I vestiti storici tornano a splendere

Non è scontato immaginarsi l’Ottocento come un’epoca colorata. Vuoi per la patina di sporco che adombra i quadri coevi, vuoi per un’estetica cinematografica che ama restituire atmosfere cupe e tendenti al grigio. Eppure, a restaurare i reperti del tempo, il colore torna facilmente prepotentemente alla ribalta. Un’ennesima dimostrazione la si ha dall’Ufficio patrimonio culturale di Lugano, che ha di recente completato il restauro dei circa 130 oggetti di vestiario sette e ottocentesco che componevano la collezione del Museo storico di Lugano. Un’impresa che è stata raccontata nel più recente numero della collana Con cura, agili volumetti distribuiti gratuitamente che da qualche anno accompagnano i restauri di testimonianze storiche luganesi (gli ultimi due erano dedicati alla sala matrimoni di Palazzo civico e al monumento all’indipendenza ticinese sito nell’omonima piazza). In futuro, se non tramite una vera e propria esposizione - ma è complicato trovare lo spazio - si pensa di tornare a mostrare i vestiti (sono stati fotografati professionalmente) in un «museo virtuale».
Anche uniformi e capi orientali
D’altronde, questi tessuti sono stati esposti a Lugano per decenni, nelle quattordici sale di villa Ciani che fino al 1963 hanno ospitato il Museo storico di Lugano, istituito a inizio Novecento a partire da un nucleo di materiali raccolti in occasione dei festeggiamenti per il centenario dell’indipendenza ticinese nel 1898. In seguito sono confluiti, assieme a buona parte della collezione, nei depositi dell’Archivio storico cittadino, da cui sono stati appunto di recente rispolverati. «Dal pregio delle stoffe in seta della borghesia luganese ai tessuti in canapa stampata delle classi più umili - si legge in Abiti e divise, la nuova pubblicazione, - la collezione illustra la diversità geografica e sociale dei centri e delle valli ticinesi, mettendo in luce i profondi legami con il resto della Svizzera e con altri Paesi europei. Questi oggetti offrono una preziosa comprensione del patrimonio materiale e culturale, sia civile che religioso, delle terre a sud delle Alpi».
Oltre agli abiti della Lugano bene e dei contadini nel giorno di festa, la collezione si compone anche di diverse uniforme militari, come quella dell’avvocato Natale Vicari, ferito durante la Prima guerra d’indipendenza italiana, nonché di un’ottantina fra abiti e ornamenti orientali raccolti e donati dall’ingegnere giramondo Sigismondo Talleri alla Città nel 1925. Una donazione di cui si era persa finanche la memoria, e che grazie alle ricerche dell’Ufficio patrimonio culturale è ora stata ricostruita.
Cosa c’è nel volumetto
Abiti e divise è opera principalmente della storica dell’arte Lisa Laurenti, a cui si devono un breve intervento che contestualizza la nascita e lo sviluppo dell’interesse storico verso i vestiti d’epoca inSvizzera e nel mondo, nonché (con lo storico Damiano Robbiani) uno teso a illustrare la collezione del Museo storico sia dal punto di vista dell’estetica del tempo che degli usi di questi capi di vestiario, senza tralasciare brevi accenni biografici a chi questa collezione l’ha resa possibile. La pubblicazione è corredata da diverse fotografie di Aline d’Auria che ben restituiscono la vivacità e la ricchezza dei colori dei tessuti.
Spiegare i restauri
Alcune interessanti pagine sono infine dedicate a spiegare, con la restauratrice Sabine Sille, come sono effettivamente stati salvaguardati i vestiti e quali sfide tecniche abbia comportato questa operazione, con un occhio anche alla conservazione futura.
Si apprende ad esempio che è stata condotta una «pulitura generale dei tessuti in acqua demineralizzata» e che per conservarli al meglio serve «una temperatura fra i 16 e i 20 gradi, un’umidità relativa stabile attorno al 50%, e l’utilizzo di contenitori specifici in cartone antiacido che proteggono gli oggetti dalla polvere. La posizione di conservazione ottimale è quella distesa, priva di piegature e al buio».
Un museo «perso» per cattiva logistica
Il Museo storico di Lugano cessò di esistere anche per una cattiva pianificazione logistica. Venne infatti smantellato senza un’alternativa pronta. Come ricorda una scheda online allestita dall’Ufficio del patrimonio, il museo venne dismesso perché l’umidità aveva dato all’esposizione e ai locali di villa Ciani «un’aria muffosa, disordinata, squallida e desueta». L’idea di allestire un museo storico più moderno c’era – doveva entrare in villa Saroli, da poco divenuta di proprietà della Città – ma la cosa non quagliò. E così il grosso della collezione finì nei depositi dell’Archivio storico, una parte venne donata ad altre realtà museali (la camera leventinese ad esempio finì al Museo di Giornico), mentre i reperti archeologici, già di proprietà cantonale, furono ritirati dall’Ufficio dei monumenti storici.
