L'analisi

Gianetti: «Un regalo per il cantone, complimenti a chi l’ha confezionato»

Il CEO del Team UAE elogia gli organizzatori e sorride nonostante il mancato acuto della sua squadra: «Era il giorno per Jan Christen, ma purtroppo non ne aveva»
Mauro Gianetti, CEO del Team UAE. © CdT/Putzu
26.05.2026 23:05

«Vedere il Giro transitare in Ticino è stata una sensazione straordinaria, che mi sarebbe piaciuto vivere anche da corridore». Parole di Mauro Gianetti, CEO del Team UAE, che quando correva è arrivato a un passo dall’iride a Lugano, nel 1996, ma che non ha mai vissuto la corsa rosa sulle strade di casa. «Anche se, con una frazione come quella odierna, probabilmente avrei fatto molta fatica. Invece me la sono goduta senza penare». L’entusiasmo del manager ticinese, d’altronde, riflette quello del pubblico che ha accompagnato il passaggio della carovana rosa lungo tutti i 113 chilometri di corsa. «Bisogna fare i complimenti a Fabrizio Cieslakiewicz e a Rocco Cattaneo, che hanno fortemente voluto la tappa. Hanno fatto un regalo al cantone. Per chi vive questo sport a 360 gradi, come il sottoscritto, è stata un’emozione vibrante».

La carta elvetica

Un’emozione che nel team emiratino hanno provato a rendere ancor più travolgente. Privata, ancor prima dell’inizio del Giro, del capitano Joao Almeida, messo fuori gioco da un virus, la UAE ha perso al secondo giorno anche il suo successore designato Adam Yates (l’ultimo a vincere sulle rampe di Carì al Tour de Suisse del 2024) e Jay Vine. Ritrovatasi nell’insolita situazione di non avere uomini per la classifica generale, la squadra si è così reinventata andando a caccia di tappe. Quattro quelle finora conquistate, tre delle quali dal solo Jhonatan Narváez.

Ieri la «fiche» era stata puntata su Jan Christen: quale miglior occasione per riportare la bandiera rossocrociata a sventolare sul gradino più alto del podio in una frazione del Giro, cosa che manca dal 2021, quando ci riuscirono sia Mauro Schmid sia il compianto Gino Mäder. L’argoviese è riuscito a inserirsi nella fuga di tredici uomini, perdendo però contatto sulla salita di Torre. «Quando poi ha provato a rientrare ha speso un po’ troppo» ha spiegato Gianetti. «Non appena ha riagganciato la testa della corsa, c’è stata l’ascesa a Leontica e ha sofferto un po'. Per la tappa abbiamo dovuto così rinunciare: purtroppo non era in una giornata perfetta». Vittima, forse, di una tappa difficile dopo il giorno di riposo? «È proprio così», ha confermato Gianetti. «Ma, visto poi come si è sviluppata la corsa, alla fine è andata bene lo stesso: spendere troppe energie per non portare a casa nulla sarebbe stato peggio».

Un messaggio a Pogacar?

Del resto difficilmente a Christen sarebbe riuscita l’impresa. Troppo forte Jonas Vingegaard e troppo grande la sua volontà di andare a conquistare la vittoria di tappa vestito di rosa. «Si è visto subito che voleva vincere» ha confermato Gianetti. «Ci teneva a mettere ancora della distanza in classifica. E poi Carì è una salita paragonabile all'Alpe d'Huez, e quindi lo stuzzicava l’idea di testarsi per trovare quelle conferme che sta cercando da inizio Giro d’Italia». E considerando che quest’anno al Tour de France gli iconici tornanti nell’Isère verranno affrontati ben due volte, il messaggio a un certo rivale è già stato lanciato. Forte e chiaro. C.T.