Guerra intrappolata tra minacce e promesse

«Trasformeremo l’intera regione in un inferno». È una delle minacce più utilizzate, da una parte come dall’altra, dall’inizio della guerra. Un «inferno», proprio così. In tempi simili, neppure sorprende. Certo, più che altro sorprende che questa minaccia sia utilizzata, riferita alla stessa regione, sia dall’Iran sia dagli Stati Uniti. E in maniera tanto reiterata. Donald Trump lo ha chiamato in causa più volte, l’inferno. La più clamorosa risale al 6 aprile scorso, quando il presidente statunitense insultò gli iraniani al grido (social) «You crazy bastards». La minaccia, allora, era riferita allo Stretto di Hormuz: «O lo aprite, o vivrete all’inferno». Oggi ha ribadito il concetto: «Se l’Iran non firma un accordo, lo bombarderemo senza pietà». Di fronte al fatto compiuto - a nuove bombe americane -, il generale Seyed Majid Mousavi, a capo delle forze aerospaziali del Corpo delle Guardie della Rivoluzione, ha a sua volta dichiarato, rivolgendosi alla Casa Bianca: «Rendete insicuro il sacro Stretto di Hormuz! Faremo di questa regione un inferno per voi, da tutto l’Iran. Questa è la risposta all’aggressione americana nella regione».
Un freno all’escalation
Gli Stati Uniti, nella notte, avevano in effetti ripreso a bombardare l’Iran. E Trump ha poi minacciato di ripetersi, ancora e ancora. «Eravamo davvero vicini a raggiungere un accordo, ma continuano a prenderci in giro, ci stanno prendendo in giro». Il regime ha a sua volta preso di mira le basi aeree statunitensi di Ali Al-Salem e Ahmad Al-Jaber in Kuwait e di Sheikh Isa in Bahrein. E anche l’esercito giordano ha dichiarato che la propria difesa aerea ha abbattuto, solo ieri, venti missili lanciati dall’Iran verso la zona di Azraq. Una risposta, quella di Teheran, ai raid subiti. Ma a questo punto è difficile ricostruire la cronologia di attacchi e contrattacchi. E forse ha persino poco senso farlo. Lo sanno bene su entrambi i fronti, dove di fatto si usa ormai la stessa dialettica. Sempre oggi, il Ministero degli Esteri iraniano ha dichiarato che l’ultima serie di attacchi statunitensi contro l’Iran ha «di fatto reso privo di significato il cessate il fuoco dell’8 aprile». Il ministro Abbas Araghchi lo ha definito «obsoleto». Nello stesso statement, ripreso dai media statali e poi anche dall’Occidente, si parlava di «conseguenze estremamente pericolose derivanti da questa escalation». Un’escalation frenata, almeno a parole, soltanto poco fa proprio da Donald Trump. Anche se ancora non sappiamo con quali reali effetti.
Tutto e il contrario di tutto
I passi indietro effettuati oggi, prima di quello in avanti dettato dal presidente americano - in attesa del via libera della guida suprema iraniana Mojtaba Khamenei -, erano stati parecchi. Vale anche per lo Stretto di Hormuz, l’arma più potente tra tutte quelle messe in gioco in questa guerra. «Alla luce delle tensioni create dalle forze americane di invasione nella regione e dell’annuncio fatto dalle forze armate iraniane, lo Stretto di Hormuz rimarrà chiuso fino a nuovo avviso». L’agenzia marittima iraniana si è espressa in questi termini, per giustificare la nuova chiusura del passaggio (smentita a sua volta da altre fonti). L’annuncio a cui faceva riferimento è quello delle Guardie della Rivoluzione, per cui «qualsiasi avvicinamento allo Stretto di Hormuz sarà considerato una collaborazione con il nemico». Trump ha reagito spostando il mirino sull’Isola di Kharg: «La mia preferenza è sempre stata quella», ovvero di prendere il controllo dell’isola strategica. Il tycoon, dicendosi inizialmente meno interessato alla prospettiva di un accordo, ha anche ribadito di non voler inviare truppe sul terreno, e ciò nonostante l’evidente rischio di una escalation. «Se volessi potremmo inviare un piccolo gruppo di soldati e prendere tutto». Trump ha anche ricordato che i caccia americani sono in volo sopra l’Iran, «un Paese finito». Detto questo, alcune agenzie e alcuni media oggi hanno comunque subito sottolineato come i negoziati, nel frattempo, stiano proseguendo. Lo ha rivelato la Reuters, e pure la CNN. Notizie, queste, a loro volta ridimensionate dall’agenzia iraniana FARS, vicina al regime, secondo la quale l’Iran non ha affatto intenzione di fare marcia indietro sulle proprie linee rosse. Un messaggio che stride con quanto rivelato poco fa da Trump, che ha annullato il nuovo attacco contro Teheran, indicando come i colloqui siano ormai ai livelli più alti e un’intesa vicina. «Le discussioni e i punti finali sono stati, sia nel concetto che nei dettagli, approvati da tutte le parti coinvolte, inclusi Stati Uniti, Israele, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Turchia, Pakistan, Bahrein, Kuwait, Giordania, Egitto e altri. Il blocco navale rimarrà pienamente in vigore ed efficace finché questa transazione non sarà finalizzata». Già, si resta in attesa dell'Iran. I prezzi del petrolio sono subito crollati di oltre il 3%, scendendo sotto i 90 dollari al barile. Se si cerca un effetto concreto, anche solo momentaneo, alle dichiarazioni di Trump, bisogna in effetti buttare un occhio ai mercati.
Colpito l’impianto idrico
Sempre a proposito di bombe, secondo un’analisi del New York Times, «gli attacchi aerei avvenuti nelle prime ore di mercoledì hanno distrutto quello che sembra essere un impianto di approvvigionamento di acqua potabile sulla costa meridionale dell’Iran, vicino allo Stretto di Hormuz». I giornalisti della stessa testata newyorchese hanno aggiunto: «Non è chiaro se gli Stati Uniti abbiano colpito intenzionalmente gli impianti idrici o se sapessero cosa si trovasse all’interno degli edifici. Prendere di mira deliberatamente infrastrutture civili potrebbe costituire un crimine di guerra ai sensi del diritto internazionale». Diritto internazionale, d’altronde, da più parti calpestato, in questi anni terribili.
