Gli USA vogliono dominare l’IA con poche regole e senza garanzie

I giganti hanno paura che le regole possano rallentare i loro passi. Sono le regole, o meglio, è un’eccessiva regolamentazione a impedire agli Stati Uniti di vincere nel più breve tempo possibile la corsa all’intelligenza artificiale. È quanto sostengono le Big Tech. In risposta a queste preoccupazioni, negli scorsi giorni l’amministrazione Trump ha presentato il quadro legislativo nazionale sull’intelligenza artificiale, partendo - nel comunicato di accompagnamento - da queste precise parole: «L’amministrazione Trump è determinata a vincere la corsa all’intelligenza artificiale per inaugurare una nuova era di prosperità umana, competitività economica e sicurezza nazionale per il popolo americano. Il raggiungimento di questi obiettivi richiede un quadro politico nazionale di buon senso che consenta all’industria americana di innovare e prosperare e che garantisca che tutti gli americani traggano beneficio da questa rivoluzione tecnologica». Quasi surreale, in un documento ufficiale, l’ammissione successiva: «L’amministrazione riconosce che alcuni americani nutrono incertezze su come questa tecnologia rivoluzionaria influenzerà questioni a loro care, come il benessere dei propri figli o la bolletta elettrica mensile. Queste problematiche, insieme ad altre considerazioni emergenti in materia di politica sull’IA, richiedono una forte leadership federale per garantire la fiducia del pubblico nello sviluppo e nell’utilizzo dell’IA nella vita quotidiana». E forse, proprio per questo motivo, il primo obiettivo dichiarato è la protezione dei bambini, che passa soprattutto non tanto dalle regole imposte all’IA, bensì dalla responsabilizzazione dei genitori, «i più indicati per gestire l’ambiente digitale e l’educazione dei propri figli». E allora la soluzione suggerita nel piano è quella di assegnare loro, ai genitori, strumenti per controllare gli account dei figli. Certo, poi - «inoltre» -, le piattaforme dovrebbero «implementare funzionalità per ridurre il rischio di sfruttamento sessuale dei bambini». I restanti cinque punti vanno invece nella direzione di incalzare i giganti per non frenarne la corsa.
Le critiche a Bruxelles
Non è un caso se, due settimane fa, Andrew Puzder, ambasciatore statunitense a Bruxelles, ha invece rivolto critiche esplicite all’attitudine europea nei confronti dell’intelligenza artificiale. «Si tratta di un sistema di regolamentazione, di pressioni normative che impediscono alle aziende tecnologiche di crescere come dovrebbero». Ha proseguito, nel quadro del Brussels AI Symposium, quindi - diciamo così - nelle vesti di ospite: «Ogni volta che ci giriamo, arriva una nuova normativa, o le regole cambiano. Abbiamo appena pagato una multa salata, e le regole cambiano di nuovo, e poi arriva un’altra multa. È molto difficile introdurre nuove tecnologie ed è molto difficile crescere in Europa quando ci si trova di fronte a questi ostacoli». Torniamo ora ai punti presentati da Donald Trump. Il quinto: promuovere l’innovazione e garantire il primato americano nell’IA. Leggiamo: «L’amministrazione chiede al Congresso di adottare misure per rimuovere gli ostacoli obsoleti o superflui all’innovazione e accelerare la diffusione dell’IA in tutti i settori industriali». Come sottolineato in seguito, per la Casa Bianca è «fondamentale» che questo quadro normativo può avere successo solo se applicato in modo uniforme in tutti gli Stati Uniti. «Un insieme frammentario di leggi statali contrastanti minerebbe l’innovazione americana e la nostra capacità di essere leader nella corsa globale». Nel mirino di Trump, in questo caso, ci sono i singoli Stati resilienti, i quali - come osservano diversi analisti - guidano proprio la lotta per proteggere gli americani dai rischi legati all’IA. Non va dimenticato che, soltanto pochi mesi fa - era l’11 dicembre -, lo stesso presidente americano ha firmato un decreto esecutivo volto proprio a neutralizzare le leggi statali che limitano il settore. «Ho revocato il tentativo del mio predecessore di paralizzare questo settore e ho incaricato la mia amministrazione di rimuovere gli ostacoli alla leadership degli Stati Uniti nell’intelligenza artificiale». E già allora sottolineava, sempre nel documento ufficiale: «Fino a quando non esisterà uno standard nazionale, è imperativo che la mia amministrazione intervenga per arginare le leggi più onerose ed eccessive provenienti dagli Stati che minacciano di ostacolare l’innovazione». Questa è la direzione: una politica nazionale unica, con pochi freni e con poche garanzie per i cittadini, ma con lo scopo dichiarato di vincere la corsa, dominandola (l’unico modo per vincerla). E agendo, quindi, entro l’anno, per trasformare questo piano in un disegno di legge firmato da Trump stesso, il quale si dice convinto di poter ottenere un sostegno bipartisan dal Congresso. Michael Kratsios, direttore dell’Ufficio per la politica scientifica e tecnologica della Casa Bianca, intervistato da Fox News, ha fatto la sua richiesta al Congresso, ovvero di «garantire che i genitori abbiano la possibilità di plasmare e proteggere l’educazione digitale dei propri figli».
