L'intervista

Ignazio Cassis: «Non vogliamo un automatismo che ci legherebbe le mani»

«L’attuale Costituzione ha sempre funzionato bene, perché cambiarla?»: il capo del DFAE difende lo status quo sulla neutralità, lo abbiamo intervistato
© KEYSTONE/PETER KLAUNZER
Giovanni Galli
05.09.2026 06:00

«L’attuale Costituzione ha sempre funzionato bene, perché cambiarla?». Il capo del DFAE Ignazio Cassis difende lo status quo sulla neutralità. Lo abbiamo intervistato.

Quello del 27 settembre sarà il suo primo test popolare. I sondaggi danno i contrari all’iniziativa in chiaro vantaggio. Per lei una buona situazione di partenza?
«Il Consiglio federale e il Parlamento invitano la popolazione a respingere questa iniziativa. Come capo del Dipartimento competente, ho il compito e il piacere di illustrare la posizione del Consiglio federale, insieme a numerose altre voci».

Tutto ha preso le mosse dall’adesione alle sanzioni UE contro la Russia nel 2022. All’epoca, dopo una prima fase di attesa di qualche giorno, la decisione è stata presa a seguito delle pressioni internazionali e interne?
«Questa iniziativa nasce dal malcontento di alcuni degli iniziativisti in merito alla decisione del Consiglio federale nel febbraio ’22 di riprendere le sanzioni dell’Unione Europea contro la Russia. Le sanzioni hanno lo scopo di indebolire l’economia russa per farle smettere la guerra. Il Consiglio federale ha deciso con l’obiettivo di evitare un coinvolgimento nella guerra. Talvolta decide in un modo, talvolta decide nell’altro, a dipendenza del momento storico e dalla valutazione approfondita della situazione. E questo è ciò che la nostra Costituzione chiede al Consiglio federale e al Parlamento: assumere responsabilità nell’utilizzare lo strumento della neutralità. Non siamo un’isola: consideriamo ciò che avviene attorno a noi, ma decidiamo in modo autonomo. È stata una scelta libera, fatta dopo aver studiato la situazione. Una scelta che il Parlamento ha confermato».

Ma cosa sarebbe potuto succedere se la Svizzera non avesse aderito a queste sanzioni? Avrebbe potuto essere a sua volta oggetto di ritorsioni?
«La valutazione porta proprio a capire questo, cioè quali conseguenze positive e negative ha una simile decisione. È proprio questa la responsabilità assunta da Governo e Parlamento. Abbiamo previsto che la Russia non sarebbe stata contenta e Mosca non ha mancato di farlo sapere. Avessimo deciso il contrario, avremmo avuto un grosso malcontento attorno a noi. Bisognava fare una scelta per difendere i nostri interessi: avremmo comunque scontentato qualcuno. Essere neutrali in tempo di pace è facile, più difficile invece quando una guerra ci minaccia».

Che cosa ha fatto pendere la bilancia in favore delle sanzioni?
«Non si può lasciare che siano violate quelle regole che insieme abbiamo definito a livello mondiale, compresa la Russia, proprio per evitare la guerra. Non possiamo mettere la testa sotto la sabbia. Bisognava dire alla Russia che così non va. Non si può aggredire liberamente uno Stato sovrano violando gravemente il diritto internazionale».

In alternativa, perché non prevedere un congelamento dei rapporti economici con la Russia a livello del 2022?
«Le sanzioni sono meno forti di un congelamento completo dei rapporti economici, ma vanno nella stessa direzione. L’obiettivo è di ridurre progressivamente tali rapporti, per impedire che la guerra sia finanziabile».

Le sanzioni, quindi, non sarebbero una violazione della neutralità tradizionale?
«No, assolutamente. La neutralità, definita nella nostra Costituzione e nel diritto internazionale, ci impedisce di immischiarci militarmente nei conflitti armati, per esempio fornendo armi o aderendo ad alleanze militari come la NATO. Non impedisce invece sanzioni economiche, che, oltre alla condanna verbale, ci permettono di protestare contro gli Stati che violando le regole comuni mettono in pericolo la nostra sicurezza».

