Ginevra

G7 al via, René Schwok: «Nessuno si aspetta risultati concreti»

Il professore di scienze politiche e relazioni internazionali dell'Università di Ginevra analizza le sfide geopolitiche del vertice e l'impatto delle eccezionali misure di sicurezza sulla regione franco-svizzera: «Il vertice è percepito molto negativamente, Ginevra vive una sorta di stato d'assedio»
©JEAN-CHRISTOPHE BOTT
Lara Sargenti
Lara Sargenti
13.06.2026 17:31

Lunedì prenderà il via a Évian-les-Bains, sulle rive francesi del Lago di Ginevra, il vertice del G7, che riunirà i leader delle principali economie avanzate del mondo — Canada, Stati Uniti, Francia, Germania, Italia, Regno Unito e Giappone — insieme ai rappresentanti dell’Unione europea e altri ospiti internazionali. Il summit si apre in un contesto internazionale particolarmente teso, segnato dalle guerre in Ucraina e in Medio Oriente, dalle dispute commerciali e dalle crescenti divergenze tra Washington e i suoi alleati. Ma quale ruolo conserva oggi il G7 sulla scena mondiale? E quali risultati concreti ci si può attendere dall’incontro? Ne abbiamo parlato con René Schwok, professore di Scienze politiche e relazioni internazionali all’Università di Ginevra, che analizza le principali sfide del vertice e il suo significato nel quadro geopolitico attuale.

Quali risultati concreti ci si può ragionevolmente aspettare dall’incontro tra i leader delle principali economie occidentali?

«Per il momento, nessuno si aspetta risultati concreti. Pertanto, sarebbe piuttosto una sorpresa se da questo vertice emergessero una o più decisioni importanti. Molto dipenderà dalla presenza del presidente Trump (solo oggi è stata annunciata la sua presenza, ndr.). Se dovesse venir annunciato un accordo tra gli Stati Uniti e l’Iran, magari firmato a Ginevra, questo oscurerebbe tutto ciò che verrà detto al G7. Lo stesso accadrebbe se la guerra dovesse riprendere.

Più in generale, mi aspetto che le tensioni tra gli Stati Uniti e gli altri leader del G7 siano al centro del vertice. Ciò riguarda principalmente la questione del sostegno all’Ucraina, la guerra in Iran, i dazi doganali americani e la regolamentazione del settore digitale».

Quale ruolo svolge oggi il G7 sulla scena internazionale? È ancora uno strumento efficace di governance mondiale oppure sta progressivamente perdendo influenza a favore di altri forum internazionali?

«Il G7 svolge un ruolo minore sulla scena internazionale rispetto ad altre epoche. In particolare, perché il peso economico dei Paesi del G7 nel PIL mondiale si è relativamente ridotto. D’altra parte, come già sottolineato, raramente le tensioni sono state così forti tra gli Stati Uniti e i suoi partner tradizionali, non solo europei, ma anche giapponesi e canadesi.

Detto questo, gli altri forum internazionali non mi sembrano avere maggiore peso del G7. L’ONU è forse più in crisi che mai e gli altri forum, come i BRICS, mi sembrano ancora meno efficaci».

Come viene percepito il vertice a Ginevra e nella regione franco-svizzera?

«Il vertice è percepito molto negativamente nella regione, sia dal lato svizzero sia da quello francese. Le misure di sicurezza sono draconiane, forse le più importanti mai adottate nella regione.

Le restrizioni alla libertà di circolazione, soprattutto per i lavoratori frontalieri, sono estremamente rilevanti. Coinvolgono 135.000 persone a Ginevra e anche a Losanna! L’attività economica è fortemente ridotta. E naturalmente molti temono i danni che potrebbero essere causati da eventuali facinorosi.

Infine, non si comprende perché debba essere la Svizzera a sostenere i costi della sicurezza, che ammontano a decine di milioni di franchi».

Si temono tensioni o disordini in vista della manifestazione annunciata per il 14 giugno?

«Sì. Ginevra soprattutto, ma anche Losanna e la riviera vodese in misura minore, si trovano in una sorta di stato d’assedio».

Sempre Évian nel 2003 ospitò il G8, segnato da massicce misure di sicurezza e dalle proteste del movimento no-global. Quali differenze vede rispetto al contesto politico e sociale attuale e quali insegnamenti sono stati tratti da quell'esperienza?

«Vedo due differenze che dovrebbero tradursi in una minore mobilitazione e in meno danni rispetto al 2003.

Da un lato, in primo luogo, le autorità svizzere hanno imparato la lezione. Sono meno ingenue. Hanno adottato misure incomparabilmente più importanti rispetto al 2003. Il coordinamento con gli altri cantoni e con la Francia è migliorato enormemente. Sono stati mobilitati persino rinforzi dell’esercito svizzero e della polizia tedesca. I commercianti hanno protetto i loro negozi con barricate e misure preventive.

Secondariamente, bisogna ricordare che il vertice del 2003 si svolse dopo l’invasione dell’Iraq da parte degli Stati Uniti e del Regno Unito. All’epoca vi furono enormi manifestazioni in tutta Europa, alle quali non partecipavano soltanto persone dell’estrema sinistra. La rabbia era molto intensa.

D’altra parte, ancora oggi esistono numerosi risentimenti nei confronti degli Stati Uniti di Trump. E, naturalmente, una sua eventuale presenza non potrebbe che esacerbare le tensioni.

Un altro elemento che mi sembra nuovo è che le critiche si rivolgono anche agli altri capi di Stato o di governo e provengono persino dalla sinistra moderata. Così, talvolta si possono sentire esponenti socialisti svizzeri affermare che si stanno accogliendo i sette peggiori tiranni del mondo e che i Paesi del G7 sarebbero sulla strada della fascistizzazione, e così via».