L'intervista

«Hantavirus, un vaccino specifico? Il focolaio si esaurirà rapidamente»

Il virus propagatosi sulla nave da crociera Hondius ha riacceso i timori legati alla pandemia da Covid – Le autorità dei Paesi coinvolti hanno attivato contact tracing e quarantene per le persone a rischio – L'analisi del professore Enos Bernasconi, medico infettivologo all’EOC: «Nessun allarmismo»
Francesco Pellegrinelli
11.05.2026 21:00

Professore, partiamo dalla cronaca. In queste ore, molti degli Stati coinvolti stanno cercando di monitorare la situazione, limitando i contatti tra la popolazione e le persone infette o poste in quarantena. Si riuscirà a contenere la diffusione di questo virus?
«Direi di sì, ne sono quasi sicuro. Questo hantavirus può trasmettersi da persona a persona, ma finora sempre in situazioni molto limitate: piccoli focolai legati per esempio a contesti familiari, oppure a gruppi che lavoravano a stretto contatto tra loro. Si è sempre trattato di focolai che si sono esauriti molto rapidamente. Per questo ritengo improbabile un’evoluzione su larga scala del virus».

In effetti, l’OMS sta cercando di rassicurare la popolazione, dicendo che non siamo di fronte a un nuovo Covid. Ci spieghi meglio?
«Il Covid è principalmente un’infezione respiratoria trasmessa da persona a persona soprattutto tramite goccioline. Gli hantavirus, invece, sono una famiglia di virus trasmessi soprattutto dai roditori. Le persone si infettano in genere respirando polvere contaminata da urina, saliva o feci di topi o ratti infetti, ad esempio in baite, cantine, fienili o locali chiusi poco ventilati. Il virus Andes hantavirus, il ceppo di cui stiamo parlando, quello che si è diffuso sulla nave da crociera Hondius, può effettivamente essere trasmesso da persona a persona, ma solamente attraverso contatti stretti e prolungati con secrezioni respiratorie o fluidi corporei».

Come si manifesta l’infezione? Quali sono i sintomi?
«Senza entrare troppo nel tecnico, l’Andes virus appartiene alla famiglia degli hantavirus. In Cile, Argentina e in altri Paesi del Sud America è endemico, ossia stabilmente presente. Ma soprattutto è l’unico hantavirus per il quale sia stata osservata, finora, una trasmissione da uomo a uomo. Quando avviene il cosiddetto spillover, cioè il passaggio da un ospite animale a una nuova specie, come l’uomo, possono comparire manifestazioni anche severe. Nei roditori questi virus in genere non causano malattia: il virus e l’ospite convivono senza danni apparenti. Ma quando il virus passa a una specie non adattata, come l’essere umano, il sistema immunitario può reagire in maniera intensa provocando una forte infiammazione nel corpo con danni di vari organi».

Quali?
«Anzitutto bisogna considerare che probabilmente esistono più contatti con questi virus di quanto immaginiamo, e questo si può capire solo facendo studi sierologici nelle popolazioni esposte. È infatti possibile che alcune persone si infettino senza sviluppare sintomi, anche se ciò sembra avvenire meno frequentemente rispetto ad altri hantavirus. Nei casi sintomatici, invece, di solito c’è una fase iniziale con malessere generale, nausea, vomito e febbre. Nelle forme più gravi di questa specifica infezione può svilupparsi la cosiddetta sindrome cardiopolmonare da hantavirus, nella quale compaiono progressivamente tosse, mancanza di fiato e insufficienza respiratoria dovuta a edema polmonare. In questi casi è necessaria una presa a carico in terapia intensiva».

Finora la mortalità registrata è stata del 40%. Possiamo pensare che questa percentuale resterà invariata anche nei prossimi casi?
«Anche qui occorre fare un passo indietro. Per ora stiamo considerando i casi nei quali, con tecniche di biologia molecolare, è stato effettivamente identificato il virus in persone infette e con replicazione virale in atto. Di questi casi accertati, il 40% ha avuto un esito fatale. Ma questo non esclude che vi siano state altre persone contagiate che hanno eliminato rapidamente il virus, oppure che abbiano avuto un’infezione asintomatica. Per questo, il calcolo definitivo della mortalità di questo focolaio si potrà fare solo più avanti, eventualmente anche con studi sierologici per verificare quante persone abbiano sviluppato anticorpi».

