Caso Zali

Norman Gobbi: «Il rapporto di fiducia è caduto con la seconda inchiesta»

Ospite a «Detto tra noi», il «ministro» torna sul caso che ha scosso l'intero cantone
© Chiara Zocchetti
Red. Ticino&Svizzera
22.09.2026 21:04

Norman Gobbi torna sul caso Claudio Zali e, ospite della trasmissione «Detto tra noi» in onda su TeleTicino, ricostruisce la segnalazione ricevuta cinque anni fa e le ragioni per cui non ritenne necessario inoltrarla al Ministero pubblico.

«La cosa è un po’ più complicata», esordisce Gobbi, ricordando che un consigliere di Stato riceve «segnalazioni di vario ordine» e deve procedere a un certo «triage». Nel settembre di cinque anni fa ricevette due comunicazioni dalla donna 52.enne deceduta a Melide: una via social media e una via e-mail. In quelle comunicazioni, precisa, erano segnalate questioni «già all’oggetto del Ministero Pubblico», e non venivano indicati reati sessuali. «In queste comunicazioni non si parlava assolutamente, in quelle che io ho ricevuto, e ribadisco in quelle che io ho ricevuto, di reati sessuali», sottolinea.

La donna aveva scritto di avere già sporto denuncia, poi ritirata, e che altri organi avevano proceduto d’ufficio: «La signora me l’ha scritto dicendo che aveva fatto una denuncia e poi altri hanno fatto proseguire denunce d’ufficio». Per Gobbi, la presenza della Procura fu determinante: «Il fatto che il Ministero Pubblico se ne occupasse non mi portava a dire: “Devo fare una seconda segnalazione”».

La donna, aggiunge, non gli aveva chiesto di rivolgersi alla magistratura, ma di ricevere delle scuse scritte da parte di Zali. La richiesta, secondo Gobbi, «ridimensionava» la gravità dei fatti che «erano comunque vaghi». La scelta di non segnalare nuovamente la vicenda, precisa, non significava sottrarsi alle responsabilità: «Questo non ha sgravato dal senso di responsabilità, ma ha sgravato da un obbligo di segnalazione».

Gobbi, in seguito, distingue la comunicazione ricevuta da lui da quella arrivata a Lorenzo Quadri. «La comunicazione che ho ricevuto a inizio settembre non è la stessa che ha ricevuto Quadri. Quindi sono due comunicazioni completamente diverse», afferma. Nega inoltre che Quadri gli avesse riferito, all’epoca, l’esistenza di reati sessuali perseguibili d’ufficio.

Il confronto con Zali non avvenne direttamente, ma attraverso una terza persona della Lega. «Non io, non Lorenzo, una terza persona ne ha discusso per capire», racconta Gobbi. All’epoca, infatti, i vertici della Lega non avevano la struttura di oggi. Da quel confronto emerse che la vicenda rientrava nella sfera privata e sarebbe stata gestita da Zali. Per Gobbi, la Procura era comunque l’organo competente: «È comunque un organo superiore, con le competenze di inchiesta penale, che doveva verificare le varie situazioni».

Il punto di rottura

Il consigliere di Stato sottolinea inoltre di non aver mai parlato della faccenda con Zali. «Sono cose sensibili, che purtroppo sono andate a finire nel peggiore dei modi per tutte le persone coinvolte».

A chi gli rimprovera di non avere coinvolto il Governo, Gobbi ricorda che ai consiglieri di Stato arrivano numerose comunicazioni, con livelli diversi di fondatezza e approfondimento. Quelle in suo possesso erano «veramente vaghe». Inoltre, ribadisce che se ne stava occupando il Ministero pubblico.

Il consigliere di Stato difende anche la scelta di non sovrapporre un’inchiesta amministrativa a quella penale. «Il Governo non è che non vuol rispondere, non può rispondere quando c’è in corso ancora un’inchiesta penale», afferma. Secondo Gobbi, un’indagine amministrativa deve partire dopo che i fatti penali sono stati chiariti, per evitare di «inquinare le prove e il decorso normale di una procedura penale».

Quando ha ascoltato l’audio che ha portato alle dimissioni di Zali, Gobbi dice di essere rimasto turbato. «Sono quelle cose che uno non è mai pronto a sentire», afferma. «Non sono cose in cui io mi rispecchio dal punto di vista della violenza, dal punto di vista delle minacce». Del collega dice di aver visto «un Claudio Zali scosso» ma comunque «sicuro delle sue argomentazioni». Sul piano politico indica poi il momento in cui il rapporto si è incrinato: «L’aspetto che ha fatto più male a me, e a tutto il Governo, è il fatto poi di sapere che una nuova inchiesta penale fosse stata aperta senza che lui ce lo dicesse». Da quel momento, spiega, il Consiglio di Stato ha adottato misure che hanno portato alla revoca della presidenza e della direzione del Dipartimento: «Perché lì è caduta davvero la fiducia». Gobbi difende quindi la gradualità della reazione governativa: «Il Governo deve agire non con l’emotività ma con la proporzionalità».

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