Il vertice

G7, se Kiev si accontenta

Le parole più pesanti sono state quelle di Trump, il quale ha sì promesso sostegno a Zelensky ma ricordando come gli Stati Uniti siano, in fondo, «a migliaia di chilometri di distanza» dal conflitto
© AP/Thibault Camus
Paolo Galli
16.06.2026 22:30

Emmanuel Macron e Donald Trump erano seduti l’uno accanto all’altro. Attorno alla tavola rotonda - rotonda a tutti gli effetti - di Évian, li affiancavano Keir Starmer, alla destra del presidente americano, e Volodymyr Zelensky, alla sinistra del leader francese. Poi gli altri, compresa l’invitata europea Ursula von der Leyen. Al centro delle discussioni, oggi, l’Ucraina. Ma l’effetto è stato di un appuntamento posticcio, e di convinzioni attenuate da altre circostanze - a cominciare dagli eventi in Medio Oriente, ma anche dalle tensioni commerciali - e da una certa stanchezza nell’affrontare la questione. Non è neppure sbagliata la lettura di Jean-Luc Mélenchon, leader del movimento di (estrema) sinistra La France-Insoumise, secondo cui «i circoli che si sono creati attorno agli Stati Uniti, come il G7, sono superati». Tutto, anche in merito all’Ucraina, sembra in effetti ruotare attorno alle parole del presidente americano. Come se tutte le altre non avessero valore, e come se le stesse dichiarazioni del tycoon fossero oro colato.

Le pressioni su Mosca

E oggi Donald Trump si è allineato al clima pro-Ucraina - scontato nel contesto di un G7 che era G8 prima dell’uscita di scena della Russia -, rimandandolo però, lui stesso, alla questione mediorientale. «Potremo reintrodurre le sanzioni contro il petrolio russo perché ora il petrolio scorre liberamente. Abbiamo sospeso le sanzioni perché non volevamo penalizzare gli Stati Uniti. Ma saremo presto in grado di ripristinarle. La Russia concluda un accordo». Insomma, sbloccando lo Stretto di Hormuz - e il grosso è ancora da fare, sia chiaro -, sarà possibile tornare a fare pressione su Mosca. Questo il messaggio, stringi stringi. E Zelensky si è accontentato di questa promessa di una futura nuova spinta politica. «Credo che Donald Trump possa farlo», ha detto il presidente ucraino, che si è collegato a sua volta ai fatti del Medio Oriente: «Stiamo assistendo a un calo dei prezzi del petrolio, ed è una buona cosa, perché la Russia non ne trarrà alcun vantaggio aggiuntivo». E poi altre richieste in forma di lusinga, quando ha detto di aver visto un Trump «molto positivo» all’idea di fornire nuova assistenza militare al suo Paese. Ma nulla più di questo. Una positività che ammanta il G7, anche se - almeno per ora - con pochi frutti in termini di concretezza. Come se la diplomazia, in tempi come questi - lo abbiamo sottolineato oggi -, si stesse accontentando di preservare la facciata.

Necessità di armi

Quel che sembra emergere, dal vertice di Évian, è l’immagine di un Occidente - più il Giappone - piuttosto compatto a sostegno dell’Ucraina, ma la Russia non è così isolata come si vuole far pensare. E neppure tanto all’angolo da essere disposta a venire subito a patti con l’Ucraina. «Se la guerra non sarà finita entro l’inverno e si verificheranno carenze, tutti i partner si sono impegnati a sostenere l’Ucraina con forniture di gasolio, gas naturale e benzina», ha detto ancora Zelensky. Che soltanto nel mese di maggio ha registrato, nella sua popolazione, almeno 274 vittime e quasi 1.800 feriti. Numeri altissimi, che reggono il confronto soltanto con i primi mesi del conflitto, nella primavera del 2022. La necessità di aiuti - e in particolare di missili di difesa aerea - è allora evidente. Come evidente è il fatto che l’Ucraina non sia, in realtà, esattamente una priorità agli occhi di Trump. Oggi lo ha ammesso senza giri di parole, il tycoon, quando ha affermato che, in tempi recenti, era concentrato piuttosto sull’Iran. «E l’Ucraina?», ha chiesto qualcuno. La risposta: «Non ci riguarda, se non per il fatto che vendiamo loro armi. Siamo a migliaia di chilometri di distanza». Da un lato quindi l’idea di una resilienza dal punto di vista del supporto, dall’altro invece i fatti, la fatica dopo vari tentativi negoziali andati a vuoto.

«Venga al Cremlino»

A tal proposito, una volta ancora Mosca si è negata a incontri ai massimi livelli con l’Ucraina. Con una sola eccezione: che l’eventuale vertice tra Vladimir Putin e Volodymyr Zelensky si tenga in Russia. Il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha risposto così all’ennesima proposta del presidente ucraino, che lunedì aveva aperto a un bilaterale decisivo negli Stati Uniti. «È stato detto e ripetuto più volte che se Zelensky è pronto a parlare in modo responsabile e serio, allora può sempre venire a Mosca, dove sarà accolto». Lo stesso Zelensky ha definito queste reazioni come «giochetti», ma ha rilanciato l’ipotesi di un incontro altrove, in un Paese neutrale. «Si potrebbe fare in Svizzera, in Turchia, in un Paese del Medio Oriente». Peccato che, ha continuato, Putin non voglia «mettere fine alla guerra». E allora, nella giornata in cui è stato definito che l’accordo tra Stati Uniti e Iran verrà firmato al Bürgenstock, quello tra tra Ucraina e Russia sembra quasi allontanarsi. Nonostante le parole di facciata.

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