I molti «tentacoli» dei Pasdaran

Quando, nel giro di pochi giorni, missili e droni colpiscono le infrastrutture petrolifere saudite, le basi americane in Giordania, un cantiere cinese in Kuwait e persino due navi gasiere davanti al Canale di Suez, la domanda che ci si pone a Washington non è soltanto «chi ha sparato», ma «da dove viene davvero questo fuoco». Il contesto è quello di una superpotenza americana che, pur dominando i cieli, fatica - dopo le tante dichiarazioni trionfalistiche di Trump - a chiudere i conti con l’Iran dopo oltre cinque mesi di conflitto nel Golfo.
Un esercito, due anime
La forza militare iraniana non è un blocco unico. Al suo interno convivono infatti due strutture parallele: l’Artesh, l’esercito regolare ereditato dai tempi dello Scià, e i Pasdaran, i Guardiani della Rivoluzione (IRGC), corpo ideologico nato nel 1979 per proteggere il regime. All’interno dei Pasdaran opera la Forza Quds, l’unità incaricata delle operazioni all’estero, a lungo guidata da Qassem Soleimani fino alla sua uccisione in un’incursione americana nel 2020. È la Quds, più che l’esercito convenzionale, a tessere la rete regionale che oggi mette in difficoltà gli Stati Uniti.
Dottrina della difesa avanzata
La strategia iraniana nasce dalla consapevolezza che, in uno scontro simmetrico, l’aviazione e le portaerei americane avrebbero la meglio. Teheran ha quindi scelto la via asimmetrica e la cosiddetta «difesa avanzata», che implica di mantenere il conflitto il più lontano possibile dai propri confini, combattendo attraverso alleati e mediante missili e droni. Secondo questa impostazione, non è necessaria un’aviazione moderna se si possono colpire obiettivi a centinaia di chilometri con sciami di droni economici e missili balistici a corto e medio raggio.
Il cuore di questa strategia è una rete di gruppi armati, il cosiddetto «Asse della Resistenza». In Iraq, dopo l’invasione americana del 2003, formazioni insorte sono diventate eserciti veri e propri, oggi riuniti nella Resistenza islamica in Iraq, composta - secondo le stime - da una decina di fazioni con circa 50 mila combattenti e ingenti scorte di droni, missili a lungo raggio e sistemi antiaerei. La più potente è Kata’ib Hezbollah, considerata il partner militare più fidato di Teheran; seguono Asaib Ahl al-Haq e la storica Organizzazione Badr, fondata in Iran nel 1982. Molti di questi gruppi non sono clandestini, anzi: siedono in Parlamento, controllano ministeri, gestiscono imprese e, formalmente, rientrano nelle Forze di Mobilitazione Popolare integrate nello Stato iracheno. A questa costellazione si aggiungono Hezbollah in Libano e gli Houthi in Yemen, che la settimana scorsa hanno dichiarato un blocco navale contro l’Arabia Saudita e – aspetto non trascurabile per il quadro marittimo regionale, anche in chiave di supply chain – stanno allacciando relazioni sempre più strette con la rinvigorita pirateria somala.
Missili, droni e geografia
È la combinazione di alleati dispersi e di un arsenale a lungo raggio a moltiplicare la portata iraniana. Dagli attacchi ai giacimenti sauditi lanciati dal territorio iracheno, ai missili intercettati dalla Giordania, fino al drone che ha incendiato le navi a Damietta, ogni fronte può essere attivato da un attore diverso, spesso «negabile». A ciò si aggiunge la particolare geografia della regione: lo Stretto di Hormuz, che Teheran afferma ora di controllare, il Mar Rosso minacciato dagli Houthi e, più a nord, il Canale di Suez. Chi domina questi colli di bottiglia tiene in ostaggio le rotte energetiche mondiali, con i noti effetti sui prezzi del greggio. In questo contesto, la nuova coalizione di protezione marittima annunciata da Riyadh - decisa ad assumere il ruolo di «gendarme» regionale che Washington fatica a mantenere - dovrà fare i conti con una realtà sempre più complessa, sul piano militare e politico, alla luce anche degli attriti con gli Emirati e delle posizioni «sfumate» di Qatar e Oman.
Colpire l’Iran «duramente», come promette Trump, significa però colpire che cosa, esattamente? La rete è dispersa su più Paesi, intrecciata con istituzioni statali legittime e capace di rispondere da luoghi sempre diversi. Ogni incursione aerea rischia di allargare il conflitto: un attacco in Iraq coinvolge Baghdad, uno in Yemen trascina il Mar Rosso e anche Egitto e Kuwait sono stati sfiorati. Decapitare la struttura, come avvenne con Soleimani, non basta a smantellarla, perché i comandi sono ridondanti e l’ideologia sopravvive agli uomini.
Forza ma anche fragilità
Eppure, lo stesso radicamento nelle istituzioni irachene rappresenta un punto debole. La rete che rende Teheran potente la rende anche ingombrante per gli iracheni. L’ex premier Mustafa al-Kadhimi ha avvertito che l’Iraq non può più essere «il campo di battaglia dei conflitti altrui» e ha chiesto che lo Stato riprenda il controllo delle armi fuori dal suo comando. Anche Muqtada al-Sadr ha invocato prudenza, ricordando che il Paese «ha bisogno di pace» e ha «avuto abbastanza guerra». La rete di Teheran è insieme la sua arma più efficace e il suo fianco più esposto: un sistema costruito per non perdere mai una guerra convenzionale, ma che rischia di trasformare mezza regione in un unico, ininterrotto fronte. Si conferma, anche in questo caso, la traiettoria degli Stati Uniti - dalla Corea al Vietnam, fino all’Afghanistan e ad altre «avventure» africane e mediorientali -: dopo la perdita sul campo, si perde anche la pace che si era tentato di imporre, lasciando situazioni inestricabili e nuovi drammi.
