La guerra in Medio Oriente

«Gli USA hanno attaccato l’Iran anche per fermare la Cina»

Intervista ad Alessandro Arduino, docente al King's College di Londra ed esperto in materia di sicurezza
Le innovazioni tecnologiche legate allo sviluppo dei sistemi di intelligenza artificiale hanno completamente cambiato la guerra. ©Gorodenkoff
Dario Campione
15.03.2026 20:15

Alessandro Arduino è docente affiliato al Lau China Institute del King’s College di Londra e ricercatore al Royal United Services Institute (RUSI), il think tank più antico in materia di difesa e sicurezza del Regno Unito. Il suo ultimo lavoro è La guerra è cambiata. Droni, IA e mercenari (Einaudi 2026).

Professor Arduino, perché e come la guerra è cambiata? Ed è possibile parlare di “nuova guerra” di fronte a un utilizzo sempre più massiccio, in campo bellico, delle tecnologie digitali?
«Decisamente si può utilizzare il termine “nuova guerra”. Le nuove tecnologie stanno promuovendo un’accelerazione del conflitto. Per la prima volta nella storia bellica i soldati nel campo di battaglia vivono in un ambiente totalmente trasparente».

Che cosa intende dire?
«Sia di giorno sia di notte, le truppe sul terreno possono essere continuamente osservate da satelliti, palloni aerostatici, droni e sensori. Tutti i campi di battaglia sono inondati da questi sensori che permettono di scorgere ogni minimo movimento: di giorno e, soprattutto, di notte. Sono sensori multispettrali che passano dagli infrarossi alle microonde, fino ai segnali acustici. Il problema di nascondersi diventa reale. Chi prima viene visto, prima viene eliminato. Nelle guerre precedenti c’erano comunque attimi di tregua. Adesso non più. La frizione è continua. E anche se non si è in battaglia, la paura di essere sempre sotto osservazione nemica si radica nei soldati».

Nella sua ultima ricerca lei afferma che, a dispetto di ogni innovazione tecnologica, tre verità rimangono reali quando si parla di guerra. Ovvero che la stessa guerra non sarà mai breve, non sarà mai economica - così come dimostrano, peraltro, le cifre relative ai costi sostenuti dagli USA nei primi giorni di attacco all’Iran - e sempre causerà vittime.
«Oggi si parla molto di guerra tecnologica con nuovi software e algoritmi di puntamento e di ricerca del nemico, di intelligenze artificiali onniscienti e, soprattutto, di macchine, di droni. L’uomo si è sempre innamorato delle tecnologie belliche e ha sempre vissuto un’illusione, soprattutto da quando la tecnologia si è sviluppata sempre di più: che le guerre potessero essere veloci, economiche e, soprattutto, senza vittime, fossero esse militari o civili. Dalla Seconda guerra mondiale in poi c’era la presunzione che l’aeronautica da sola bastasse per vincere una guerra, che non ci fosse bisogno di boots on the ground, dei soldati che muoiono nelle trincee per difendere la bandiera. La guerra solo aerea, però, non basta. Anche se la tecnologia ci nutre sempre di questa illusione».

È illusorio anche che si possa vincere una guerra in pochi giorni. Sebbene il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, abbia detto che l’Iran è stato sconfitto in due ore.
«Tutti iniziano con l’idea di una guerra lampo, una Blitzkrieg che finisce sempre per trasformarsi in una carneficina lunga anni. In Iran stiamo assistendo a una guerra soltanto aerea, una guerra di missili e di droni, in cui la prima parte non sarà velocissima, probabilmente durerà settimane, se non mesi. La seconda parte del conflitto sarà invece economica. Già adesso è chiaro il divario finanziario tra un drone che costa 35 mila dollari e un missile che invece ne costa 500 mila o un milione».

Si può affermare che l’intelligenza artificiale ha sconvolto ulteriormente il modo di fare oggi la guerra?
«Sì, certamente. Ho dedicato un ampio spazio della mia ricerca all’intelligenza artificiale perché bisogna parlarne. Bisogna cioè, sempre di più, comprendere come non sia soltanto futuribile il processo in cui una macchina autonoma e non automatica sceglie vita e morte di esseri umani. Già accade. È successo a Gaza, dove Israele ha dispiegato tre tipi di intelligenze artificiali per sistemi di puntamento. Il Pentagono ha rilasciato dati che dimostrano come durante il rapimento di Nicolás Maduro, in Venezuela, sia stata utilizzata l’intelligenza artificiale. Anche in Iran il Pentagono sta utilizzando software per il sistema di puntamento, di ricerca e di tracciamento dati. Credo che sia sempre più urgente la necessità di discutere, non solo a livello tattico, operativo e militare, ma proprio a livello civile l’utilizzo dell’intelligenza artificiale, che comunque è già parte del sistema bellico. La persona comune deve avere nozione del fatto che le cose stanno cambiando».

