Gli indici PMI sorprendono

C'è più ottimismo nell'industria e nei servizi in Svizzera, con in particolare il settore secondario che - malgrado le incognite legate alla guerra in Medio Oriente - mostra un significativo passo avanti dopo anni di magra: è questa, in estrema sintesi, l'informazione che emerge dagli indici PMI elvetici, cioè dagli indicatori sul comportamento dei manager che, nelle imprese, si occupano degli acquisti aziendali.
Per quanto riguarda l'industria il parametro si è attestato in marzo a 53,3 punti, a fronte dei 47,4 punti di febbraio, ha indicato oggi UBS, istituto che pubblica e interpreta i dati raccolti attraverso un sondaggio dell'associazione di categoria Procure.ch. L'indicatore passa quindi al di sopra della soglia di crescita fissata a 50 ed è una grande novità, considerando che è la prima volta che questo succede dopo 38 mesi consecutivi, cioè dal dicembre 2022. Il dato è anche superiore alle previsioni degli analisti interrogati dall'agenzia Awp, che andavano da 45,0 a 49,9 punti. «Resta tuttavia da vedere se questo miglioramento sarà duraturo», chiosano gli esperti di UBS.
I servizi
Passando all'ambito dei servizi, il relativo indice PMI si è attestato in marzo a 57,2 punti, con un miglioramento mensile pure di 3,0 punti. L'indicatore si rafforza quindi al di là della soglia di crescita e anche in questo caso supera le aspettative degli economisti, che scommettevano su valori fra 50,0 a 53,9 punti. In entrambi i settori - industria e servizi - può essere osservato con particolare attenzione il segmento dell'impiego: nel ramo secondario il relativo sottoindice è salito a 49,7 (+1,4 punti) mentre nel terziario ha raggiunto 52,2 punti (+2,6 punti).
L'effetto Donald Trump
I sondaggisti hanno anche posto alle imprese domande speciali relative all'impatto della politica doganale del presidente americano Donald Trump. Il 35% delle aziende si aspetta un aumento delle tendenze protezionistiche nei prossimi dodici mesi, un dato di 12 punti percentuali superiore al rilevamento di febbraio e al livello massimo da ottobre. La maggioranza degli intervistati continua comunque a prevedere un impatto invariato delle barriere commerciali.
La versione svizzera dell'indice PMI si inserisce in una tradizione nata negli Stati Uniti che risale ai primi decenni del secolo scorso: è stato infatti nel 1931 che la National Association of Purchasing Management (NAPM) raccolse per la prima volta i dati degli acquisti. Oggi in tutto il mondo il PMI figura fra gli indicatori economici più seguiti per tastare il polso di un'economia. Normalmente gli indici vengono pubblicati il primo giorno feriale del mese: è stato il caso anche oggi.
Gli analisti cauti
Dopo la sorprendente impennata dell'indice PMI industriale svizzero di marzo, tornato sopra la soglia di crescita per la prima volta in 38 mesi, economisti e analisti invitano alla cautela. Quello che a prima vista appare come un deciso cambio di rotta potrebbe nascondere fragilità strutturali, legate soprattutto alle tensioni geopolitiche e alla forza del franco.
Stando agli specialisti il balzo del PMI (Purchasing Managers Index: sondaggio fra i responsabili degli acquisti nelle imprese) a 53,3 punti (da 47,4 di febbraio) sarebbe infatti da attribuire in parte all'allungamento dei tempi di consegna. Un elemento che di solito riflette un incremento della domanda e viene perciò valutato positivamente nell'indicatore. «Ma alla luce del conflitto in Medio Oriente i tempi di consegna più lunghi sono probabilmente dovuti a interruzioni delle catene di approvvigionamento», sottolineano gli analisti di UBS, istituto che pubblica e interpreta i dati raccolti attraverso il sondaggio dell'associazione di categoria Procure.ch.
Anche gli economisti di Raiffeisen mettono in guardia da un eccesso di ottimismo. «La ripresa poggia su piedi d'argilla», scrivono in una nota. L'aumento del PMI per le piccole e medie imprese - un indicatore calcolato dall'istituto, passato da 53,5 a 55,0 punti - è stato trainato prevalentemente dalle aziende orientate al mercato interno, mentre quelle esportatrici non hanno contribuito alla crescita.
Il quadro è reso ancora più incerto dal perdurare del conflitto in Medio Oriente, che secondo gli esperti ha attenuato le speranze di una fine della crisi industriale. Nella stessa rilevazione di Raiffeisen emergono infatti già i primi segnali di frenata: quasi il 40% delle piccole e medie imprese interpellate prevede ripercussioni negative sui propri piani di investimento a causa della situazione geopolitica.
A pesare sulle prospettive del ramo contribuiscono inoltre la forza del franco e i rincari energetici. Numerose aziende esportatrici hanno citato la valuta elvetica come un fattore di pressione nei commenti allegati al sondaggio. Quanto all'energia, le piccole e medie imprese, che spesso fanno capo a contratti a lungo termine con fornitori locali, avvertono l'incremento dei prezzi solo con ritardo, ma il costo complessivo rimane un elemento da non sottovalutare.
Segnali di raffreddamento giungono peraltro anche da un altro indicatore che anticipa le tendenze: il barometro congiunturale dell'Istituto KOF del Politecnico federale di Zurigo, pubblicato due giorni or sono, è sceso inaspettatamente al di sotto della sua media di lungo periodo. Il calo è stato attribuito al peggioramento delle prospettive per l'industria esportatrice in conseguenza della guerra in Medio Oriente.