Ginevra capitale della diplomazia, ma la pace resta sempre lontana

La diplomazia della pace torna a fare tappa a Ginevra, dove domani e mercoledì sono in programma colloqui trilaterali sia sulla guerra in Ucraina sia sulla crisi USA-Iran. Colloqui sul cui esito tuttavia, nessuno si fa troppe illusioni. Viste anche le premesse.
Nel tardo pomeriggio di oggi, il viceministro russo degli Esteri, Serghei Ryabkov, ha dettato all’agenzia TASS una dichiarazione che, da sola, segna la fine del discorso di pace ancora prima che esso cominci.
«Posso affermare che la nostra delegazione partirà questa sera con istruzioni, le più chiare possibile, per agire nel quadro concordato dai presidenti (di Russia e Stati Uniti, ndr) durante il loro incontro ad Anchorage, nell’agosto del 2025», ha detto Ryabkov. Mosca non arretra, quindi, dalle proprie richieste. Giudicate, però, da Kiev «inaccettabili». Il Cremlino pretende l’intero Donbass, anche la parte tuttora controllata dagli ucraini; vuole il riconoscimento internazionale di questa annessione; chiede lo smantellamento di fatto dell’esercito ucraino; ed esige che Kiev non entri mai, in futuro, nella NATO e nell’Unione Europea.
La risposta di Volodymyr Zelensky, altrettanto netta, non si è fatta aspettare.
«Non siamo disposti a cedere territori nel Donbass - ha detto il presidente dell’Ucraina - Permettere all’aggressore di prendere terre non sue, così come accaduto in Cecenia, Georgia e Crimea, è un grave errore. Non voglio essere un presidente che ripete gli errori dei suoi predecessori o di altre persone. Non l’ho mai fatto, non lo farò adesso. Vladimir Putin non può essere fermato con baci o fiori. Il mio consiglio a tutti: non fate questo con Putin».
Peraltro, sabato scorso, parlando alla Conferenza sulla Sicurezza di Monaco, Zelensky aveva ripetuto che il suo Paese non avrebbe mai rinunciato all’oblast di Donetsk - un territorio tuttora fortemente difeso e nel quale sono ricomprese le città di Sloviansk e Kramatorsk - né avrebbe abbandonato i 200 mili cittadini che vi abitano.
Certezze incrollabili
Tra le certezze incrollabili di Russia e Ucraina si situa la continua oscillazione degli Stati Uniti, il cui presidente Donald Trump, almeno in questo secondo mandato, ha vistosamente ondeggiato da una parte all’altra, fino a tornare - nell’ultimo fine settimana - a dare la colpa del mancato accordo di pace a Zelensky e a sostenere che sia Kiev a bloccare gli sforzi per porre fine alla guerra. «Zelensky deve agire. La Russia vuole fare un accordo. Deve agire, altrimenti perderà una grande opportunità», ha detto Trump ancora oggi parlando ai giornalisti alla Casa Bianca. Parole che non concordano con quanto affermato dal suo segretario di Stato, Marco Rubio, il quale - sempre dal palco della Conferenza sulla Sicurezza di Monaco - lo scorso fine settimana aveva detto che «Washington rimane incerta se la Russia sia davvero seria nel voler porre fine alla guerra in Ucraina».
Trattative difficili
Se le trattative sull’Ucraina sono avvolte nel dubbio, quelle con l’Iran appaiono ancora più confuse e imprevedibili. Il ministro degli Esteri di Teheran, Abbas Araghchi è arrivato oggi a Ginevra preceduto da un ambiguo messaggio postato su X: «Abbiamo iniziative concrete per raggiungere un accordo equo ed equilibrato - ha scritto il capo della diplomazia persiana - Cosa non è sul tavolo: sottomissione davanti alle minacce degli Stati Uniti».
Anche in questo caso, la risposta americana è arrivata a distanza ma abbastanza chiara. Parlando ai giornalisti durante la sua visita in Ungheria, il segretario di Stato statunitense ha detto che raggiungere un accordo con Teheran sarà difficile. «Penso che ci sia un’opportunità per raggiungere diplomaticamente un accordo che affronti le questioni che ci preoccupano. Saremo molto aperti e accoglienti a questo. Ma non voglio nemmeno esagerare. Sarà difficile. È stato molto difficile per chiunque fare veri accordi con l’Iran, perché abbiamo a che fare con religiosi sciiti radicali che prendono decisioni teologiche, non geopolitiche», ha detto Marco Rubio.
Prima del vertice con gli USA, sempre oggi , Abbas Araghchi ha incontrato il direttore generale dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (AIEA), Rafael Grossi. L’AIEA chiede da mesi all’Iran di dire che fine abbia fatto lo stock di 440 kg di uranio altamente arricchito dopo il bombardamento delle centrali sotterranee di Natanz, Fordow e Isfahan del giugno scorso. Siti che la stessa Agenzia vorrebbe tornare a ispezionare.
Logistica e sicurezza
La scelta di Ginevra ha, come detto, una valenza politica ma appare legata anche a considerazioni di carattere logistico. Lo ha spiegato il portavoce del Cremlino, Dmitri Peskov: «In questa sede, ritenuta appropriata e comoda per tutti, è possibile sincronizzare gli impegni delle parti».
Concentrare gli incontri in un’unica città garantisce anche sicurezza e coordinamento diplomatico. I negoziatori americani Steve Witkoff e Jared Kushner avranno in mattinata colloqui indiretti con la delegazione iraniana nella sede dell’ambasciata dell’Oman. Subito dopo, si sposteranno di soli 4,5 km all’InterContinental Hotel che, secondo l’agenzia TASS, sarà la sede dei colloqui con russi e ucraini.
