Ignazio Cassis: «Non vogliamo un automatismo che ci legherebbe le mani»

«L’attuale Costituzione ha sempre funzionato bene, perché cambiarla?». Il capo del DFAE Ignazio Cassis difende lo status quo sulla neutralità. Lo abbiamo intervistato.
Quello del 27
settembre sarà il suo primo test popolare. I sondaggi danno i contrari
all’iniziativa in chiaro vantaggio. Per lei una buona situazione di partenza?
«Il Consiglio
federale e il Parlamento invitano la popolazione a respingere questa
iniziativa. Come capo del Dipartimento competente, ho il compito e il piacere
di illustrare la posizione del Consiglio federale, insieme a numerose altre
voci».
Tutto ha preso le
mosse dall’adesione alle sanzioni UE contro la Russia nel 2022. All’epoca, dopo
una prima fase di attesa di qualche giorno, la decisione è stata presa a
seguito delle pressioni internazionali e interne?
«Questa
iniziativa nasce dal malcontento di alcuni degli iniziativisti in merito alla
decisione del Consiglio federale nel febbraio ’22 di riprendere le sanzioni
dell’Unione Europea contro la Russia. Le sanzioni hanno lo scopo di indebolire
l’economia russa per farle smettere la guerra. Il Consiglio federale ha deciso
con l’obiettivo di evitare un coinvolgimento nella guerra. Talvolta decide in
un modo, talvolta decide nell’altro, a dipendenza del momento storico e dalla
valutazione approfondita della situazione. E questo è ciò che la nostra
Costituzione chiede al Consiglio federale e al Parlamento: assumere
responsabilità nell’utilizzare lo strumento della neutralità. Non siamo
un’isola: consideriamo ciò che avviene attorno a noi, ma decidiamo in modo
autonomo. È stata una scelta libera, fatta dopo aver studiato la situazione.
Una scelta che il Parlamento ha confermato».
Ma cosa sarebbe
potuto succedere se la Svizzera non avesse aderito a queste sanzioni? Avrebbe
potuto essere a sua volta oggetto di ritorsioni?
«La valutazione
porta proprio a capire questo, cioè quali conseguenze positive e negative ha
una simile decisione. È proprio questa la responsabilità assunta da Governo e
Parlamento. Abbiamo previsto che la Russia non sarebbe stata contenta e Mosca
non ha mancato di farlo sapere. Avessimo deciso il contrario, avremmo avuto un
grosso malcontento attorno a noi. Bisognava fare una scelta per difendere i
nostri interessi: avremmo comunque scontentato qualcuno. Essere neutrali in
tempo di pace è facile, più difficile invece quando una guerra ci minaccia».
Che cosa ha fatto
pendere la bilancia in favore delle sanzioni?
«Non si può
lasciare che siano violate quelle regole che insieme abbiamo definito a livello
mondiale, compresa la Russia, proprio per evitare la guerra. Non possiamo
mettere la testa sotto la sabbia. Bisognava dire alla Russia che così non va.
Non si può aggredire liberamente uno Stato sovrano violando gravemente il
diritto internazionale».
In alternativa,
perché non prevedere un congelamento dei rapporti economici con la Russia a
livello del 2022?
«Le sanzioni sono
meno forti di un congelamento completo dei rapporti economici, ma vanno nella
stessa direzione. L’obiettivo è di ridurre progressivamente tali rapporti, per
impedire che la guerra sia finanziabile».
Le sanzioni,
quindi, non sarebbero una violazione della neutralità tradizionale?
«No,
assolutamente. La neutralità, definita nella nostra Costituzione e nel diritto
internazionale, ci impedisce di immischiarci militarmente nei conflitti armati,
per esempio fornendo armi o aderendo ad alleanze militari come la NATO. Non
impedisce invece sanzioni economiche, che, oltre alla condanna verbale, ci
permettono di protestare contro gli Stati che violando le regole comuni mettono
in pericolo la nostra sicurezza».
Secondo i
promotori dell’iniziativa, la Svizzera è uno stato belligerante contro la
Russia e che fraternizza con l’altro belligerante.
«La Svizzera non
è in guerra. Ricordo che in oltre 20 anni abbiamo adottato sanzioni dell’UE
contro una dozzina di Stati. Lo facciamo proprio per opporci alla guerra».
