L'intervista

«Ho chiamato alcuni colleghi e il loro sostegno mi ha colpito»

L'intervista a Marco Chiesa, presidente dell'UDC Ticino, consigliere agli Stati e municipale di Lugano, sulla sua candidatura al Consiglio federale
©Chiara Zocchetti
Gianni Righinetti
25.10.2026 21:29

Consigliere agli Stati, municipale di Lugano e presidente dell’UDC Ticino, Marco Chiesa parla della candidatura al Consiglio federale, della rappresentanza ticinese a Berna e del rapporto con la Lega. Ecco una sintesi dell’intervista andata in onda a La domenica del Corriere.

Lei è consigliere agli Stati, municipale, presidente dell’UDC Ticino e ora candidato al Consiglio federale. È un cumulatore seriale di cariche?

«Mettersi a disposizione per il nostro Paese non significa pretendere di essere scelti. Prima decideranno il partito e il gruppo parlamentare, poi l’Assemblea federale. Quanto alla presidenza del partito, dopo l’elezione di Piero Marchesi in Consiglio di Stato ho assunto questa responsabilità. Non è una questione di immagine, ma di ciò che potrebbe essere interessante per il Canton Ticino in Consiglio federale: garantire una rappresentanza della Svizzera italiana. A mio modo di vedere, se questa continuità venisse meno, si creerebbe un buco generazionale».

Sta dicendo a Ignazio Cassis che è arrivato il momento di lasciare?

«Certamente no, e ci mancherebbe altro. Cassis è il decano del Consiglio federale dopo le dimissioni di Guy Parmelin. Non faccio speculazioni. Penso semplicemente che, guardando la costellazione dell’attuale Consiglio federale, sarà ben difficile avere un rappresentante ticinese, sebbene la Costituzione dica che regioni, culture e lingue debbano essere rappresentate. Thomas Aeschi arriva da Zugo, dove c’è già un consigliere federale, mentre Pierre Alain Schnegg è consigliere di Stato bernese, dove c’è già Albert Rösti. È quindi legittimo proporre una candidatura della nostra regione. Non deve essere una prevaricazione, ma una scelta basata su competenze, esperienza e motivazione. Questo vale per tutti».

Il gruppo parlamentare sceglie un candidato, ma l’Assemblea federale tende a preferire il più moderato. Lei potrebbe essere favorito rispetto a un profilo come quello di Aeschi?

«Ci sono due dinamiche. La prima è interna al partito e si misura nel gruppo parlamentare. Prima di muovermi ho sondato alcune personalità per capire se una mia candidatura fosse gradita e credibile. Ricevuto questo appoggio, ho ritenuto interessante presentarmi: c’è una forte motivazione a lavorare per la Svizzera e a rappresentare il Ticino. I temi del nostro cantone devono essere valorizzati nel Consiglio federale nei prossimi anni e decenni. Poi c’è la seconda dinamica: il gruppo parlamentare sceglie la persona più affine, mentre l’Assemblea federale sceglie normalmente il profilo più moderato. Thomas Aeschi è assolutamente valido e competente, ma è una persona molto profilata e proprio per questo un’elezione potrebbe essere più difficile. Ma tutti i candidati hanno grandi qualità».

Da qui al 20 novembre, quando sarà presentato il ticket, dovrà affrontare un intenso tour de force. Ha qualcosa da temere?

«Tutto quello che ho fatto l’ho fatto con senso di responsabilità. Sono stato molto sotto i riflettori anche durante la presidenza del partito, dal 2020 al 2024, e sono stato presente in particolare nella Svizzera romanda. Abbiamo ottenuto un ottimo risultato. Non è solo merito mio, ma sono felice di aver contribuito a quel successo e molti lo riconoscono. Chi si candida deve farlo con modestia, sapendo che può passare in secondo piano rispetto ad altre personalità. Siamo in otto e non c’è un favorito. Quando ero presidente e dovevamo sostituire Ueli Maurer, il candidato protagonista era Albert Rösti, ma mettemmo a disposizione anche Hans-Ueli Vogt, che si rivelò validissimo. Oggi la partita è aperta».

Come ha reagito la sua famiglia alla candidatura?

«Quando si è padre e si è legati ai propri affetti, è importante discutere liberamente. Ho parlato con mia moglie e con i miei figli per capire la loro reazione. Ho spiegato che questa non è una decisione definitiva: ci sono diversi passaggi e a ogni passaggio si può inciampare. Si accenderebbero anche dei riflettori. Mia moglie era meno preoccupata, perché i riflettori si erano già accesi durante la presidenza dell’UDC. I figli mi hanno detto: ‘‘Papà, se te la senti, fallo pure’’. È la stessa cosa che diciamo noi ai ragazzi: se ve la sentite, avete la motivazione, la volontà e la forza, fatelo. Questa volta me lo sono sentito ripetere».

Lei ha detto che «i figli non ci appartengono, noi dobbiamo accompagnarli». Come vivrebbe la distanza da Berna?

«I figli hanno preso la loro strada. Il papà e la mamma non sono più la prima scelta, ma è normale: noi li seguiamo perché sono una parte di noi. Andare a Berna sarebbe più semplice anche perché mia moglie è mezza bernese. Sono facilitato dall’autonomia dei figli. Céline Amaudruz ha figli piccoli e sarebbe assolutamente in grado di fare la consigliera federale, condividendo la gestione familiare con il marito».