Sul tempo di incubazione, che può arrivare a circa sei settimane, quali considerazioni possiamo fare?

«Questo è interessante. Durante la fase di incubazione, il virus non è necessariamente rilevabile con i test. È un aspetto molto importante per la gestione dei casi potenzialmente esposti. Ed è anche ciò che genera preoccupazione nell’immaginario collettivo. Parliamo di persone asintomatiche che potrebbero essere in fase di incubazione e muoversi liberamente. Va però detto che il focolaio è stato riconosciuto abbastanza rapidamente. Questo ha permesso di isolare le persone a rischio già all’interno della nave da crociera e poi di ricostruire gli eventuali spostamenti successivi di chi era già sbarcato. Per i casi diventati sintomatici sono state prese subito misure specifiche, con ricoveri laddove era necessario, mentre per gli altri sono state adottate misure di quarantena».

Paradossalmente, quindi, il fatto che il focolaio fosse circoscritto ai passeggeri della nave è positivo?
«In un certo senso, sì. Per tutti i passeggeri è stato infatti organizzato un periodo di isolamento sufficiente a coprire la durata massima dell’incubazione. Se non sbaglio, si è parlato di circa 45 giorni. Proprio il contact tracing associato all’isolamento dei contatti permette di evitare ulteriori contagi».

Come si cura l’infezione? Esistono terapie specifiche?
«No, non esistono terapie specifiche. Si possono offrire solo terapie di supporto. Nei casi più gravi, con edema polmonare e stato di shock, è necessaria la terapia intensiva, con ventilazione meccanica e monitoraggio prolungato. In sostanza si sostiene il paziente durante la fase critica, nella speranza che l’organismo riesca progressivamente a superarla».

Per chi intende partire in viaggio nelle prossime settimane, ci sono precauzioni particolari da adottare, negli aeroporti o sulle crociere? C’è qualche raccomandazione generale?
«Ora siamo molto concentrati su questa sindrome, che però resta estremamente rara. Se calcoliamo la probabilità di esserne coinvolti, essa è molto inferiore ad altri rischi di viaggio. Per chi si sposta fuori dall’Europa, raccomando sempre una consulenza specialistica presso il proprio medico o presso un centro di medicina dei viaggi, come il nostro a Lugano. In questi centri si verificano due aspetti: da un lato che siano state adottate tutte le misure preventive necessarie, come vaccinazioni o eventuale profilassi antimalarica; dall’altro si valutano i rischi epidemiologici attuali nel Paese di destinazione».

E per chi viaggia in maniera specifica nelle Ande?
«Raccomando di evitare il più possibile il contatto con roditori, non tanto un contatto diretto, ma indiretto, ossia di essere molto cauti nella pulizia di vecchie cantine o abitazioni dove siano presenti urine o feci di roditori: in queste situazioni si possono formare aerosol contaminati che vengono inalati».

Intanto, è già iniziata anche la corsa al vaccino. Lo considera giustificato?
«In generale, lo sviluppo di vaccini è sempre benvenuto. In questa situazione specifica, non so dire se si arriverà davvero a un vaccino, anche perché probabilmente il focolaio si esaurirà rapidamente. Però rimane sempre un margine di incertezza, e in questo senso riflettere fin da subito su strumenti preventivi è utile. Più in generale, questa vicenda ricorda un punto fondamentale: nelle malattie infettive, la forma di prevenzione più efficace resta la vaccinazione. Spesso si pensa solo alla cura dopo l’infezione, ma per molte malattie la prevenzione attraverso i vaccini è decisiva. Per questo iniziare a studiare l’eventuale sviluppo di un vaccino è sicuramente positivo».

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