La guerra in Medio Oriente

Gas e petrolio alle stelle dopo gli attacchi ai terminali iraniani e qatarioti

Il bombardamento, mercoledì, del giacimento iraniano di GNL di South Pars ha spinto Teheran a colpire e duramente danneggiare i terminal di Ras Laffan, in Qatar - Sei Paesi occidentali firmano una nota dicendosi pronti a lavorare per lo sblocco dello Stretto di Hormuz ma Donald Trump da Washington li gela: «Ormai è tardi»
L'incendio nell'impianto di South Pars in Iran. ©Social Media
Dario Campione
19.03.2026 19:30

Gli attacchi contro i siti petroliferi e di estrazione del gas nel Golfo Persico hanno destabilizzato, oggi, il mercato delle fonti energetiche fossili. E fatto comprendere in modo chiaro, a tutti, quali e quanto gravi potrebbero essere le conseguenze di un allargamento della guerra avviata da Israele e Stati Uniti contro l’Iran.

Il prezzo del greggio Brent, il punto di riferimento internazionale per il petrolio, è schizzato in alto di quasi il 10%, arrivando a toccare 118 dollari al barile, per poi ripiegare sotto i 105 dollari a fine giornata. I prezzi del gas naturale liquefatto (GNL) in Europa sono letteralmente decollati, fino al 30% in più rispetto a mercoledì: al mercato TTF di Amsterdam, oggi pomeriggio, la quotazione era di 61,3 euro per MW/h (all’inizio dell’anno era di 29 euro).

L’escalation

Mercoledì, Israele ha attaccato le strutture iraniane del giacimento offshore di GNL di South Pars, condivise da Teheran con il Qatar. L’Iran utilizza la maggior parte del suo gas per l’economia domestica. L’azione di Tel Aviv - forse non completamente condivisa dagli Stati Uniti - aveva quindi come obiettivo fiaccare ulteriormente la resistenza del Paese sciita producendo un effetto limitato sull’approvvigionamento globale di gas.

Teheran, però, come immediata rappresaglia, ha bombardato il terminal di Ras Laffan, in Qatar, il più grande impianto mondiale di GNL. Causando danni enormi. Saad al-Kaabi, amministratore delegato di QatarEnergy, la società energetica statale di Doha, ha dichiarato alla Reuters che gli attacchi iraniani hanno messo fuori uso il 17% della capacità di esportazione di GNL di QatarEnergy. Per rimettere in ordine gli impianti, ha aggiunto, serviranno da 3 a 5 anni. «Non avrei mai immaginato, nemmeno nei miei incubi più assurdi, che il Qatar e la regione potessero essere oggetto di un simile attacco, soprattutto da parte di un Paese musulmano fratello nel mese del Ramadan», ha aggiunto al-Kaabi.

In conseguenza agli attacchi e alle restrizioni produttive causate dal conflitto, ha proseguito l’ad di QatarEnergy, «le esportazioni di condensato subiranno un calo di circa il 24%, quelle di GPL del 13%, quelle di nafta e zolfo entrambe del 6%, e quelle di elio del 14%. Potremmo essere costretti a dichiarare “forza maggiore” sui contratti a lungo termine per un massimo di 5 anni per le forniture di GNL a Italia, Belgio, Corea e Cina», ha specificato. Per poi concludere: «Per riprendere la produzione, occorre prima che cessino le ostilità».

L’escalation causata dagli attacchi di Israele alle strutture energetiche del Golfo Persico e dalla risposta di Teheran potrebbe trasformare la guerra all’Iran in un conflitto con ripercussioni in tutto il mondo. Confermando, in sostanza, la strategia scelta dai mullah iraniani: estendere il più possibile la contesa. Il ministro iraniano degli Esteri, Abbas Araghchi, oggi lo ha ribadito in modo esplicito, scrivendo sui social che l’Iran mostrerà «ZERO moderazione» se le sue infrastrutture petrolifere fossero nuovamente colpite.

Il documento

In questo senso va letta anche la decisione di Teheran, presa sin dai primi istanti della guerra, di bloccare lo Stretto di Hormuz impedendo il passaggio delle petroliere in entrata e in uscita dal Golfo Persico.

Oggi, 6 Paesi alleati degli USA sin qui distanti da Washington sull’opportunità di attaccare l’Iran - Regno Unito, Francia, Germania, Italia, Paesi Bassi e Giappone - hanno diffuso una nota in cui dichiarano la propria disponibilità a collaborare per riaprire lo Stretto di Hormuz al traffico commerciale. «Condanniamo con la massima fermezza i recenti attacchi sferrati dall’Iran contro navi commerciali disarmate nel Golfo, gli attacchi alle infrastrutture civili, compresi gli impianti petroliferi e di gas, e la chiusura di fatto dello Stretto di Hormuz da parte delle forze iraniane - si legge nella nota - le interferenze con la navigazione internazionale e l’interruzione delle catene di approvvigionamento energetico globali sono una minaccia alla pace e alla sicurezza internazionali. Chiediamo un’immediata moratoria globale sugli attacchi alle infrastrutture civili, comprese le installazioni petrolifere e di gas».

Poi l’annuncio: «Esprimiamo la nostra disponibilità a contribuire agli sforzi appropriati per garantire il passaggio sicuro attraverso lo Stretto. Accogliamo con favore l’impegno delle nazioni che stanno procedendo alla pianificazione preparatoria».

Una dichiarazione che lascia aperti spazi di interpretazione. Secondo il presidente USA Donald Trump, che ha commentato la nota nella conferenza stampa tenuta alla Casa Bianca con la premier giapponese Takahici Sanae, «gli alleati NATO stanno diventando più disponibili sull’impegno nello Stretto di Hormuz. Sono loro che ne hanno bisogno. Stanno diventando molto più gentili, perché vedono il mio atteggiamento, ma ormai è troppo tardi».

«È un documento politico, non un documento militare, per lavorare insieme e creare le condizioni per garantire la libertà di circolazione marittima», ha detto invece il ministro italiano degli Esteri Antonio Tajani intervistato oggi sera su La7 a proposito della dichiarazione congiunta su Hormuz. «Stiamo lavorando per evitare l’escalation, è questo il senso del documento. Lavoriamo per garantire la libertà di circolazione marittima ed evitare il peggioramento della situazione delle fonti energetiche. Non siamo parte della guerra, e non vogliamo essere parte della guerra».