Gli USA: «Per la Svizzera nuovi dazi al 12,5% perché non fa abbastanza contro il lavoro forzato»

Brutte notizie per la Svizzera: gli Stati Uniti la accusano di non fare abbastanza per combattere il lavoro forzato e per questa ragione vogliono proporre nuovi dazi fino al 12,5%. A lanciare la proposta è il rappresentante per il commercio degli Stati Uniti (USTR) Jamieson Greer. Una brutta gatta da pelare per la Segreteria di Stato dell'economia (SECO).
Secondo un rapporto di 98 pagine pubblicato nella notte tra martedì e mercoledì, tale inadempienza da parte elvetica sfavorisce l'economia statunitense. Per Washington, infatti, i produttori a stelle e strisce non possono competere contro prodotti che possono essere realizzati a costi nettamente inferiori grazie al ricorso al lavoro forzato. Il rapporto supporta questa affermazione con dati sulle importazioni di riso dal Myanmar e di tabacco dal Malawi, confrontati con i prodotti statunitensi.
Al momento non è chiaro l'impatto che questi nuovi dazi potrebbero avere sulla Svizzera. La mossa statunitense, ad ogni modo, potrebbe avere un impatto significativo sul nostro Paese in quanto la sua economia è fortemente orientata all'esportazione. Tanto più che gli USA costituiscono uno dei mercati più importanti per le aziende svizzere. I settori farmaceutico, meccanico e dei beni di lusso, in particolare, stanno seguendo con attenzione gli sviluppi.
La SECO respinge le accuse
Per la Svizzera il nuovo rapporto arriva in un momento delicato: Berna e Washington stanno attualmente negoziando una soluzione alla controversia sui dazi. La direttrice della SECO Helene Budliger Artieda aveva dichiarato proprio la scorsa settimana che la Svizzera si trova «in dirittura d'arrivo» nei colloqui con gli Stati Uniti. Si è detta fiduciosa che si possa raggiungere un accordo entro la scadenza fissata da Trump, il 9 luglio. Oltre all'aliquota daziaria generale del 10%, sono in discussione dazi supplementari specifici per Paese; per la Svizzera si è parlato finora del 21%.
La Svizzera respinge con decisione le accuse di Washington relative al lavoro forzato. Budliger Artieda aveva già dichiarato ad aprile che il lavoro forzato è vietato in Svizzera dalla Costituzione, dal diritto civile e dal diritto penale. «La Svizzera svolge un ruolo pionieristico a livello internazionale ed è stata il primo Paese a inserire il divieto di lavoro forzato nella legislazione sugli appalti pubblici», aveva affermato. Inoltre, gli obblighi di diligenza per le imprese sarebbero ulteriormente inaspriti.
Secondo gli Stati Uniti, in Svizzera manca tuttavia un divieto esplicito di importazione dei prodotti realizzati con il lavoro forzato. Ciò potrebbe causare distorsioni della concorrenza, sostiene Washington. La SECO ribatte che non vi sono indicazioni che le pratiche commerciali svizzere penalizzino le imprese statunitensi o che le catene di approvvigionamento legate alla Svizzera traggano vantaggio dal lavoro forzato. Dazi aggiuntivi non sarebbero quindi né giustificati né adeguati per affrontare il problema.
Non solo la Svizzera
La Svizzera non è comunque il solo Paese finito nel mirino di Greer: 60 sono le nazioni o le regioni economiche che rischiano di vedersi applicare nuovi dazi, che vanno dal 10% al 12,5%.
In questo modo l'USTR sta cercando di rilanciare la propria politica tariffaria dopo le battute d'arresto legali subite dall'amministrazione Trump. Tali tariffe saranno sottoposte a un periodo di consultazione pubblica prima di una decisione definitiva. Non è infatti ancora dato sapere quando queste nuove tariffe saranno eventualmente applicate. A tale proposito va poi sottolineato che i Paesi finiti nel mirino di Greer sono invitati a presentare osservazioni scritte entro il 6 luglio e l'USTR terrà successivamente delle audizioni.
L'USTR ha affermato che 54 dei 60 Paesi e regioni economiche analizzati «non sono riusciti a imporre e a far rispettare efficacemente il divieto di importazione di merci prodotte con il lavoro forzato». Questo gruppo comprende, tra gli altri, la Svizzera, la Cina, il Vietnam, Taiwan e il Regno Unito, a cui verrebbero imposti dazi del 12,5%. Altri sei Paesi – Canada, Ecuador, Indonesia, Messico, Pakistan e l'Unione Europea – sono stati accusati di non aver applicato efficacemente tali divieti, e si vedrebbero applicare dazi del 10%.
«L'incapacità dei nostri più importanti partner commerciali di affrontare il problema dell'importazione di merci prodotte con il lavoro forzato è inaccettabile», ha dichiarato Greer in un comunicato. «Questo crea una dinamica in cui i lavoratori statunitensi sono costretti a competere a livello globale in condizioni di disparità».
Numerose esenzioni
I nuovi dazi non si applicherebbero comunque a tutti i prodotti indiscriminatamente in quanto sono previste alcune esenzioni come, per fare qualche esempio, per la carne bovina, il caffè e alcuni tipi di frutta secca. Saranno esentate anche le merci provenienti da Canada e Messico che aderiscono a un accordo di libero scambio nordamericano, così come alcuni prodotti tessili e di abbigliamento.
Gli USA puntano a dazi più duraturi
Dopo che la Corte suprema ha annullato una serie di dazi imposti dal presidente Donald Trump a febbraio, i funzionari statunitensi hanno avviato nuove indagini commerciali come passo verso l'imposizione di dazi più duraturi. Oltre alle indagini sul lavoro forzato, l'inviato commerciale statunitense ha anche avviato indagini sulla sovraccapacità industriale. Quello che si vuole fare da parte statunitense, insomma, è far rientrare dalla finestra dazi che erano stati buttati fuori dalla porta.
