I cantieri della scuola e le priorità: «Pronti a intensificare gli sforzi»

È davvero così: la scuola è un cantiere aperto. Lo è per gli studenti, che mettono testa e cuore nello studio per crescere. Lo è per i docenti, che li accompagnano in uno dei compiti più delicati e affascinanti di sempre. E lo è per la politica, chiamata a garantire il miglior percorso formativo possibile. E così – qualche ora dopo il suono della campanella d’inizio che oggi ha riportato in classe circa 55 mila allievi e oltre 6 mila docenti – il Dipartimento dell’educazione della cultura e dello sport (DECS) ha fatto il punto sui temi che saranno al centro dei prossimi mesi e anni. Sì, perché la scuola, appunto, è un cantiere: qualcosa che evolve, che deve rimanere al passo coi tempi.
Il colore di fondo della tela su cui la direttrice Marina Carobbio Guscetti ha pensato la propria conduzione è il benessere degli allievi. Un macrotema che si declina con quello, inverso, dell’assenteismo (i dati sono in crescita), del disagio e del bullismo. Su questa tela, poi, ci sono alcuni interventi puntuali dettati dalle contingenze del momento. Tra questi spicca senza dubbio quello emergente degli smartphone, tornato prepotentemente d’attualità negli ultimi mesi, nonostante il Ticino sia già munito di un divieto d’utilizzo per le Scuole medie.
«L’abuso di telefonini e social rappresenta un problema di salute pubblica», ha esordito Carobbio Guscetti, ricordando il divieto introdotto alcuni anni fa su iniziativa del Parlamento e del DECS. «Ci siamo resi conto che il regolamento e le direttive legate a questo divieto vanno riviste ed estese». Oggi, per esempio, non si parla più soltanto di smartphone a scuola, ma anche di smartwatch. «Anche questi, insomma, vanno regolamentati».
La questione principale però riguarda soprattutto le pause, in particolare quella di mezzogiorno. «Questa estate abbiamo svolto un’indagine presso le 36 sedi scolastiche del cantone. Il divieto viene applicato in tutte le scuole medie, ma abbiamo rilevato divergenze proprio sulla pausa pranzo», ha spiegato Carobbio.
Nei prossimi mesi, quindi, il DECS lavorerà con i direttori per definire come applicare concretamente le regole in questo momento della giornata. «L’idea di fondo è garantire che gli spazi scolastici restino un luogo di scambi umani, di relazioni interpersonali e di socializzazione».
Non solo: considerato il progressivo abbassamento dell’età di utilizzo dei dispositivi elettronici e le richieste arrivate da alcune scuole comunali, il DECS ha inoltre valutato di estendere il divieto a tutta la scuola dell’obbligo, quindi anche alle elementari. L’implementazione delle novità è prevista per l’autunno 2025. Nel frattempo, come già avviene in altri Cantoni, anche in Ticino la politica si sta muovendo per introdurre un ulteriore giro di vite. Proprio domani il Centro presenterà l’iniziativa popolare «Smartphone: a scuola no», che propone di introdurre il divieto di portare il cellulare a scuola.
L’assenteismo
Ma oggi non si è parlato solo di salute e benessere digitale. Sul tema del disagio degli allievi, il Dipartimento ha messo la lente su un fenomeno preoccupante: l’assenteismo. Da un’indagine condotta dal Servizio di sostegno pedagogico su oltre 80 mila allievi di scuola media emerge infatti che le ore di assenza pro-capite sono aumentate in Ticino da circa 40 tra il 2017 e il 2020, a oltre 60 tra il 2021 e il 2025. «Negli ultimi anni abbiamo intensificato gli sforzi sia sul fronte della prevenzione al disagio, sia sul fronte delle singole situazioni», ha spiegato Carobbio. La quale ha poi passato in rassegna le risposte introdotte dal Cantone su questo tema: «Contro il fenomeno dell’assenteismo abbiamo predisposto un’allerta precoce già a partire da 30 ore di assenza in poche settimane, e un monitoraggio per le assenze maggiori a 200 ore». Il contatto diretto con le famiglie resta però fondamentale, ha ribadito la direttrice che ha annunciato l’avvio di un progetto pilota per indagare le cause del fenomeno. Perché la scuola fa paura? Perché i giovani vivono un blocco di fronte a questa istituzione che, invece, dovrebbe accogliere e includere?