Nel 1938, la
Svizzera fece dietrofront sulle sanzioni all’Italia adottate di concerto con la
Società delle Nazioni. Questo episodio viene evocato dai sostenitori
dell’iniziativa per dire che l’adesione a quelle sanzioni fu una delle poche
deviazioni da una linea tradizionale di neutralità integrale.
«Quello che
dicono gli iniziativisti su questo tema è esattamente ciò che vogliono anche
Consiglio federale e Parlamento: un margine di manovra per decidere in ogni
particolare situazione che tipo di reazioni adottare. Con la stessa base legale
di oggi, nel 1938 il mio predecessore Giuseppe Motta propose al Consiglio
federale di avere una neutralità più rigida, dopo che qualche anno prima, nel
1920, aveva invece proposto una neutralità più differenziata. Ciò è appunto
possibile con la base legale attuale. Forse il Consiglio federale fra 5, 10, 20
anni, di fronte a una situazione geopolitica e a una minaccia diversa, deciderà
di avere una neutralità più rigida. Se accettassimo l’iniziativa avremmo invece
un automatismo che ci legherebbe le mani, indebolendo il giudizio politico.
Questa responsabilità non possiamo delegarla a un algoritmo».
L’interpretazione
attuale della neutralità è considerata da voi più idonea per difendere gli
interessi del Paese, in particolare in materia di sicurezza. Perché?
«Proprio perché
ci permette utilizzare la neutralità come uno strumento al servizio del suo
obiettivo fondamentale: evitare che la Svizzera venga coinvolta in una guerra.
Si cambia qualcosa se non funziona, non per vaghe sensazioni nostalgiche o
ideologiche. Ciò che conta è che dopo quattro anni e mezzo di guerra fra Russia
e Ucraina non abbiamo guerra in Svizzera, così come non ne abbiamo avute negli
ultimi 180 anni. E ciò con l’attuale Costituzione, che ci dà questa libertà di
evolvere, invece di mettere la neutralità sotto naftalina».
A proposito di
guerra, l’altro giorno una consigliera nazionale dell’UDC ha detto di non voler
vedere i nostri figli tornare a casa morti nei sacchi di plastica.
«Nemmeno io lo
voglio, e nemmeno il Consiglio federale o il Parlamento. Abbiamo un obiettivo:
mantenere l’indipendenza, la sicurezza ed evitare la guerra. L’attuale
regolamentazione della neutralità è la strada migliore per raggiungerlo».
Vuol dire che
un’interpretazione rigida della neutralità potrebbe nuocere alla sicurezza del
Paese?
«Il nuovo
articolo costituzionale in votazione restringerebbe il margine di giudizio e di
manovra di cui oggi dispongono Governo e Parlamento. Non potremmo più adottare
sanzioni se non quelle che decide l’ONU, che però è bloccata dai veti del
Consiglio di sicurezza. La Svizzera non potrebbe più reagire contro le
violazioni delle regole internazionali che ci proteggono. In secondo luogo, il
nostro esercito non potrebbe più collaborare con i Paesi vicini per prepararsi
all’eventualità di una guerra, se non in caso di minaccia militare contro la Svizzera.
Ma chi deciderebbe quando si può parlare di minaccia militare? Passeremmo anni
a discutere sul soggetto. Se alla fine l’interpretazione sarà molto ampia,
allora tanto vale lasciare la situazione attuale».
Altrimenti?
«Se invece non
possiamo più esercitarci con i vicini, allora la questione si pone in termini
ancora più gravi: come fa il nostro esercito a prepararsi? Non può cominciare a
farlo quando cade la prima bomba».
Ma concretamente,
di che tipo di collaborazione con l’estero abbiamo bisogno in ambito militare?
Non ci si sta già spingendo troppo oltre?
«No. Proprio in
questi giorni le forze aeree svizzere stanno esercitandosi con quelle italiane.
Lo facciamo anche con i tedeschi e con i francesi. Questo è fondamentale, sia
perché le nostre forze aeree devono operare in spazi molto ristretti, sia
perché abbiamo bisogno di imparare a capirci nella difesa dello spazio aereo,
oggi più che mai necessaria».