Le politiche restrittive
A Trump e ai suoi uomini non vanno giù le politiche restrittive dei singoli Stati americani (di alcuni tra essi) e dell’Unione europea. Le pressioni in questo senso sul Congresso sono diverse rispetto a quelle nei confronti degli Stati europei, ma sono per certi versi simili nei modi. Lo scorso novembre era stato Howard Lutnick, segretario al Commercio statunitense - che anche la Svizzera ha imparato bene a conoscere -, a consigliare all’Europa di «riconsiderare» le proprie regole per le grandi aziende tecnologiche nel caso in cui desiderasse ottenere tariffe doganali ribassate sulle esportazioni di acciaio e alluminio. L’Europa riflette sulle proprie stesse regole, messa alle corde dagli Stati Uniti ma anche costretta a rincorrere chi davvero sta dominando la stessa corsa commerciale a cui vorrebbero partecipare le aziende del Vecchio Continente. A Torino, a inizio ottobre, Ursula von der Leyen ricordava: «Non possiamo accettare che i nostri talenti siano costretti ad andarsene per trovare opportunità altrove. Voglio un’Europa all’altezza delle vostre ambizioni. La missione che mi guida ogni giorno è fare in modo che il meglio dell’Europa scelga di restare in Europa, e che il futuro dell’intelligenza artificiale si costruisca qui». A febbraio, rivolgendosi al Parlamento europeo, sottolineava l’urgenza della situazione, ricordando al pubblico che «la competitività non è solo il fondamento della nostra prosperità, ma anche della nostra sicurezza e, in ultima analisi, anche delle nostre democrazie».
Accelerare e frenare
Riassumendo, l’Europa sembra conscia della posta in gioco, ma sa che non può spingersi oltre alcuni limiti. La sua legge sull’IA, si apre con questa descrizione: «La legge sull’intelligenza artificiale è il primo quadro giuridico in assoluto sull’IA, che affronta i rischi a essa connessi e pone l’Europa in una posizione di leadership a livello globale. L’AI Act (regolamento che stabilisce norme armonizzate in materia di intelligenza artificiale) è il primo quadro giuridico completo sull’IA a livello mondiale. L’obiettivo del regolamento è promuovere un’IA affidabile in Europa». Il cosiddetto Digital Omnibus proposto dalla Commissione europea rappresenta l’intenzione dell’UE di semplificare il proprio impianto normativo digitale. Proprio per non perdere in competitività. Ma a una accelerazione segue già una frenata: il voto recente dell’Europarlamento impone un riassetto delle scadenze (rinviandole) e delle priorità, ma anche l’inserimento di divieti più espliciti sugli usi considerati ad alto impatto sociale (basti pensare alla manipolazione delle immagini e alla diffusione di fake sintetici). Per buona pace delle autorità e dei colossi statunitensi.
La stretta di Bruxelles sui deepfake
Lo scorso 5 dicembre, su X, Elon Musk scriveva così: «L’Unione europea dovrebbe essere abolita e la sovranità restituita ai singoli Paesi, in modo che i governi possano rappresentare meglio i propri cittadini». E scriveva così in risposta a una multa da 120 milioni di euro comminata, proprio a X e proprio dalla Commissione europea, per violazione del regolamento «made in UE» che da febbraio 2024 impone alle grandi piattaforme digitali nuovi obblighi di trasparenza e responsabilità sui contenuti. Anche il vicepresidente americano J.D. Vance ha reagito nella stessa direzione: «L’UE dovrebbe sostenere la libertà di parola, non attaccare le aziende americane per spazzatura». Musk e Vance hanno finto di non cogliere come il verdetto non avesse nulla a che fare con la censura. A fine gennaio, la Commissione europea ha poi aperto un’indagine su Grok - l’intelligenza artificiale incorporata nel social X - perché, come ha sottolineato la vicepresidente Henna Virkkunen, «i deepfake sessuali non consensuali di donne e bambini sono una forma violenta e inaccettabile di degradazione». L’ong Center for Countering Digital Hate, che ha monitorato l’attività di Grok per undici giorni, ha contato tre milioni di immagini sessualmente esplicite generate, tra cui oltre 20.000 riproduzioni artificiali di abusi su minori. Proprio per frenare questa tendenza, il Parlamento europeo ha dettato nuovi freni. Tra gli emendamenti approvati pochi giorni fa, figura così il divieto esplicito dei sistemi di intelligenza artificiale definiti “nudifier”. Sono quelle applicazioni in grado di creare o manipolare immagini a contenuto sessuale raffiguranti persone reali senza il loro consenso. Questi sistemi verrebbero quindi vietati dall’AI Act perché incompatibili con i diritti fondamentali. Un freno necessario, contro il quale - invocando la censura - si sono schierati da una parte Trump e i suoi, dall’altra alcuni partiti di destra in Europa. Non è un caso se, nel suo quadro di riferimento sull’IA, Trump ha inserito una voce per impedire al governo di utilizzare la tecnologia per la censura e per proteggere il free speech. Ma non regole concrete e inequivocabili per contrastare i deepfake. Regole, sì, le stesse a cui è chiamato a lavorare, invitato dal Parlamento - da una mozione di Fabio Regazzi (Centro) -, il Consiglio federale in Svizzera.