Limite alle ripetizioni
Il ventaglio delle cause all’origine dell’aumento delle fragilità giovanili, segnalato da allievi, famiglie e docenti, è ampio e complesso. Tra i fattori incide sicuramente l’eccessivo confronto sociale, alimentato dai social media. A questo, ha riconosciuto il DECS, può aggiungersi anche la pressione derivante dalla scuola e dal sistema di valutazione, una pressione che, se protratta nel tempo, rischia di compromettere il benessere così come il rendimento, ha proseguito la direttrice del DECS. Dopo un confronto con le direttrici e i direttori e un’attenta riflessione, è stato pertanto modificato l’articolo 48 del Regolamento delle scuole medie superiori, allentando il limite alle ripetizioni. Da quest’anno, la ripetizione dell’anno scolastico è consentita una sola volta nel primo biennio e una sola volta per il terzo anno.
Lezioni private
Un tema a sé - che tuttavia si inserisce pienamente nella promozione di una scuola che si vuole inclusiva - è il ricorso alle lezioni private da parte degli allievi. A dieci anni dal primo studio (e dopo le sollecitazioni della politica), il DECS ha svolto una nuova indagine realizzata dal DFA che ha preso in esame quasi 1.500 allievi di vari ordinamenti scolastici. Il rapporto, che presto verrà consegnato alla politica, ha analizzato il ricorso alle lezioni private nella scuola media e nel postobbligo. «L’obiettivo – ha spiegato Emanuele Berger, coordinatore del DECS – è ridurre al minimo il ricorso a queste lezioni private, poiché creano inevitabilmente una disparità tra chi può permettersele e chi non ha questa possibilità». Il rischio di erosione del principio di equità su cui si fonda la scuola pubblica è concreto, e il DECS vuole intervenire con una serie di misure.
In sintesi, dallo studio emerge che in terza e quarta media quasi un allievo su due ricorre a lezioni private (45,8%); solo il 10% utilizza le offerte messe a disposizione dalla scuola; mentre il 31% riceve un sostegno settimanale dalle famiglie. «Al di là dei numeri, lo studio ha evidenziato che quanto già oggi viene proposto non sempre è sfruttato, perché non sufficientemente pubblicizzato o non apprezzato dagli allievi», ha commentato Berger.
Il coordinatore ha poi accennato ad alcune misure che il DECS intende promuovere, assieme al lancio di un progetto pilota in una sede scolastica: «L’idea è di rafforzare le competenze di studio autonomo, migliorando i metodi di apprendimento e valorizzando il tutoraggio tra pari, oltre a rafforzare l’alleanza educativa con le famiglie».
«L’identikit non esiste»
Ma chi ricorre alle lezioni private? «Un vero e proprio identikit non esiste» premette Giovanna Zanolla, autrice dello studio. «Non abbiamo riscontrato differenze né di genere né di classe sociale. Alle Medie, chi sente il bisogno vi fa ricorso. È però evidente che alcune famiglie devono fare più sacrifici di altre. Inoltre, cambia anche la figura a cui ci si rivolge: talvolta è uno studente, altre volte un docente».
Tra gli aspetti indagati spiccano i motivi che portano a questa scelta: «Spesso si tratta di allievi che in classe vivono una situazione di disagio e non se la sentono di chiedere aiuto al docente o temono di esporsi di fronte ai compagni». In questo senso, le lezioni private diventano uno strumento per nascondere le proprie difficoltà.
