«I gioielli della rapina al Louvre potrebbero finire in Svizzera»

Storica e archeologa, esperta di crimini contro i beni culturali, Michela De Bernardin si è formata alla Normale di Pisa e alla Ruprecht-Karls-Universität di Heidelberg. Dal 2019 ha concentrato la sua attività sui temi del traffico illecito di beni culturali e dell’inquinamento del mercato dell’arte con manufatti rubati o di provenienza incerta. Il Corriere del Ticino l’ha intervistata a proposito della rapina di domenica al Louvre.
Dottoressa De Bernardin, come legge la clamorosa rapina al Louvre? È stato un furto su commissione o il colpo di una spericolata banda di ladri di gioielli?
«Le possibilità che il furto sia stato commissionato sono concrete. Ci sono persone senza alcuno scrupolo e con grandi, talvolta grandissime possibilità economiche, che possono essere interessate a pezzi storici o particolarmente prestigiosi, il cui valore va al di là di quello economico; un valore che, nel mondo dei collezionisti, è quasi più spronante rispetto alla quotazione in sé dell’oggetto. Si tratta di persone che, con intermediari o tramite contatti diretti, riescono a raggiungere i criminali e a chiedere loro di fare il colpo».
In ogni caso, non si tratta di azioni improvvisate o estemporanee.
«Non c’è dubbio. Un simile furto dev’essere stato studiato a tavolino nei minimi dettagli da un gruppo estremamente organizzato e già dedito ad attività di questo tipo».
Questo potrebbe facilitare l’attività di chi indaga?
«Gli investigatori analizzeranno in profondità i momenti della rapina e cercheranno le somiglianze più strette con altri colpi. Sono tutte informazioni che non saranno rese note, ma che andranno a restringere il campo su un certo tipo di network criminale che opera nell’ambito europeo».
Ci sono squadre speciali che si occupano di simili indagini?
«Esistono gruppi
investigativi specializzati sui furti di gioielli. E, per i manufatti storici,
sono attive anche unità di esperti di crimini legati al patrimonio culturale.
In Francia, ad esempio, c’è l’Office central de lutte contre le trafic des
biens culturels (OCBC); in Italia, invece, opera il Comando
tutela patrimonio culturale dei carabinieri. Credo che, nel caso del Louvre, siano ora in campo pure unità servizi investigativi privati che si occupano di
furti di beni di lusso».
È possibile che la banda abbia agito senza un vero e proprio committente?
«Ci sono reti criminali che possono essere interessate dalla preziosità dei monili, dalla presenza cioè di gioielli di grandi dimensioni - pietre dure soprattutto - che possono essere poi tagliate e quindi immesse sul mercato in modo molto più agevole. Va sottolineato, tuttavia, che tutto questo implica la connessione con circuiti di professionisti specializzati nel trattamento delle pietre dure e dei gioielli, i quali una volta rubati devono essere smontati e rimontati su qualcos’altro oppure venduti singolarmente».
Il cerchio si stringe nuovamente attorno a pochi nomi.
«Non proprio pochissimi, in verità. Il furto di gioielli è una delle attività criminali più redditizie e comuni. Certo, al Louvre sono state rubate pietre storiche, di grandi dimensioni, pietre che per essere rivendute devono essere necessariamente trasformate, e quindi trattate in modo molto attento. Chiaramente, bisogna rivolgersi a professionisti di alto livello, e spostarsi forse dalla Francia in Belgio o in Olanda, dove c’è una lunga tradizione legata al trattamento dei diamanti. Paesi che garantiscono, anche non alla luce del sole, la possibilità di un mercato di questo tipo di oggetti».
Il precedente di Dresda suggerisce, però, che gran parte di questi gioielli potrebbero essere venduti ancora integri.
«Sì, è vero. Nel
caso di Dresda, è probabile ci sia stato un
committente interessato a uno o più pezzi e che poi qualcosa sia andato storto, visto il rapido arresto di
sospettati. Anche il colpo del Louvre potrebbe essere nato dalla
richiesta di un committente interessato a un pezzo in particolare, e che i
ladri abbiano approfittato del brevissimo lasso di tempo cronometrato a
disposizione per arraffare tutto quello che potevano. La speranza di
ritrovare i gioielli integri è legata, quindi, al fatto che i monili siano
stati rubati per il loro valore storico e non soltanto per quello commerciale».
