«I nostri dati digitali valgono come l'acqua di montagna»

C’è un’idea nata negli ambienti accademici di Torino che potrebbe cambiare radicalmente il modo in cui i nostri dati vengono trattati e valorizzati e, con essi, rimettere in sesto i sistemi pensionistici europei. Si chiama «webfare», neologismo coniato dal filosofo Maurizio Ferraris e fondato sul valore che tutti noi produciamo ogni giorno navigando in Rete. Ne abbiamo parlato con lo stesso Ferraris e con Mauro Guerra, matematico e direttore esecutivo di Ethéra Advisory e già CEO della Cassa Pensioni di Lugano (CPdL), che alla recente Biennale della Tecnologia di Torino ne ha illustrato le implicazioni previdenziali.
Mauro Guerra, tutti parlano del valore dei dati. Mentre per i colossi tecnologici questo valore è sfruttato da anni, come si fa a «monetizzare» quelli che noi utenti generiamo?
«Pensiamo alla situazione in cui si trovavano i comuni di montagna a fine Ottocento con l’acqua. Che cosa vale l’acqua, di per sé? Poco o niente. Ma quei comuni furono molto astuti nell’ideare il concetto delle concessioni e oggi la loro ricchezza deriva proprio dai proventi di quell’acqua valorizzata. Con i dati è identico: un indirizzo, una data di nascita, una professione - i cosiddetti dati grezzi - valgono qualche centesimo presso i data broker. Ma aggregati, elaborati, messi in relazione, possono valere un multiplo di dieci, venti volte tanto. È un mercato enorme, tutto da scoprire - e da sfruttare».
Eppure, questo valore oggi finisce quasi interamente nelle tasche delle società «big tech»...
«Il nodo non è giuridico, gli strumenti esistono già. Il Digital Markets Act (DMA) e il Digital Services Act sono regolamenti europei, entrano automaticamente negli ordinamenti nazionali senza bisogno di recepimento. E si applicano di fatto anche in Svizzera. La proposta è duplice. Primo, le sanzioni che l’UE commina ai «gatekeeper» - Google, Meta, Amazon - in caso di violazione vanno dirottate al finanziamento dello stato sociale, anziché finire nelle casse generali. Secondo, all’interno delle norme antitrust già previste dal DMA, si introduce un obbligo di contribuzione previdenziale. In sostanza, se vuoi operare liberamente in un mercato da 450 milioni di consumatori, allora contribuisci al welfare nei Paesi dove generi valore. È importante ricordare che i giovani NEET (Not in Employment, Education or Training) in Europa sono circa 6 milioni. Allo stesso tempo, secondo analisi come il Future of Jobs Report del WEF, entro il 2030 milioni di posti di lavoro in Europa saranno trasformati o sostituiti dall’automazione e dall’IA».
Come funzionerebbe il finanziamento della previdenza sociale, per esempio in Svizzera?
«Ci sono due livelli. Il primo, più immediato, riguarda i sistemi a ripartizione, come l’AVS in Svizzera. I proventi della valorizzazione dei dati vengono dirottati sul conto economico del primo pilastro, oggi in chiara difficoltà. Il secondo livello, più evoluto, prevede che ogni persona attiva sulla rete - il cosiddetto prosumer, chi consuma ma produce valore digitale - accumuli accrediti sul proprio avere di vecchiaia, proporzionali alla sua attività digitale. La rete si configura, in sostanza, come un ulteriore datore di lavoro, chiamando le big tech ad assumere i medesimi obblighi contributivi propri dei datori di lavoro tradizionali».
Professor Ferraris, il termine «webfare» incuriosisce. Di cosa si tratta, concretamente?
«È welfare digitale, l’idea che il grande capitale prodotto dai comportamenti dell’umanità sul web debba essere redistribuito a chi lo produce, cioè tutti noi. Oggi questo capitale viene sfruttato in due modi soltanto. Il modello americano, liberistico, in cui i vantaggi vanno ai proprietari delle piattaforme, che però almeno non controllano sistematicamente i cittadini. Il modello cinese, che io chiamo bolscevistico, in cui il partito ridistribuisce i proventi del web. E questo spiega in buona parte la crescita economica della Cina negli ultimi vent’anni, ma esercita una sorveglianza totale. Il resto del mondo, Europa in testa, produce valore senza trarne vantaggio. Il webfare è la terza via».
Come si trasformano i dati in valore per i cittadini? Un esempio?
«C’è un albergo economico a Tokyo, uno di quelli con questi loculi in cui si entra e si chiude il mondo fuori. Offre lo stesso servizio dei concorrenti ma a metà prezzo. Il segreto è che dentro i loculi ci sono sensori che misurano l’attività cardiaca dei clienti durante la notte. Quei dati vengono venduti a un istituto di ricerca scientifica. L’istituto paga l’albergo, che abbassa la tariffa. E i clienti ricevono, la settimana dopo, un’analisi del loro sonno. Valore monetario per l’albergo, valore conoscitivo per i clienti, valore scientifico per la ricerca. È questo il meccanismo: non vendere dati grezzi, ma elaborarli e trasformarli in un doppio valore».
Mi scusi, ma perché non tassare meglio le «big tech», che oggi pagano pochissimo, spesso grazie a società-schermo in Irlanda, e redistribuire quel gettito?
«Ci abbiamo provato. E non basta. Le piattaforme sono straordinariamente abili nel dichiarare utili minimi. Per anni Amazon si presentava appena in pareggio, salvo poi risultare che il suo fondatore potesse lasciare alla ex moglie qualcosa come il PIL annuo dell’Austria. Tassare il reddito di questi soggetti è un inseguimento senza fine. E con un presidente americano che considera qualsiasi pressione fiscale sulle piattaforme un attacco agli interessi nazionali, la strada è ancora più impervia. Il webfare non sostituisce la tassazione, che va certamente migliorata, ma la affianca con qualcosa di strutturalmente diverso, ovvero una filiera autonoma di valorizzazione dei dati che non dipende dalla buona volontà delle piattaforme né dai rapporti di forza diplomatici».
E sul piano della fattibilità?
«Non è solo teoria. Alla Scienza Nuova - l’istituzione che presiedo, che riunisce l’Università e il Politecnico di Torino - abbiamo avviato un progetto di ricerca finanziato con un milione e mezzo di euro proprio per capire con quali dati, attraverso quali istituzioni e con quali strumenti attuare il processo. L’urgenza è reale: se il lavoro continuerà a ridursi per effetto dell’automazione - e continuerà - dobbiamo trovare un modo per redistribuire il valore che gli esseri umani producono semplicemente esistendo e consumando. Altrimenti l’alternativa è mille dollari al mese a testa mentre altri accumulano miliardi. Una frustrazione che alimenta il populismo, non il progresso».
