Ginevra, il corteo anti-G7 tra fumogeni e vetrine in frantumi

Ginevra è scesa in piazza contro il G7 e, per alcune ore, ha mostrato le due facce della sua domenica più attesa: da un lato una mobilitazione ampia e composita, dall’altro la tensione dei fumogeni, delle vetrine infrante e degli scontri con la polizia.
Alla vigilia del vertice di Évian-les-Bains, in programma da lunedì a mercoledì sull’altra riva del Lemano, migliaia di oppositori hanno risposto all’appello della coalizione No-G7 per un corteo autorizzato sulla riva destra. La polizia ha stimato circa 20.000 partecipanti, mentre gli organizzatori hanno parlato di una presenza molto più alta, fino a 60.000 persone. La giornata si inseriva in una settimana eccezionale per il Cantone, segnata da restrizioni ai valichi, traffico incanalato e un dispositivo pensato per accogliere le delegazioni senza paralizzare la vita ordinaria né comprimere il diritto di manifestare.
Il raduno è partito a metà pomeriggio dal parco Mon-Repos, lungo il lago. I blocchi si sono formati lentamente, in un’atmosfera ancora festosa e composita, dietro lo striscione «No G7» e con il blocco femminista in testa. Accanto agli slogan contro i grandi della terra si muoveva una folla composita, dove la presenza familiare conviveva con l’area militante, i richiami della causa curda e il ritmo collettivo di tamburi e danze tradizionali. Dal fronte della marcia è arrivato anche l’invito agli agenti schierati a unirsi al corteo invece di limitarsi a osservarlo. La presenza poliziesca, imponente alle spalle e ai margini del percorso, è rimasta a lungo discreta, mentre il ponte del Mont-Blanc, escluso dal tracciato, restava presidiato da mezzi e idranti.
Le prime tensioni sono emerse presto, all’altezza della gare routière. Davanti alla Banque du Léman, presa d’assalto e devastata, una Tesla è stata data alle fiamme. I pompieri del SIS sono intervenuti sotto protezione della polizia, mentre il veicolo si riduceva a una carcassa annerita e il corteo rallentava senza spezzarsi. Poco dopo, nei pressi della stazione Cornavin, sono partiti i primi fumogeni per allontanare i gruppi più agitati. La massa dei manifestanti ha continuato a sfilare, tra cori e richiami a non cedere alle provocazioni, ma da quel momento la giornata ha cambiato tono.
Nel corpo della marcia si muovevano gruppi più radicali, non concentrati in testa ma dispersi tra i blocchi. La polizia li ha poi quantificati in circa 600 persone. Prima della partenza le forze dell’ordine avevano già sequestrato lungo il percorso materiali considerati pericolosi, segno di una tensione attesa e preparata. La linea rivendicata dalle autorità, fondata sull’equilibrio tra sicurezza e libertà pubbliche, è stata messa alla prova proprio in quella zona grigia, dove un corteo autorizzato e in larga parte pacifico ha convissuto con episodi di violenza mirata.
Gli scontri più duri sono arrivati alla fine dell’avenue Giuseppe-Motta, in direzione del quartiere internazionale. La polizia ha sparato fumogeni e lacrimogeni per respingere i gruppi più aggressivi, mentre la tensione si estendeva verso l’area delle Nazioni Unite. Pietre e fuochi d’artificio sono stati lanciati contro gli agenti, alcuni edifici legati alla presenza economica e istituzionale internazionale sono stati danneggiati e, in più punti, il traffico è stato bloccato da arredi urbani trascinati su sedi stradali e su quella ferroviaria.
Per alcune ore il quartiere è diventato il principale teatro del confronto, con la folla che arretrava lentamente verso il lago e le forze dell’ordine impegnate a impedire che i disordini si propagassero al resto della città. La scena è stata quella di una Ginevra blindata, preparata al peggio, ma attraversata anche da una protesta che, nella sua componente maggioritaria, continuava a presentarsi come contestazione politica del vertice e del modello economico rappresentato dai leader riuniti a Évian.
A conti fatti, i danni sono apparsi più contenuti di quanto temuto alla vigilia. L’incendio della Tesla e alcune vetrine infrante hanno segnato simbolicamente la giornata, ma la devastazione paventata non si è materializzata. In serata, dopo numerosi danneggiamenti, la polizia ha ordinato la dispersione del corteo. I trasporti pubblici hanno subito pesanti ripercussioni e diverse linee tramviarie sono state sospese per ragioni di sicurezza. Verso le 21 gran parte della manifestazione si era ormai dissolta, sebbene alcune centinaia di persone restassero ancora nell’area dell’avenue de France, attorno a un braciere improvvisato, in un faccia a faccia a distanza con gli agenti. Più tardi la tensione si è cristallizzata lungo il Quai Wilson, dove il cordone di polizia ha progressivamente respinto i contestatari verso il parco. A vigilare sul rispetto dei diritti, lungo il percorso, c’erano anche gli osservatori indipendenti del Centro per l’azione non violenta.
Le reazioni sono arrivate subito. La consigliera nazionale socialista Estelle Revaz ha difeso il diritto fondamentale di manifestare e deplorato gli eccessi, giudicandoli dannosi per le stesse cause dei manifestanti. Di segno opposto la lettura del consigliere nazionale UDC Yvan Pahud, secondo cui non esiste alcun «diritto a spaccare» e i disordini erano prevedibili. Gli organizzatori rovesciano la prospettiva. Per Alice Lefrançois, sindacalista del SIT e membro di No-G7, la risposta della polizia è stata sproporzionata e avrebbe contribuito ad aggravare l’escalation. Il vero pericolo, sostiene il collettivo, non è a Ginevra ma tra i potenti riuniti a Évian, mentre il clima di paura sarebbe stato alimentato dalle stesse autorità.
