Hormuz, «Bruxelles inconsistente non ha imparato nulla»

Se davvero l'energia è uno strumento di politica estera, allora in queste settimane di guerra in Medio Oriente molto probabilmente si stanno ridisegnando alcune coordinate fondamentali dello scacchiere internazionale. Con il professore di Geopolitica dell'energia all'Università di Oslo Francesco Sassi proviamo a capire la posta in gioco, ponendo il focus sui rapporti tra Stati Uniti ed Unione Europea.
Professore, in che modo questa guerra sta cambiando le coordinate energetiche del globo?
«Si sta verificando lo scenario da incubo che si temeva da decenni e mai si era verificato, ossia la chiusura dello Stretto di Hormuz, una minaccia epocale per la stabilità dei sistemi energetici mondiali, in particolare in Asia, vero epicentro di questa crisi. L’Europa subirà l’onda lunga, portando a galla una serie di problemi preesistenti nei sistemi energetici».
Sta dicendo che gli Stati Uniti, nel prendere parte alle operazioni militari in Medio Oriente, volevano colpire l’Asia, e in particolare la Cina?
«No. Non credo che fossero quelle le intenzioni. Semmai l’obiettivo è di riaffermare una strategia di politica estera che considera l’energia uno strumento fondamentale del potere degli Stati Uniti. Al contempo, però, la crisi mostra l’esistenza di nodi profondi legati alle interdipendenze energetiche tra gli Stati Uniti e i Paesi che da essi si approvvigionano».
Quali sono, nello specifico, questi nodi?
«Gli Stati Uniti oggi sono il primo produttore mondiale di petrolio e gas naturale. Negli ultimi vent’anni il Paese ha trasformato completamente la propria esposizione sui mercati energetici internazionali, passando da importatore netto a esportatore netto di petrolio, gas e GNL. Grazie a questa capacità industriale, gli Stati Uniti possono comportarsi in politica internazionale in modo molto diverso rispetto al passato. Se fossero stati più dipendenti dalle risorse del Golfo Persico, una guerra come quella attuale avrebbe avuto effetti devastanti e immediati sui consumatori statunitensi».
Quindi, gli Stati Uniti stanno subendo gli effetti della crisi o la stanno sfruttando a proprio vantaggio?
«Dipende da che cosa intendiamo per Stati Uniti. L’amministrazione Trump cerca di minimizzare le ricadute energetiche della guerra, ma tra la popolazione – soprattutto negli Stati del Sud, a guida repubblicana – i prezzi del petrolio e dei prodotti energetici sono schizzati alle stelle, rendendo meno difendibile una guerra che, in realtà, non è mai stata sostenuta dalla maggioranza della popolazione».
Quindi questa guerra sta favorendo gli Stati Uniti oppure no?
«Favorisce la visione dell’amministrazione Trump e alcune parti dell’industria energetica americana. Di certo, però, il conflitto non sostiene il presidente in vista delle elezioni di Midterm; e soprattutto pone dubbi strategici profondi agli alleati degli USA. L’accoppiamento tra la crisi energetica globale e la proiezione degli interessi statunitensi attraverso l’energia genera tensioni fortissime, che si acuiranno nelle prossime settimane e mesi, soprattutto tra i Paesi che si approvvigionano dagli Stati Uniti, pur essendo loro alleati».
Tra questi Paesi c’è anche l’Unione Europea. Come sta reagendo Bruxelles? C’è una minaccia di approvvigionamento per l’Europa?
