Furgone sulla folla del Pride, l'attentatore è stato ucciso

La serata era calda e allegra, un’eccezione dopo una settimana di pioggia intermittente e temperature da primavera appena iniziata. La sfilata principale era conclusa ma la festa proseguiva. Fino a quando i cartelloni elettronici della zona del Christopher Street Day (Csd) hanno scritto tutti «Evakuation» in rosso su sfondo giallo. Il principale evento della due giorni di musica, carri e orgoglio queer organizzato nel centro di Berlino si è concluso sabato sera, molto in anticipo sul programma, con un invito perentorio a tornare a casa. Un’evacuazione dettata da un attacco terroristico a poche centinaia di metri dal cuore pulsante del Csd, principale evento LGBTQ+ di Berlino e di Germania e, forse, d’Europa.
Alle 22 di sabato un uomo ha lanciato un furgoncino bianco contro la folla che sciamava dalla sfilata del Berlin Pride. Impossibile per l’attentatore attaccare direttamente l’evento: l’esperienza degli ultimi anni ha insegnato ai tedeschi che gli eventi di piazza, gli assembramenti grandi o piccoli sono spesso presi di mira dai terroristi islamici e la due giorni berlinese con i colori arcobaleno della bandiera LGBTQ+ non ha fatto eccezione. Poiché il corteo dei carri era protetto dalla polizia, l’attentatore ha colpito nel Tiergarten, il grande parco già riserva di caccia dei principi elettori e poi dei re di Prussia, attraversato dalle strade che portano dallo zoo al Siegessäule (la Colonna della Vittoria) e da questo alla Porta di Brandeburgo. Una donna è morta nell’attacco scatenato dal furgoncino usato come un ariete contro i passanti e 29 persone sono rimaste ferite. Per tre di loro, considerate in pericolo di morte, la prognosi è stata sciolta solo domenica sera.
L’attacco ha portato la paura a Berlino, la festa è diventata una tragedia e la sfilata dell’orgoglio LGBTQ+ si è trasformata in un mesto ritorno a casa in un clima di grande insicurezza. Perché l’attentatore si è subito dato alla macchia: fermata la folle corsa del furgoncino contro un albero, l’uomo, poco dopo identificato come il 21.enne Abdul Ballout, si è subito dato alla macchia, armato di machete secondo alcuni testimoni oculari. Ci sono volute quasi 24 ore e una serie di perquisizioni andate a vuoto perché Ballout fosse individuato domenica sera in un cortile di Spandau: nel conflitto a fuoco con i poliziotti il giovane è rimasto ucciso attorno alle 18.30. Il suo «è stato un attacco alla nostra società libera e aperta dopo un Csd pacifico e colorato», aveva scritto ore prima su X il borgomastro della capitale, Kai Wegner. «Berlino è la città della libertà e la nostra libertà è stata attaccata nel modo più orribile oggi». Intanto era scattata la caccia. Sarà il ministro degli Interni Alex Dobrindt a confermare che la polizia, da subito dispiegata presso i principali nodi di trasporto della capitale come anche alla frontiera, stava seguendo una pista islamica.
Di norma gli investigatori tedeschi non si sbilanciano, ma i dati ricavati dal contratto di noleggio del furgone usato come un’arma puntavano sul fuggiasco Ballout, cittadino tedesco nato in Germania da genitori libanesi - la mamma naturalizzata nel 2005 - e personaggio ben noto alla polizia per una serie di reati e per aver completato un processo di radicalizzazione islamica. Niente di nuovo sotto al sole. Gli attentati compiuti da una lunga serie di «lupi solitari» che hanno portato la morte e il terrore nella Repubblica federale negli ultimi 15 anni quasi non si contano: chi in anni recenti abbia visitato un mercatino di Natale in Germania avrà notato dissuasori e ostacoli fisici per impedire che un’auto o un mezzo più pesante sia lanciato contro chi fa acquisti. Così fece nel dicembre del 2016 il tunisino Anis Amri nel cuore della capitale tedesca (dodici morti) imitato, a febbraio 2025, dal 24.enne afgano che falciò con l’auto una manifestazione del sindacato Ver.di a Monaco (due morti e 24 feriti). Isolamento, poca integrazione, problemi psichici, mancanza di un lavoro fisso: ogni attentato con la cintura esplosiva o con l’arma bianca dà la stura ad approfondimenti sociologici sulla vita degli attentatori, in alcuni casi giovani immigrati di prima o seconda generazione, in altri profughi protetti dalle autorità.
Il massimo comun divisore di questi atti di terrore è la matrice islamica: si tratterebbe cioè di giovani agganciati ora nelle moschee ora online da esperti «reclutatori» che forniscono loro un movente d’odio per colpire. E in pochi anni gli obiettivi sono stati i più diversi: due militari americani in Germania (Francoforte, 2011), un concerto per ragazzini (Solingen, 2024), una coppia gay per strada (Dresda 2020), una manifestazione di movimenti antislamici (Mannheim, 2024); e ancora, treni (Würzburg 2016 e Regensburg 2021), mercati e pubbliche piazze. Scuro in volto, ieri il cancelliere Friedrich Merz si è rivolto al mondo LGBTQ+ di Germania chiedendo di non avere paura: «Noi siamo di più, noi siamo più forti», ha scandito, spiegando che scopo dei terroristi è dividere la società, instillare la paura, «colpire la nostra apertura e la nostra libertà».
Tutta la politica ha fatto quadro attorno al cancelliere con addirittura i Verdi che dall’opposizione hanno chiesto più poteri per le autorità nella lotta contro gli islamisti violenti. Konstantin von Notz, portavoce dei Grünen per gli affari interni, ha dato anche voce alle preoccupazioni di chi ha appreso come Ballout fosse noto alla polizia proprio per la sua radicalizzazione: «Lascia davvero sbalorditi il fatto che, a quanto pare, si tratti ancora una volta di un soggetto pericoloso già da tempo nel mirino delle autorità».