La Svizzera è ancora un mercato di transito degli oggetti d’arte rubati? I gioielli di Parigi potrebbero finire in Svizzera?
«Sì, c’è la
possibilità di un passaggio in Svizzera. Se, appunto, i ladri avessero
l’interesse a mantenere integri almeno alcuni pezzi, potrebbero depositarli in
un porto franco in attesa di tempi migliori per contattare i giusti acquirenti. Penso ai pezzi
veramente particolari, come la tiara con le
perle dell’imperatrice Eugenia: quelle perle sono grandi come sassi,
difficilmente potrebbero essere vendute una a una. Inoltre, non possono essere
tagliate come i diamanti. I collier e gli orecchini sono invece più facilmente
smembrabili e molto più a rischio, a mio avviso».
Qual è oggi il livello di conoscenza del mercato dell’arte rubata? Le unità speciali delle polizie si muovono in àmbiti noti?
«Sicuramente ci
sono gruppi o individui noti sui
quali gli investigatori, penso, lavoreranno. Bisogna però distinguere tra il
network malavitoso, i singoli criminali e i dealer di alto livello, attraverso
i quali sarebbe forse più facile risalire agli eventuali committenti».
Parliamo anche dei più classici “insospettabili”?
«Nel mondo del traffico di gioielli rubati ci sono figure in qualche modo conosciute, ma il mercato, nel suo insieme, è difficile da definire. Certo, gli investigatori hanno già sospetti su determinati individui, magari implicati in passato in vicende simili. Ma le indagini non sono facili. Se i gioielli fossero smembrati, il problema sarebbe dimostrare senza ombra di dubbio la provenienza illecita delle pietre, che non hanno un passaporto. Alcuni dealer operano approfittando di questo: agiscono in un sottobosco nel quale si muovono persone che si possono permettere enormi cifre di acquisto, magari con soldi illeciti; e, nello stesso tempo, svolgono una normalissima attività alla luce del sole, che non attira alcun tipo di attenzione. Ecco, è questa la difficoltà».
Un’ultima cosa: si poteva ipotizzare che i gioielli di Napoleone fossero più a rischio di altri? Si poteva prevenire la rapina?
«Senza alcun dubbio. È noto che al Louvre, proprio nell’ottica di una ristrutturazione improntata a una maggiore sicurezza, sono stati destinati ingenti fondi. Ma al di là dell’allarme che pare sia suonato, quelle finestre, quella balconata, in qualche modo chiamavano il furto. Non dico che tutto fosse veramente prevedibile in dettaglio, ma la struttura non era impostata per una sicurezza massima. Tutti i musei che possiedono ed espongono beni preziosi di quel tipo in gallerie storiche, corrono un rischio. La banda è stata ingegnosa, davvero se l’è studiata benissimo. Ma doveva essere fermata prima».
In che modo?
«Con un adeguato servizio di vigilanza che tenesse sotto controllo le persone sospette. Giorni e mesi prima. Personale con l’occhio allenato a individuare atteggiamenti strani, movenze inusuali».
Si riferisce a chi ha fatto i sopralluoghi?
«Sì. I banditi
avranno certamente fatto sopralluoghi su sopralluoghi. I bodyguard delle star,
banalmente, sono allenati non soltanto a reagire prontamente quando accade
qualcosa, ma a vedere, a rendersi conto del movimento delle persone, a
riconoscerne l’atteggiamento. Questo tipo di allenamento dovrebbe essere uno standard di sicurezza per tutti i musei,
oltre alla creazione di volte per i preziosi».
Certo, resta inspiegabile come nessuno del circuito di sicurezza si sia reso conto che un camion montacarichi si fosse accostato all’edificio di domenica.
«Sì, questo è veramente qualcosa di incredibile».
Si può presumere che ci fossero comunque alcuni basisti, perché è impossibile mettere a segno un colpo del genere se non hai qualcuno, dentro, che ti aiuta.
«Sì, diciamo però che è un po’ meno evidente rispetto al caso di Dresda. A mio avviso, i banditi hanno raccolto moltissime informazioni e studiato in dettaglio i luoghi. Che necessariamente ci sia stata una spiata interna, questo non saprei. Visti elementi che emersi finora, non lo direi con assoluta certezza».
