andato all'età di 86 anni, lasciando dietro di sé un'eredità importante nel panorama della musica e della cultura italiana. Nel 2023, in occasione dello Sconfinare Festival di Bellinzona, dove era ospite d'onore, il cantautore è stato protagonista di una lunga intervista rilasciata a Teleticino. Guccini ha ripercorso il suo legame con il Ticino e la Svizzera, riflettendo sul tempo, sull'invecchiamento e sul significato della ricerca, alternando ricordi personali, citazioni letterarie e momenti di grande ironia.

La sua Pavana

Il racconto parte dalla sua Pavana, una frazione del comune di Sambuca Pistoiese, nell’Appennino Tosco-Emiliano, un borgo che ha scelto come casa nel 2000. «Qui non c'è traffico. L'altro giorno ero a Verona: c'era un mucchio di gente, un turismo infernale. Con la gente ormai mi spavento. Qua non c'è».

A Pavana il cantautore conduce una vita lontana dai riflettori: si sposta poco, frequenta gli amici. La maculopatia gli ha impedito di leggere, una delle sue grandi passioni. «È una grande mancanza che ho. Guardo la televisione, non ascolto musica. Tutti mi chiedono se ascolto musica: no, non la ascolto. Non tocco più la chitarra, è lì appoggiata al muro. Vado invece spesso a mangiare fuori con gli amici. Andiamo a cercare qualche nuova trattoria».

Il limite e la ricerca di significato

Di fronte al tema del limite, della vecchiaia e delle difficoltà fisiche, Guccini risponde con la consapevolezza di chi considera il tempo parte dell’ordine naturale delle cose. «È natura, è l'ordine delle cose. Ho 83 anni: quanti ne vivrò ancora?» Ma il passare degli anni non ha mai fermato la sua ricerca del significato profondo dell’esistenza.

In Radici scriveva: «È inutile cercare le parole. La pietra antica non emette suono. O parla come il mondo e come il sole. Parole troppo grandi per un uomo». Un tema centrale nella sua opera. «Scrissi quella canzone nel ’70 o ’71, dopo un momento di crisi. Lì decisi di farmi crescere la barba e l’ho ancora». Un concetto che ritorna anche ne La bambina portoghese: «Si trova a Cabo de Roca, il punto più estremo del continente europeo. Intuisce che c’è qualcosa. Ha tutta l’Europa dietro le spalle, tutto l’Atlantico davanti. Questo significa qualcosa, ma non ce la fa. È come quando in un settimanale di enigmistica c’è un problema di logica: cerchiamo di afferrarlo, ci arriviamo quasi, ma non ci riusciamo. È così un po’ il senso di Radici: si intuisce qualcosa, ma non si può capire, non si può arrivare».

Di fronte ai significati che sfuggono, la risposta è continuare a cercare. «È nella natura umana. La ricerca ci spinge ad andare avanti, come Ulisse». La ricerca, secondo Guccini, è una caratteristica profondamente umana. «Un montanaro vede un alto monte e desidera andarci sopra. Come il marinaio che da un’isola indovina che c’è un’altra isola e vuole andare a vedere cosa c’è. È la ricerca continua».

Ma cosa cerca davvero l’uomo? «Ci hanno dato intelligenza. È questa la fregatura. Gli animali non sanno di dover morire. Noi sì. È tutto lì. Cerchiamo di capire perché ci è capitata questa cosa. Ci arrabattiamo. A un certo punto dobbiamo morire per forza». Alla domanda sulla ricerca di Dio risponde: «No, sono agnostico».