Da genitore e da politico, che cosa pensa della violenza giovanile emersa nelle ultime settimane?

«Abbiamo a che fare anche con una generazione un po’ persa nei valori. Noi dobbiamo accompagnare i ragazzi, dare loro speranze e aiutarli a costruire il proprio futuro. Il Ticino è l’anticamera di ciò che può succedere in Svizzera. Abbiamo pressioni sugli stipendi e sui salari e un frontalierato molto sviluppato: da un lato è una risorsa, dall’altro mette in difficoltà le giovani generazioni. Sono temi che devono arrivare anche in Consiglio federale, perché non tutto si svolge allo stesso modo nel centro della Svizzera. Le situazioni che abbiamo visto sono l’indicatore di una società e di una gioventù che rischiano di perdersi nei valori. I valori sono fondamentali: indipendenza, sicurezza e possibilità di costruire un futuro per chi viene dopo di noi».

In Ticino lei è presidente dell’UDC e sta discutendo una collaborazione più stretta con la Lega. Vuole imporre una linea o costruire un partito unico?

«Non mi sono mai permesso di dettare la linea a nessuno. Se considero importante l’autonomia e l’indipendenza svizzera, non farei il contrario nei rapporti con la Lega. Non farei un accordo di sottomissione e nemmeno loro lo farebbero con noi. Quando Marchesi è entrato in Consiglio di Stato c’è stata la necessità di un passaggio ad interim e mi sono messo a disposizione. Ho anche sottoposto alla Lega una riflessione più ampia della semplice scadenza elettorale. Dal 2008, quando ancora c’era Giuliano Bignasca, si discute di che cosa fare durante le elezioni. Credo sia arrivato il momento di dare una svolta e una prospettiva a questo ragionamento».

La riflessione è nata prima nell’UDC o nel Mattino?

«Prima di tutto ne abbiamo parlato all’interno del nostro partito. Poi la riflessione si è sviluppata in modo armonioso anche nell’area della Lega. Antonella Bignasca ha dato una linea chiara sul Mattino, ma è credibile e coerente che la Lega possa vedere in un nuovo soggetto un veicolo capace di rappresentare insieme tutta quest’area. Sui temi fondamentali non credo ci sia una grande distanza».

Lorenzo Quadri ha detto: «Non ci faremo fagocitare dall’UDC». Che cosa risponde?

«Va benissimo così: non c’è alcuna intenzione di fagocitare la Lega e nessuno deve prevaricare l’altro. Nella lettera d’intenti che abbiamo sottoscritto si parla di una visione comune per costruire il futuro. Possiamo chiamarla federazione o costruire un soggetto unico. Nel resto della Svizzera c’è un solo partito di riferimento per quest’area, senza che al suo interno esista una sola sensibilità. A livello federale, inoltre, i rappresentanti della Lega sono sempre stati membri del gruppo parlamentare UDC. Abbiamo quindi un punto di riferimento svizzero: l’UDC, che è il primo partito del Paese».

Se Zali non si fosse ritirato, lei sarebbe stato candidato con Marchesi?

«Non sono mai stato candidato al Consiglio di Stato. Il partito aveva bisogno di una spinta per ottenere il seggio, ma la mia riflessione personale è che Marchesi fosse la persona giusta al posto giusto, con la motivazione e l’esperienza giuste. Alla fine avrei rinunciato. Con Piero la discussione è sempre stata aperta, anche all’interno del partito. Da un lato c’era la volontà di dare un booster alla lista, ma sarebbe stata una guerra fratricida con una persona che considero un amico. E in politica definire una persona un amico non è merce comune».

Se fosse eletto in Consiglio federale dovrebbe lasciare la presidenza del partito. E se non fosse eletto?

«Stiamo bruciando le tappe. Prima bisogna passare dal ticket, poi ci saranno la Svizzera tedesca e quella francese. Quando inizi un’avventura del genere entri nell’ignoto. Penso comunque che lascerei la presidenza prima delle elezioni comunali. Non posso e non voglio essere candidato a tutto. Mi occupo della Svizzera attraverso un sistema politico diverso e della città di Lugano, dove abito. Il Consiglio federale è una costellazione che si presenta una volta, forse mai nella vita. Bisogna accettare le sfide. Questa non è un premio alla carriera, ma qualcosa che ci si sente di fare. Sono stato anche sollecitato e questo mi ha fatto piacere».

Qualcuno nella Svizzera tedesca l’ha incoraggiata?

«Quando sondi una candidatura è normale chiedere a persone che conosci nel partito se la ritengono credibile. Ho telefonato ad alcune persone con cui ho iniziato il percorso federale nel 2015, cinque, sei, forse dieci, e ho chiesto se una candidatura ticinese potesse essere presa sul serio, nonostante la presenza di un altro ticinese. Ho ricevuto apprezzamenti personali che mi hanno colpito. Qualcuno mi ha detto, in svizzero tedesco: ‘‘Ich unterstütze dich’’, ‘‘Ti sostengo’’. Questo non significa essere sul ticket né essere eletti, ma è stato importante per decidere di mettermi a disposizione».