L'intervista

«Grazie alla musica si esalta la spiritualità di Francesco»

Giovanni conti, direttore artistico di «Cantar di pietre», racconta la 39.esima edizione, dedicata a Francesco d'Assisi
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Sandro Neri
11.09.2026 06:00

Ottocento anni ci separano dalla morte di uno dei personaggi più «trasversali» di tutti i tempi. Francesco d’Assisi è infatti amato, apprezzato ed esaltato anche da chi non vede in lui l’incarnazione di un ideale religioso come di fatto è stato del messaggio evangelico, ma anche da coloro che ne sottolineano aspetti che vanno dall’essere ora emblematico messaggero di pace, ora antesignano difensore della natura ed altro ancora.

A Francesco e ai fenomeni culturali ad esso connessi ed in primis alla musica è dedicata la 39ma edizione di «Cantar di Pietre» che prenderà il via domenica prossima presso la Chiesa e la Biblioteca dei frati Cappuccini (Salita dei Frati) a Lugano. Per parlare di questa edizione «francescana» abbiamo incontrato Giovanni Conti, direttore artistico della rassegna.

Francesco di Assisi e la musica: di che tipo di rapporto possiamo parlare?

«Francesco d’Assisi occupa un posto singolare nella storia della musica occidentale: non è stato un santo musicista, né un committente, né tantomeno un teorico. Eppure la sua figura ha generato una delle più vaste e stratificate tradizioni sonore del Medioevo e dei secoli successivi. La sua vicenda spirituale, più che la biografia, è diventata un principio generativo, una sorgente di forme, linguaggi, gesti vocali e rituali. La musica dedicata a Francesco non si limita a illustrare episodi della sua vita: interpreta, traduce e amplifica la sua spiritualità, trasformando la sua testimonianza in un cammino sonoro che attraversa otto secoli».

Come si è concretizzato questo «cammino sonoro» a cui lei fa riferimento?

«L’ottocentesimo anniversario della sua morte offre un’occasione privilegiata per cogliere questa continuità. La figura di Francesco emerge come punto di convergenza tra storia, devozione, antropologia del sacro e creatività musicale. Il contesto storico costituisce lo sfondo culturale della sua esperienza, ma non è ciò che ha maggiormente determinato la tradizione musicale a lui dedicata. A incidere davvero è la sua spiritualità: la percezione del mondo, la poetica della semplicità, il rapporto con il creato, la radicale adesione al Vangelo. È questa dimensione interiore, più che la cronaca degli eventi, a costituire la vera matrice estetica della musica francescana».

C’è un aspetto che più degli altri segna questo percorso che da Francesco ha trovato poi continuazione?

«Certamente: il nucleo più fecondo della sua eredità spirituale è la povertà. Ma povertà intesa non come privazione, bensì come “uso povero” dei beni, come libertà interiore, come misura. La povertà francescana è un principio etico che diventa anche principio estetico: genera una musica che privilegia la parola, la trasparenza, la sobrietà».

Che caratteristiche ha la musica che porta in sé questi elementi?

«Parliamo delle prime laudi umbre, monodiche e di struttura semplice, che hanno incarnato questa estetica con sorprendente forza. La lauda non è solo un genere musicale: è un atto comunitario, un canto che nasce dal basso, dalla fraternità dei fedeli, e si diffonde grazie alla sua accessibilità. La semplicità formale non è povertà di contenuti, ma scelta consapevole: la parola deve essere comprensibile, la melodia memorizzabile, il canto condivisibile. In questo senso, la lauda è una delle più alte espressioni della spiritualità francescana: un canto che non si impone ma si offre; che non domina ma accompagna; che non cerca la complessità ma la verità».

Nel programma da lei ideato si va ben oltre il periodo medievale. Come individuare questa sorta di continuazione?

«Nell’immutata tensione verso l’essenziale che attraversa tutta la tradizione musicale dedicata a Francesco. Nei secoli successivi, anche quando la musica si arricchisce di forme complesse, la figura del Santo continua a generare opere che mantengono scrittura sobria, vocalità limpida, uso calibrato degli strumenti. La musica francescana non è mai ridondante: cerca chiarezza, prossimità, trasparenza. È una musica che si pone come spazio di ascolto, luogo di interiorità, gesto di restituzione».

Mai come in questi tempi Francesco è di attualità in relazione all’ambiente, alla natura…

«Esattamente, anche se talvolta con qualche forzatura. La spiritualità di Francesco si esprime attraverso una visione del creato che ha avuto un impatto significativo sulla musica. Il suo rapporto con natura, elementi e creature non è sentimentale ma teologico: il mondo è luogo di rivelazione, spazio di fraternità, specchio della bontà divina. Questa percezione cosmica ha generato opere che interpretano il Santo come ponte tra umano e creato, tra terra e cielo. La musica diventa linguaggio della lode, eco del Cantico di frate Sole, spazio in cui la voce umana si fa parte di un coro più grande, quello della creazione. Non è un caso che molte composizioni moderne e contemporanee dedicate a Francesco si concentrino su elementi naturali — luce, vento, acqua, terra — trasformandoli in materiali sonori che evocano la sua spiritualità cosmica».

Quanto del vero Francesco ci è dunque rimasto oggi?

«La costruzione della memoria francescana è un processo complesso e stratificato. Fin dai primi anni dopo la sua morte, Francesco è stato oggetto di una trasformazione continua: le fonti storiche si intrecciano con le leggende, le interpretazioni teologiche con le riletture artistiche. Possiamo affermare che ogni epoca ha prodotto un “Francesco musicale” diverso: il penitente delle laudi medievali, il predicatore universale degli oratori barocchi, il simbolo della pace nelle composizioni del Novecento, la figura ecologica e interreligiosa delle opere contemporanee».

E la musica in tutto questo che ruolo ha avuto e ha?

«La musica, più di altri linguaggi, ha contribuito a trasformare un uomo storico in un’eredità capace di parlare a contesti culturali diversi. La sua figura è diventata un simbolo che ogni epoca ha reinterpretato secondo le proprie urgenze spirituali e culturali. Anche per questo la musica dedicata a Francesco appare oggi come un cammino sonoro che attraversa otto secoli di devozione e creatività».

E per lei, per voi di «Cantar di Pietre», che significato ha tutto questo?

«Per noi non è una semplice commemorazione, ma un invito ad ascoltare la musica francescana e riconoscere la continuità di un messaggio che, pur mutando forme e stili, conserva una forza interiore che ancora oggi interroga, ispira e trasforma. È un canto che nasce dalla terra umbra, attraversa il Mediterraneo, si diffonde in Europa e giunge fino a noi come testimonianza viva di una spiritualità che ha saputo farsi musica, parola, comunità. In questo senso, la tradizione musicale francescana non è solo un repertorio: è una forma di memoria, una modalità di presenza, un modo in cui la voce del Santo continua a risuonare nel tempo».