Secondo i promotori dell’iniziativa, la Svizzera è uno stato belligerante contro la Russia e che fraternizza con l’altro belligerante.
«La Svizzera non è in guerra. Ricordo che in oltre 20 anni abbiamo adottato sanzioni dell’UE contro una dozzina di Stati. Lo facciamo proprio per opporci alla guerra».

Nel 1938, la Svizzera fece dietrofront sulle sanzioni all’Italia adottate di concerto con la Società delle Nazioni. Questo episodio viene evocato dai sostenitori dell’iniziativa per dire che l’adesione a quelle sanzioni fu una delle poche deviazioni da una linea tradizionale di neutralità integrale.
«Quello che dicono gli iniziativisti su questo tema è esattamente ciò che vogliono anche Consiglio federale e Parlamento: un margine di manovra per decidere in ogni particolare situazione che tipo di reazioni adottare. Con la stessa base legale di oggi, nel 1938 il mio predecessore Giuseppe Motta propose al Consiglio federale di avere una neutralità più rigida, dopo che qualche anno prima, nel 1920, aveva invece proposto una neutralità più differenziata. Ciò è appunto possibile con la base legale attuale. Forse il Consiglio federale fra 5, 10, 20 anni, di fronte a una situazione geopolitica e a una minaccia diversa, deciderà di avere una neutralità più rigida. Se accettassimo l’iniziativa avremmo invece un automatismo che ci legherebbe le mani, indebolendo il giudizio politico. Questa responsabilità non possiamo delegarla a un algoritmo».

L’interpretazione attuale della neutralità è considerata da voi più idonea per difendere gli interessi del Paese, in particolare in materia di sicurezza. Perché?
«Proprio perché ci permette utilizzare la neutralità come uno strumento al servizio del suo obiettivo fondamentale: evitare che la Svizzera venga coinvolta in una guerra. Si cambia qualcosa se non funziona, non per vaghe sensazioni nostalgiche o ideologiche. Ciò che conta è che dopo quattro anni e mezzo di guerra fra Russia e Ucraina non abbiamo guerra in Svizzera, così come non ne abbiamo avute negli ultimi 180 anni. E ciò con l’attuale Costituzione, che ci dà questa libertà di evolvere, invece di mettere la neutralità sotto naftalina».

A proposito di guerra, l’altro giorno una consigliera nazionale dell’UDC ha detto di non voler vedere i nostri figli tornare a casa morti nei sacchi di plastica.
«Nemmeno io lo voglio, e nemmeno il Consiglio federale o il Parlamento. Abbiamo un obiettivo: mantenere l’indipendenza, la sicurezza ed evitare la guerra. L’attuale regolamentazione della neutralità è la strada migliore per raggiungerlo».

Vuol dire che un’interpretazione rigida della neutralità potrebbe nuocere alla sicurezza del Paese?
«Il nuovo articolo costituzionale in votazione restringerebbe il margine di giudizio e di manovra di cui oggi dispongono Governo e Parlamento. Non potremmo più adottare sanzioni se non quelle che decide l’ONU, che però è bloccata dai veti del Consiglio di sicurezza. La Svizzera non potrebbe più reagire contro le violazioni delle regole internazionali che ci proteggono. In secondo luogo, il nostro esercito non potrebbe più collaborare con i Paesi vicini per prepararsi all’eventualità di una guerra, se non in caso di minaccia militare contro la Svizzera. Ma chi deciderebbe quando si può parlare di minaccia militare? Passeremmo anni a discutere sul soggetto. Se alla fine l’interpretazione sarà molto ampia, allora tanto vale lasciare la situazione attuale».

Altrimenti?
«Se invece non possiamo più esercitarci con i vicini, allora la questione si pone in termini ancora più gravi: come fa il nostro esercito a prepararsi? Non può cominciare a farlo quando cade la prima bomba».

Ma concretamente, di che tipo di collaborazione con l’estero abbiamo bisogno in ambito militare? Non ci si sta già spingendo troppo oltre?
«No. Proprio in questi giorni le forze aeree svizzere stanno esercitandosi con quelle italiane. Lo facciamo anche con i tedeschi e con i francesi. Questo è fondamentale, sia perché le nostre forze aeree devono operare in spazi molto ristretti, sia perché abbiamo bisogno di imparare a capirci nella difesa dello spazio aereo, oggi più che mai necessaria».