Lei ha vissuto e lavorato a lungo in Cina, Paese che conosce benissimo. Dal suo studio emerge come il tema dei prossimi anni sia proprio la competizione tra Pechino e Washington sullo sviluppo dell’intelligenza artificiale. In che direzione si muove, questa competizione? E come può terminare?
«Ho avuto la fortuna di vivere 22 anni in Cina e di osservarne la società quotidianamente. Anche per questo, alcuni dei miei punti di vista sono un po’ diversi da quelli utilizzati dalla maggior parte degli analisti in Occidente. Stati Uniti e Cina sono gli unici due Paesi che possono veramente competere in questo momento per la supremazia nell’intelligenza artificiale. Entrambi hanno le capacità finanziarie e tecniche per sviluppare data center propri, possiedono una mole di dati tale da sviluppare intelligenza artificiale in termini di Large Language Model (LLM) proprio perché gli stessi dati sono legati alle due lingue maggiormente usate sul pianeta: l’inglese e il cinese. L’italiano, ma anche lingue come l’arabo, non hanno un numero sufficiente di dati tale da permettere lo sviluppo di sistemi LLM simili a quelli sviluppati in inglese e cinese. C’è poi una volontà precisa dei due Governi, declinata in modi completamente diversi. Quello cinese è verticistico. Pechino decide, il resto della società segue. Quello americano è tuttora basato sullo sviluppo delle imprese private, sulla mano invisibile del mercato, con le Big Tech che vanno avanti seguendo ciò che il mercato propone. Il problema, secondo me, è per gli altri, a partire dall’Europa. Non avendo questa possibilità di avere i data center, di avere gli LLM, di avere le energie, i capitali e la volontà di Stato, tutti i Paesi devono in qualche modo diluire la propria sovranità nazionale. Se scelgono di utilizzare un provider, che sia americano, cinese o quant’altro, devono fare una scelta. E questo si vede molto nei Paesi del Golfo, ad esempio, che sono un po’ in bilico tra la scelta americana e quella cinese».

La guerra di Israele e Stati Uniti contro l’Iran potrebbe essere letta come un tentativo di Washington di bloccare l’espansione cinese in Medio Oriente?
«Certamente. Siamo di fronte a una guerra su più livelli, non soltanto a un conflitto generato dalla necessità di distruggere il deterrente nucleare iraniano. Le dinamiche sono numerose, e all’interno di queste dinamiche c’è anche il discorso Cina. In Medio Oriente, uno dei pilastri della Belt and Road, la nuova Via della seta di Xi Jinping, è l’Iran, che esporta il 90% del suo petrolio verso la Cina. Il 30% del greggio e del gas che transitano dallo Stretto di Hormuz è diretto verso la Cina. Allo stesso modo, e quasi contemporaneamente, con il collasso del Governo di Maduro in Venezuela, la Casa Bianca ha fatto saltare un altro pilastro della Belt and Road, stavolta in America Latina. Resta da vedere come Pechino ne uscirà: geograficamente, l’Iran è troppo importante per la Cina. Si affaccia sul Mar Caspio e lega l’asse centro-asiatico con la Cina occidentale e, soprattutto, con il Golfo Persico. Teheran rimane un partner strategico per i cinesi».

La Cina, però, si guarda bene dall’intervenire.
«Sì, perché sia l’Iran sia il Venezuela sono sicuramente partner strategici, ma non sono alleati. Una differenza fondamentale».

Pensa che sia del tutto impossibile che la tecnica allontani la guerra invece di perfezionarla? È vano pensare che un mondo sempre più tecnologizzato possa aspirare alla pace? Voglio dire, la corsa frenetica della tecnologia è comunque orientata al dominio di pochi su molti?
«Io credo che, in questo specifico momento storico, la tecnologia bellica favorisca la dottrina dell’attacco rispetto a quella della difesa. Basta guardare ai droni: 20 mila euro per attaccare, milioni di euro per difendersi. Le nuove tecnologie accelerano molti processi cui l’uomo stenta a stare dietro. L’intelligenza artificiale può gestire in contemporanea centinaia di monitor e una quantità enorme di informazioni. E poi - talvolta lo dimentichiamo, ma è fondamentale - l’uomo deve anche dormire, l’intelligenza artificiale non ne ha bisogno».

Se volessimo riassumere: la tecnologia ha cambiato la guerra non per cancellarla ma, in qualche modo, per accelerarla, all’interno di una competizione che rischia di essere sempre più distruttiva, dato che le armi comunque sono sempre più efficaci. Davvero l’uomo non riesce a soffocare il proprio desiderio di distruggere il nemico?
«La competizione per l’intelligenza artificiale conduce a questa accelerazione, e il problema è nostro, degli europei. La guerra è stato un risveglio scioccante per il Vecchio continente. Se guardiamo al Medio Oriente, se guardiamo soprattutto all’Africa, lì non c’è stato mai questo risveglio perché non c’è mai stato un sonno ristoratore. Ma sempre guerra. L’Europa aveva scelto la via della pace, e ora esce da questo sogno decennale di pace continua in modo traumatico».