«In realtà, l’Europa non sta reagendo, perché non esiste una vera “Europa dell’energia”. L’accordo siglato la scorsa estate tra la Commissione europea e Donald Trump per l’acquisto di 750 miliardi di dollari di risorse energetiche entro il 2028 si basa su presupposti energetici difficilmente attuabili. Tuttavia, nella situazione attuale, quell’intesa rappresenta un peso politico per Bruxelles. Il problema è che l’Unione Europea non ha una piena sovranità in materia energetica, che resta prerogativa degli Stati membri. Questa sovrapposizione di competenze sta già generando tensioni. Non a caso, l’ambasciatore statunitense presso l’UE ha recentemente avvertito che l’accordo deve essere implementato, altrimenti l’accesso privilegiato al GNL americano potrebbe essere rivisto. L’intesa, che dovrebbe entrare in vigore proprio quest’anno, è ancora in fase di ratifica a Bruxelles, ma inizia a incontrare forti opposizioni politiche in molti Paesi europei».
Il rinvio del divieto totale di importazione di petrolio russo deciso mercoledì indica che Bruxelles sta ripensando la propria strategia energetica di lungo periodo?
«È piuttosto la dimostrazione delle difficoltà dell’Europa nel proporsi come attore credibile nella geopolitica dell’energia. Il rinvio senza una nuova data chiara per l’embargo del petrolio russo evidenzia i limiti di una strategia che si è rivelata mal concepita, soprattutto perché fortemente eurocentrica. La guerra in corso dimostra invece che l’Europa non è al centro della geopolitica energetica globale, ma rischia anzi di scivolare sempre più verso una posizione periferica. L’energia è uno strumento di competizione tra grandi potenze e di proiezione di potere in teatri strategici, come il Golfo Persico, dove l’Europa gioca un ruolo marginale. Il fatto che si tenga alla larga da ogni intervento militare su Hormuz è un esempio palese della marginalità europea».
Ma quali alternative aveva Bruxelles dopo il 2022 se non quella di cercare nuovi fornitori o, eventualmente, riaprire il dialogo energetico con Mosca?
«Il rischio è proprio questo: che l’obiettivo iniziale venga progressivamente contraddetto. Non si è voluta cogliere fino in fondo la lezione della crisi russo-ucraina, cioè che l’energia è uno strumento politico complesso, che opera su più livelli e nel lungo periodo. Il taglio delle forniture russe nel 2022 ha rappresentato uno shock profondo, ma l’Europa ha preferito non riconoscere le proprie vulnerabilità, costruendo una narrazione basata sull’idea di poter contare su “fornitori affidabili”: Stati Uniti, Qatar, Algeria e Norvegia. Oggi, però, questa narrazione mostra tutte le sue fragilità. Gli Stati Uniti sono guidati da Trump, il Qatar è esposto a dinamiche geopolitiche fuori dal controllo europeo, l’Algeria è politicamente instabile. In sostanza, i presupposti su cui si fondava la sicurezza energetica europea si sono rivelati estremamente fragili. Paradossalmente, la dipendenza non è diminuita, ma si è trasformata: oggi l’Europa dipende in misura ancora maggiore dal gas naturale liquefatto statunitense, arrivando in alcuni momenti a superare il 60% delle importazioni. Senza il contributo del Qatar, gli Stati Uniti si avvicinano a una posizione quasi monopolistica».
Questa guerra cambierà la geografia energetica del Medio Oriente?
«Assolutamente sì. È una questione strategica che in Europa viene ancora sottovalutata. Così come è cambiata la percezione dell’energia proveniente dalla Russia, cambierà in modo profondo e probabilmente definitivo anche quella dell’energia proveniente dal Golfo. Paesi come Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar e Kuwait hanno costruito la propria credibilità internazionale sull’affidabilità come fornitori energetici. Tuttavia, ciò che è accaduto con la chiusura dello Stretto di Hormuz – una mossa strategica ben calibrata da parte dell’Iran – mette in discussione questa percezione. Il semplice fatto che una simile interruzione possa ripetersi in futuro cambierà radicalmente il modo in cui questi Paesi vengono considerati dai mercati. L’instabilità geopolitica entrerà strutturalmente nei prezzi dell’energia. Il paradosso è che questa situazione potrebbe rafforzare proprio l’Iran, accrescendone il peso strategico globale grazie al controllo di uno snodo cruciale come Hormuz».
