I «dem» sono avanti a pochi giorni dal voto negli USA

«Immaginate che io sia candidato». Molto dell’America attuale gira attorno a questa esortazione di Donald Trump. Perché no, alle elezioni di midterm il presidente degli Stati Uniti non è tra i candidati. Non è direttamente in discussione come presidente, è però in discussione per il suo operato e per la squadra schierata dal suo partito. Ma non è candidato. Se lo fosse, nessuno si sbilancerebbe tanto sull’esito del voto, neppure a fronte di sondaggi chiari come quelli proposti dai media americani. Perché andrebbero considerate anche le personalità in campo. E quella di Trump continua a spiccare su tutte, a prescindere dal suo operato e nonostante il gradimento attuale. Senza il tycoon sulla lista, possiamo tranquillamente dare fiducia alle rilevazioni e affidarci alle testate principali, a cominciare dal New York Times. Il quale riporta anche l’indice di approvazione del presidente, attualmente - in calo - al 36%. Il gradimento è calato ulteriormente su alcune delle sue politiche più importanti: soltanto il 36% dei probabili elettori approva la sua gestione dei dazi, il 33% approva il modo in cui ha gestito la guerra in Iran e appena il 29% approva la sua gestione del costo della vita. Detto in altre parole: Trump è il presidente con il più basso indice di gradimento alla vigilia delle elezioni di metà mandato da quando Harry Truman e i Democratici furono sconfitti nel 1946. Il NYT propone un confronto con George W. Bush, il cui indice di gradimento scese a livelli comparabili nel 2006, in circostanze simili: lo stallo in Medio Oriente, l’aumento dei prezzi della benzina e le accuse di corruzione. In quell’occasione, i Democratici ottennero la maggioranza al Congresso, tra i governatori e nei parlamenti statali. Molti osservatori politici americani stanno proponendo confronti tra il 2006 e il 2026. Persino Fox News azzarda: «Il Partito Repubblicano sta gestendo le elezioni del 2026 come se fossero quelle del 2006, ripetendo il fallimento elettorale della guerra in Iraq di George W. Bush».
Chi può fare meno peggio
Le preoccupazioni della popolazione, in particolare quelle economiche, rischiano di rivelarsi centrali, oggi come allora. Al punto che molti analisti - ma anche molti cittadini - si chiedono se la campagna, da una parte come dall’altra, sia andata oltre le preoccupazioni per entrare nel campo dei programmi. E la risposta spesso è, banalmente: no. Non si è andati molto oltre. E questo, come osserva la CBS in una sua lettura degli ultimi sondaggi realizzati, porta a motivazioni di opposizione a determinate prospettive più che a vere e proprie spinte positive. Un esempio? Sempre la CBS fa notare: «Sono di più coloro che ritengono che i prezzi della benzina aumenteranno se vinceranno i Repubblicani rispetto a quelli che sono convinti possa accadere se vinceranno i Democratici». Sebbene - e questo è il paradosso - non credano che i Democratici riusciranno a far scendere i prezzi della benzina. La maggior parte degli elettori, insomma, seguendo questo discorso, non pensa che i Democratici abbiano un piano e che miglioreranno la situazione finanziaria delle persone, ma un numero ancora maggiore di elettori ritiene che la propria situazione peggiorerà se vinceranno i Repubblicani. Una corsa a chi farà meno peggio, in cui i Democratici hanno il vantaggio di non essere quelli che, in questo momento di depressione, hanno il potere e sono quindi imputabili di colpe e responsabilità. Nulla di nuovo sotto il sole, nel midterm.
Esercizio alla portata
Secondo il modello predittivo di Nate Silver, uno dei massimi esperti di sondaggi elettorali in America, citato da The Conversation, a pochi giorni dalle elezioni, i Democratici hanno tre probabilità su quattro di ottenere il controllo del Senato e rimangono i favoriti per la maggioranza alla Camera. Molto dipenderà proprio dall’andamento dei prezzi, in particolare della benzina, e quindi dalla situazione in Medio Oriente, un vero pantano, per Trump e i Repubblicani. Il modello di Silver attribuisce ai Democratici una probabilità del 75% di vincere al Senato e del 95% di vincere alla Camera. La corsa per il Senato è più complessa: i Democratici dovrebbero strappare almeno quattro seggi agli avversari (Texas, Alaska, Maine e North Carolina?) per spuntarla, ma dovranno fare in modo anche di non perdere per strada qualche Stato già loro, come il Michigan e il Minnesota, per esempio. Esercizio alla portata dei «dem», ma con un grado di complessità che non va sminuito.
Il caso esemplare del Texas
Il caso del Texas è esemplare ed è quello su cui si è scritto e detto di più nelle ultime settimane, con il democratico James Talarico dato in vantaggio sul candidato repubblicano Ken Paxton, attuale procuratore generale dello Stato. «In queste elezioni non c’entrano il Partito Democratico o il Partito Repubblicano, è una cosa più grande: queste elezioni devono puntare alla visione di quello che il nostro Stato può essere», ha sottolineato lo stesso Talarico in uno dei suoi ultimi comizi, giocando sull’ambiguità per convincere la vecchia ala dei Repubblicani a voltare le spalle all’uomo di Trump (da lui preferito al senatore John Cornyn, accusato di «slealtà»). Per salvare Paxton è sceso in campo anche Elon Musk, con una pioggia di milioni. Basteranno? Talarico ha avvertito il magnate: «Il Texas non è in vendita». Ha detto di più, in realtà: «Elon Musk vuole la nostra terra. Vuole la nostra acqua. Vuole i nostri soldi delle tasse. Vuole un senatore personale al Congresso degli Stati Uniti. Sta cercando di comprare il Texas. Ma il 3 novembre, invieremo un messaggio chiarissimo al primo miliardario del mondo». E ha accusato di corruzione il rivale. «Queste elezioni rappresentano la scelta tra un senatore che metta soldi nelle vostre tasche o nelle proprie; la scelta tra un senatore che sia per il Texas o per sé stesso; la scelta tra un senatore che serva voi o che serva i suoi megadonatori miliardari». Come Talarico ha trovato voce e coraggio, i Democratici sperano che questa spinta possa trasformarsi in qualcosa di più in vista delle elezioni presidenziali del 7 novembre del 2028.
Le parole di e su Obama
La presa di posizione di Barack Obama, espressa nei comizi in Ohio - altro Stato repubblicano alla portata dei «dem» - e poi ancora in Michigan, va proprio in questa direzione. Ha ricordato: «L’attuale presidente ha preso una serie di decisioni sbagliate. Soprattutto, ha deciso di iniziare una guerra inutile che nessuno aveva chiesto». E poi: «A Washington c’è bisogno di persone serie. Non è il momento per i reality show». La reazione di Trump non si è fatta attendere: «Obama è stato un presidente di un’incompetenza clamorosa. Ha pagato l’Iran con miliardi di dollari, aprendo loro la strada verso un’arma nucleare». Il presidente ha rispolverato i vecchi ritornelli sul Nobel per la Pace assegnato a Obama e non a lui: «Io ho risolto otto guerre. Non mi piace la Norvegia, è un cesso di Paese, fa schifo». L’impressione è che, in questo momento, a metà del cammino - il midterm -, l’America non si accontenti più del solito show.