Il rapporto con il Ticino

Guccini ha ricordato anche il suo rapporto con il pubblico ticinese, definendolo «affettuoso e caldo». Ha suonato a Lugano, Bellinzona e anche nella Svizzera interna. «Non posso dire di conoscere bene la Svizzera. Ma qui ho fatto il mio primo viaggio all'estero, nel ’60, ’61 o ’62, non mi ricordo». Aveva circa vent’anni. «Eravamo emozionati perché era il primo viaggio all’estero. Sono tornato da provinciale quale ero, e quale in parte sono ancora oggi. Mi colpivano le piccole cose: le cassette postali gialle invece che rosse, come in Italia, oppure la domenica vedere i padri girare con i bambini e un fucile mitragliatore appoggiato alle spalle durante le esercitazioni militari. Piccoli dettagli, ma niente di più».

Il tempo e il carpe diem

Parlando del tempo, Guccini ha richiamato Orazio e il suo carpe diem. «Sui vecchi orologi a pendolo una volta c’era scritto sempre «tempus fugit»: il tempo fugge. Orazio, in una sua meravigliosa ode dedicata a Leuconoe, dice di non stare a chiedersi quanti inverni gli dei ci abbiano concesso. Non chiederti se saranno ancora tanti o se questo sarà l’ultimo». Poi cita il latino: «Sapias, sii saggia. Vina liques, versa il vino. Carpe diem: sono due parole di una bellezza straordinaria, quasi intraducibili. «Afferra il giorno»? «Cogli l’attimo»? Ci vuole il latino, non c’è niente da fare».

Parlando della dimensione spirituale aggiunge: «È ovvio che, se uno è credente, dà una risposta. Io sono onorato dell’amicizia del cardinale Zuppi, il cardinale di Bologna. È venuto anche a mangiare qui. E lui dice che nelle mie canzoni sente una persona che cerca, che si fa delle domande».

Le paure

Lo scorrere del tempo può spaventare. Ma di cosa ha paura Francesco Guccini? «Della malattia, che mi venga qualcosa di grave, di pesante. Ho detto che non voglio accanimenti terapeutici».

Il rapporto con le parole

«Ho scritto canzoni perché mi piaceva. Ho scritto libri perché da ragazzo, da giovane e anche più tardi ho letto tantissimo. A un certo punto viene naturale provare a fare quello che hai letto. Da ragazzo ho sempre sognato di fare lo scrittore e, alla fine, ci sono riuscito in tarda età. Tarda età, mica tanto».

Il rapporto con le parole, per Guccini, è sempre stato centrale: prima nella musica, poi nella scrittura. «Le parole sono importanti. Però oggi, con la televisione, ce ne sono troppe. Ci sono il gergo dei politici, quello della pubblicità, quello dei presentatori televisivi. Quelle non sono parole vere: comunicano, certo, ma spesso in maniera fallace, aleatoria». La parola, secondo Guccini, è qualcosa di complesso e sfuggente: «La parola è un sistema atomico. È come un atomo, con un nucleo di significato centrale e tanti significati secondari che gli ruotano attorno. È così la parola poetica: sfugge. Non la prendi, non la afferri, non ti dà un significato fermo, ma cambia, è mutevole». È come carpe diem, aggiunge. «Non significa semplicemente «cogli l’attimo». È qualcosa di più, di diverso, qualcosa che vibra».

Diverso è invece il ruolo delle parole nei rapporti quotidiani: «Nelle relazioni con gli amici, con mia moglie, quelle parole di solito sono parole che comunicano». Il rapporto con la moglie, racconta, «è buono». Con la figlia «ogni tanto ci vediamo, ma non parlo di cose personali».

Pavana, luogo di pellegrinaggio?

Oggi Pavana è diventata una meta per fan e giovani che arrivano per cercare Guccini. Ma lui, dice, non si fa trovare. «Arriva qualcuno, ma non è che ci siano folle enormi. Arrivano gruppi, gruppetti anche nutriti. E quando organizzano incontri o iniziative, io non mi faccio trovare». Una scelta legata alla sua natura schiva: «Non mi dispiace che si ricordino ancora delle mie canzoni, e qualcuno anche dei miei libri. Non speravo nell’immortalità quando ho scritto queste canzoni, ma che durassero un po’ di più, sì. Questo sì. Qualcosa sono riuscito a ottenere».