Giovani, il fragile equilibrio tra arrivi e partenze in Ticino

La tendenza è nota, ma è urgente comprenderne l’impalcatura. Il Ticino fatica sempre più a trattenere i giovani residenti tra i 25 e i 35 anni. A dirlo sono i dati dell’Ufficio cantonale di statistica (Ustat) sui flussi migratori, pubblicati ieri; dati che mostrano come negli ultimi vent’anni il fenomeno si sia progressivamente intensificato, sollevando interrogativi sul futuro demografico ed economico del Cantone.
Il salvagente internazionale
Tra il 2015 e il 2024 sono partiti dal Ticino, in media, 2.477 giovani all’anno, mentre gli arrivi si sono attestati a 2.769 persone. Il risultato è un saldo migratorio complessivo positivo di circa 300 persone all’anno. Un dato apparentemente rassicurante, che tuttavia nasconde un equilibrio più fragile.
A pesare è soprattutto la mobilità interna alla Svizzera. Il saldo migratorio intercantonale dei 25-35enni è infatti stabilmente negativo: in media, ogni anno, il Ticino registra un deficit di circa 495 persone nei confronti degli altri cantoni.
A compensare questa perdita sono gli scambi con l’estero. Il saldo migratorio internazionale raggiunge infatti circa +788 persone all’anno, sostenuto da oltre 2.150 arrivi medi annui. Una componente importante, composta in larga misura da persone provenienti dall’Italia.
Il quadro che ne risulta è quindi chiaro: il Ticino continua ad attrarre giovani dall’estero, ma perde residenti della stessa fascia d’età verso il resto della Svizzera. È proprio questo squilibrio a rendere più delicato il bilancio demografico cantonale.
Mobilità in aumento
Rapportando partenze e arrivi alla popolazione residente della stessa fascia d’età, emerge poi una crescita marcata della mobilità.
Dal 2000 a oggi, il tasso di partenze dei 25-35.enni è quasi raddoppiato, passando da 38 a 75 persone ogni mille residenti. Anche il tasso di arrivi è cresciuto sensibilmente, da 27,5 a 62,4 per mille.
Questa tendenza riguarda l’intera Svizzera, ma in Ticino assume caratteristiche particolari, legate alla posizione geografica, alla vicinanza con l’Italia, alla dimensione del cantone e alla struttura del mercato del lavoro.
La lingua italiana facilita infatti i rapporti con l’Italia e rende il cantone una destinazione naturale per molti giovani italiani. Allo stesso tempo, il mercato del lavoro ticinese, più piccolo e con salari mediamente inferiori rispetto a quello della Svizzera tedesca e francese, può spingere alcuni giovani ticinesi a cercare opportunità altrove.
Laureati che restano
Nel frattempo è cambiata anche la composizione della popolazione giovane. Nella fascia tra i 25 e i 35 anni, la quota di persone con un titolo di formazione terziaria è passata dal 19,6% nel 2000 al 49,4% nel 2024.
Ed è proprio guardando ai laureati che emerge un’altra indicazione importante.Per capire quanti giovani ticinesi rimangano effettivamente legati al cantone dopo gli studi, USTAT ha incrociato per la prima volta in modo sistematico i dati dei percorsi formativi con quelli dei domicili.
Il risultato complessivo è che circa sette laureati ticinesi su dieci vivono ancora in Ticino cinque anni dopo la laurea. La quota appare sostanzialmente stabile negli anni: tra i 1.119 laureati del 2019, ad esempio, il 69,1% risultava domiciliato nel cantone cinque anni dopo il titolo.
La parte restante si trova soprattutto nel resto della Svizzera: poco più di un laureato su cinque. Circa il 5%, invece, risiede all’estero.
Il fattore geografico
Ma la vera differenza emerge quando si considera dove sono stati completati gli studi. Tra coloro che hanno conseguito il titolo in Ticino, all’USI o alla SUPSI, la permanenza nel cantone è particolarmente elevata: l’88,7% dei 514 laureati della coorte 2019 aveva ancora il domicilio principale in Ticino cinque anni dopo.
Il dato cambia radicalmente per chi ha scelto un ateneo oltre Gottardo. Tra i 605 laureati del 2019 che hanno studiato nel resto della Svizzera, solo il 52,4% risultava domiciliato in Ticino cinque anni dopo.
Insomma, il luogo in cui si studia sembra dunque avere un peso tutt’altro che secondario. La formazione universitaria non rappresenta soltanto un percorso accademico, ma contribuisce a costruire reti sociali, professionali e personali che possono incidere sulle successive scelte di domicilio e di lavoro.
Un equilibrio difficile
La domanda, per il futuro, è quindi quanto a lungo questo meccanismo potrà compensare la perdita di giovani verso gli altri cantoni. Se la tendenza dovesse proseguire, le conseguenze potrebbero andare oltre la semplice statistica migratoria, toccando l’invecchiamento della popolazione, la disponibilità di forza lavoro qualificata e la sostenibilità del sistema di welfare cantonale.Per il nostro Cantone è un dato da sottolineare con il pennarello rosso, non soltanto perché si intreccia con il fenomeno della fuga dei cervelli, ma anche perché, più in generale, ha una valenza politica e sociale tutt’altro che trascurabile.
