Società

«Giovani autolesionisti? La colpa è anche del mondo troppo competitivo creato dagli adulti»

Sono due i casi che negli ultimi giorni hanno attirato l'attenzione dell'opinione pubblica: la diffusione di gruppi online al cui interno ragazzi incitano coetanee a compiere atti autolesionistici e le sfide di soffocamento tra giovani – Ne parliamo con Ilario Lodi, responsabile di Pro Juventute per la Svizzera italiana
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Mattia Darni
03.10.2026 06:00

Negli ultimi giorni, il tema dell'autolesionismo tra i giovani è tornato sotto i riflettori in Svizzera. Sono due, in particolare, i casi che hanno attirato l'attenzione dell'opinione pubblica. Il primo, portato alla luce da un'inchiesta del Tages-Anzeiger, riguarda gruppi online (che fanno parte di un ecosistema internazionale più ampio e vagamente interconnesso noto come «The Com», abbreviazione di «The Community») al cui interno ragazzi, spesso minorenni, incitano coetanee a compiere atti autolesionistici che possono arrivare fino al suicidio. Più l'atto compiuto dalla vittima è grave, più la persona che l'ha spinta a ferirsi sale nelle gerarchie della community. Attualmente, nel nostro Paese sono in corso indagini su 20 casi. Uno di essi riguarda un aggressore straniero che ha spinto la sua vittima svizzera al suicidio.

Il secondo fenomeno di cui recentemente si è tornati a parlare è quello del «choking game» (noto anche come «blackout challenge») che consiste nell'interrompere deliberatamente l'afflusso di ossigeno al cervello (tramite strangolamento con mani, corde, sciarpe o simili) al fine di indurre una breve sensazione di euforia o vertigine. Spesso questa pratica viene filmata e pubblicata sui social dai giovani. A suonare il campanello d'allarme, negli ultimi giorni, è stata la polizia svittese che, anche alla luce dei diversi episodi segnalati nel cantone, ha rilasciato un comunicato per sensibilizzare ragazzi e genitori sulla pericolosità del «choking game». Le conseguenze possono infatti essere gravi: danni permanenti alla salute e, nel peggiore dei casi, la morte.

In Ticino nessuna segnalazione

Pratiche, queste, allarmanti sia per via della giovane età dei protagonisti, sia per le ripercussioni che possono avere su questi ultimi. Ma nel nostro cantone quale è la situazione? Anche il Ticino è interessato da tali fenomeni? Da noi contattata, la polizia cantonale fa sapere che, per il momento, in Ticino non si registrano segnalazioni. Una conferma, questa, che ci arriva anche dal responsabile di Pro Juventute per la Svizzera italiana Ilario Lodi. Che poi precisa: «Ciò non toglie che già domani mattina potrebbero arrivare segnalazioni in quanto si tratta di un fenomeno globale. Se, quindi, in un futuro prossimo dovessero emergere casi anche alle nostre latitudini non sarei per niente sorpreso».

Serve un approccio globale

Ma cosa spinge i giovanissimi verso tali derive autolesionistiche? «Questi comportamenti rappresentano degli effetti perversi anche di tutto ciò che il mondo degli adulti chiede in continuazione a ognuno di noi: di essere competitivi», analizza Lodi. «I ragazzi, purtroppo, possono interpretare la richiesta anche in questo modo. Tali fenomeni, infatti, non sono altro che la rappresentazione concreta di una "filosofia di vita"».

A questo punto diventa importante capire da dove arrivi questa richiesta di competitività: dalla scuola, dai genitori o dal mondo del lavoro? «È un problema della società in generale e la responsabilità è di ordine politico», precisa il responsabile di Pro Juventute per la Svizzera italiana. «Non possiamo pensare di affrontare, e tantomeno di risolvere, questioni così delicate per settori. È per questo che come Pro Juventute chiediamo che il problema sia assunto, per quanto riguarda il Ticino e la Svizzera, dal Governo nella sua totalità».

Nell'analisi sui comportamenti pericolosi degli adolescenti non vanno nemmeno sottovalutati il bisogno di sentirsi parte di un gruppo e quello di un riconoscimento sociale. «Se i giovani si sentono costantemente dire che devono essere più bravi e più performanti degli altri, possono andare alla ricerca di una dimensione di collettività anche in queste sfide che vanno oltre ogni ragionevolezza», analizza Lodi.

In generale, secondo Pro Juventute oggi non si fa abbastanza per tutelare i ragazzi. «Stiamo mettendo cerotti su situazioni tanto gravi da non poter essere affrontate in maniera settoriale», ribadisce il nostro interlocutore. 

Una generazione di voyeur

A giocare un ruolo di primo piano sono anche i social. «Non dobbiamo essere così ingenui da credere che essi siano strumenti neutrali», denuncia Lodi. «Queste piattaforme sono come degli amplificatori: fenomeni che un tempo restavano di natura privata, adesso si trasformano in qualcosa di collettivo. Sui social c'è infatti sempre un pubblico pronto a osservare ogni nostra mossa». Un aspetto, quest'ultimo, che non va sottovalutato. «Siamo una generazione voyeurista: non dobbiamo dunque stupirci se oggi si assiste a una vera e propria esplosione delle sfide, anche pericolose. Nella società attuale il "penso, dunque sono" di cartesiana memoria è stato sostituito dal "sono presente, dunque sono"».

Se i social costituiscono insomma una parte del problema, bisogna allora capire come annullarne, o quantomeno mitigarne, l'influenza sui giovani. «L'approccio è duplice: fino a una certa età bisognerebbe vietare ai ragazzi l'accesso alle piattaforme e, al contempo, si dovrebbe fornire loro un'educazione a 360 gradi alle nuove tecnologie», spiega il responsabile di Pro Juventute per la Svizzera italiana.

Fondamentale è anche l'approccio che si intende adottare nei confronti delle piattaforme online. «Non dobbiamo insegnare ai ragazzi come usare i social bensì a vivere in un mondo in cui ci sono i social», chiarisce Lodi.

Consigli utili

Resta infine da capire quali consigli fornire a genitori e ragazzi per affrontare in modo corretto situazioni che potrebbero diventare pericolose. Come indica la polizia svittese nel suo comunicato, per gli adulti è importante mantenere un dialogo costante con i giovani. I ragazzi, invece, non si devono lasciare convincere a commettere gesti autolesionistici e devono intervenire quando vedono coetanei in situazioni potenzialmente pericolose segnalandole immediatamente a un adulto.

Anche Pro Juventute è attiva in prima linea nel sostenere ragazzi e genitori che si trovano ad affrontare situazioni difficili. Nello specifico, i ragazzi possono chiamare il numero 147, chattare con un consulente via WhatsApp oppure scrivere una mail (per accedere a questi ultimi due servizi basta consultare il sito 147.ch). Per i genitori, Pro Juventute propone una consulenza telefonica 24 ore su 24 attiva 365 giorni all'anno al seguente numero: 058/261.61.61. Come i ragazzi, parimenti i genitori possono inoltre usufruire di un servizio via WhatsApp e di uno via mail, accessibili tramite il sito web di Pro Juventute.