Per la Russia non
siamo neutrali. Siamo ancora un Paese credibile per fornire buoni uffici?
«Assolutamente,
anche se i fautori dell’iniziativa affermano il contrario. La neutralità
svizzera è riconosciuta in tutto il mondo. In questo mondo irrequieto, negli
ultimi anni abbiamo addirittura avuto un aumento importante di richieste di
buoni uffici, il che sfata il mito che la Svizzera non sarebbe più ricercata».
Cambiano forse i modi?
«Operiamo meno da
soli, perché il mondo è più complesso. Abbiamo buone cooperazioni per esempio
con il Qatar, l’Oman o il Pakistan. In febbraio abbiamo ospitato a Ginevra
colloqui di pace tra Russia e Ucraina. I russi, pur definendoci un Paese
ostile, erano presenti. Le affermazioni della Russia sono comprensibili in una
retorica di guerra; la realtà è più differenziata».
Nel 2024 c’è
stato l’incontro sul Bürgenstock, ma la Russia non era presente. Un fallimento?
«L’intenzione
iniziale era di avere la Russia a bordo. Ma non è stato possibile far sedere
allora Russia e Ucraina allo stesso tavolo. Tuttavia, non è stato un
fallimento, ma una difficoltà tipica della diplomazia, che richiede tenacia e
pazienza. Non tutte le ciambelle escono col buco. Ma il Bürgenstock del 2024 è
stato un passo che ha rafforzato il nostro ruolo nei buoni uffici e nella
disponibilità di mediazione, come dimostrato dall’incontro di Ginevra di
quest’anno».
Si può essere più
utili al mondo con la neutralità attuale rispetto a una neutralità rigida?
«Non è la
neutralità che ci difende dai conflitti armati, è il modo con cui Governo e
Parlamento usano la neutralità per essere utili nel mondo. La realtà è che
siamo rispettati se siamo utili. Se diamo una mano agli altri a togliersi
d’impaccio in certe situazioni, allora ci lasciano tranquilli. È così da
secoli».
Quanta protezione
offre la neutralità?
«Ci sta
proteggendo da 180 anni, per limitarmi alla sola Svizzera moderna fondata nel
1848. Dobbiamo soltanto elevare lo sguardo oltre l’orizzonte temporale di una
vita, guardare indietro di tre secoli e dirci: ok, così male non abbiamo fatto.
Certo, la neutralità da sola non basta. Non sono le sole parole della
Costituzione a dissuadere un aggressore».
Micheline
Calmy-Rey ha detto di temere un responso alle urne troppo negativo perché
incoraggerebbe gli Europa-Nato-turbo. La politica del Governo cambierebbe a
seconda della misura di un eventuale no in votazione?
«Non c’è alcuna
intenzione di aderire all’UE o alla NATO. In ogni caso una tale decisione
richiederebbe un voto popolare a doppia maggioranza (popolo e Cantoni). La
neutralità è da sempre uno strumento prezioso per la pace come per la coesione
nazionale. L’attuale Costituzione ha sempre funzionato bene, perché cambiarla?
Abbiamo vissuto in pace anche durante le guerre mondiali. E dalla pace nascono
prosperità, sicurezza e libertà».
I partiti
contrari parlano di iniziativa pro-Putin, lei concorda?
«I partiti hanno
i loro programmi, i loro vocabolari, le loro campagne di comunicazione, che il
Consiglio federale non commenta».
Come valuta i
tentativi russi che si sono visti anche recentemente di interferire nella
campagna di voto?
«Fintanto che
questo avviene in maniera esplicita e sappiamo chi ha detto cosa, credo che la
nostra popolazione sappia dare a queste affermazioni il giusto peso».
Nel 2022,
l’allora presidente degli Stati Uniti Joe Biden aveva detto che persino la
Svizzera aveva rinunciato alla sua neutralità. Se il 27 settembre vincesse il
no, potrebbe passare lo stesso messaggio.
«Abbiamo 170
rappresentanze nel mondo. Daremo chiare istruzioni ai nostri diplomatici, in
caso di un sì come di un no alle urne - speriamo che sia un no - di informare
adeguatamente gli Stati. Come è sempre il caso quando una decisione ha un
impatto internazionale».