Per la Russia non siamo neutrali. Siamo ancora un Paese credibile per fornire buoni uffici?
«Assolutamente, anche se i fautori dell’iniziativa affermano il contrario. La neutralità svizzera è riconosciuta in tutto il mondo. In questo mondo irrequieto, negli ultimi anni abbiamo addirittura avuto un aumento importante di richieste di buoni uffici, il che sfata il mito che la Svizzera non sarebbe più ricercata».

Cambiano forse i modi?
«Operiamo meno da soli, perché il mondo è più complesso. Abbiamo buone cooperazioni per esempio con il Qatar, l’Oman o il Pakistan. In febbraio abbiamo ospitato a Ginevra colloqui di pace tra Russia e Ucraina. I russi, pur definendoci un Paese ostile, erano presenti. Le affermazioni della Russia sono comprensibili in una retorica di guerra; la realtà è più differenziata».

Nel 2024 c’è stato l’incontro sul Bürgenstock, ma la Russia non era presente. Un fallimento?
«L’intenzione iniziale era di avere la Russia a bordo. Ma non è stato possibile far sedere allora Russia e Ucraina allo stesso tavolo. Tuttavia, non è stato un fallimento, ma una difficoltà tipica della diplomazia, che richiede tenacia e pazienza. Non tutte le ciambelle escono col buco. Ma il Bürgenstock del 2024 è stato un passo che ha rafforzato il nostro ruolo nei buoni uffici e nella disponibilità di mediazione, come dimostrato dall’incontro di Ginevra di quest’anno».

Si può essere più utili al mondo con la neutralità attuale rispetto a una neutralità rigida?
«Non è la neutralità che ci difende dai conflitti armati, è il modo con cui Governo e Parlamento usano la neutralità per essere utili nel mondo. La realtà è che siamo rispettati se siamo utili. Se diamo una mano agli altri a togliersi d’impaccio in certe situazioni, allora ci lasciano tranquilli. È così da secoli».

Quanta protezione offre la neutralità?
«Ci sta proteggendo da 180 anni, per limitarmi alla sola Svizzera moderna fondata nel 1848. Dobbiamo soltanto elevare lo sguardo oltre l’orizzonte temporale di una vita, guardare indietro di tre secoli e dirci: ok, così male non abbiamo fatto. Certo, la neutralità da sola non basta. Non sono le sole parole della Costituzione a dissuadere un aggressore».

Micheline Calmy-Rey ha detto di temere un responso alle urne troppo negativo perché incoraggerebbe gli Europa-Nato-turbo. La politica del Governo cambierebbe a seconda della misura di un eventuale no in votazione?
«Non c’è alcuna intenzione di aderire all’UE o alla NATO. In ogni caso una tale decisione richiederebbe un voto popolare a doppia maggioranza (popolo e Cantoni). La neutralità è da sempre uno strumento prezioso per la pace come per la coesione nazionale. L’attuale Costituzione ha sempre funzionato bene, perché cambiarla? Abbiamo vissuto in pace anche durante le guerre mondiali. E dalla pace nascono prosperità, sicurezza e libertà».

I partiti contrari parlano di iniziativa pro-Putin, lei concorda?
«I partiti hanno i loro programmi, i loro vocabolari, le loro campagne di comunicazione, che il Consiglio federale non commenta».

Come valuta i tentativi russi che si sono visti anche recentemente di interferire nella campagna di voto?
«Fintanto che questo avviene in maniera esplicita e sappiamo chi ha detto cosa, credo che la nostra popolazione sappia dare a queste affermazioni il giusto peso».

Nel 2022, l’allora presidente degli Stati Uniti Joe Biden aveva detto che persino la Svizzera aveva rinunciato alla sua neutralità. Se il 27 settembre vincesse il no, potrebbe passare lo stesso messaggio.
«Abbiamo 170 rappresentanze nel mondo. Daremo chiare istruzioni ai nostri diplomatici, in caso di un sì come di un no alle urne - speriamo che sia un no - di informare adeguatamente gli Stati. Come è sempre il caso quando una decisione ha un impatto internazionale».