Il 9 maggio sottotono di Putin, «Un leader sempre più isolato»

«La parata del 9 maggio sarà la più isolata degli ultimi ottant’anni». Andrea Romano insegna Storia della Russia all’Università di Roma Tor Vergata ed è tra gli analisti italiani più attenti alle vicende del grande Paese euroasiatico. Il Corriere del Ticino lo ha interpellato per tracciare un quadro realistico di quanto sta accadendo.
Gli ultimi segnali provenienti da Mosca sono inquietanti: si parla di un Vladimir Putin barricato al Cremlino per paura di un possibile golpe e di una celebrazione del Giorno della Vittoria mai così sottotono. «I segnali sono evidenti - dice Romano - I corrispondenti della stampa estera sono stati tenuti lontani, chi aveva il pass ha ricevuto una telefonata con la quale è stato comunicato il ritiro dell’autorizzazione ad assistere alla sfilata. Pochissime anche le delegazioni straniere, le uniche presenti saranno Serbia, Bielorussia e Malesia insieme all’Abkhazia, uno Stato non riconosciuto. L’immagine è di un potere sempre più isolato».
Sulle voci degli ultimi giorni, secondo cui sarebbe in atto una macchinazione per spodestare Putin attribuita all’ex ministro della Difesa, il generale Sergej Šojgu, «ciascuno fa le proprie ricostruzioni, i propri retroscena - dice ancora Romano - Non valuto la fondatezza o meno di queste voci. Sottolineo, però, come sia reale il grande isolamento, anche politico, di Putin all’interno del gruppo dirigente».
Un isolamento, spiega Romano, che nasce da almeno due fattori. Il primo è la guerra in Ucraina, i cui esiti sono diversi da quelli attesi e annunciati. «Se ne parla sempre meno - dice lo storico - però è chiaro che l’Ucraina ha mostrato di saper uscire dall’angolo nel quale era stata messa, grazie soprattutto alla grande innovazione tecnologica legata alla gestione dei droni e alla capacità diplomatica di tessere alleanze prima irrealistiche: pensiamo a quelle costruite da Volodymyr Zelensky con alcuni Stati del Golfo».
Il secondo fattore è «la scommessa di Putin su Trump: si è rivelata fallimentare, perché Trump è catastrofico da tutti i punti di vista, anche per i russi. Adesso, Putin dovrebbe cambiare strategia rispetto all’Ucraina, ma non lo sta facendo. Non vuole farlo, forse non può farlo. Di conseguenza, nel gruppo dirigente molti si pongono la domanda se Putin stia portando il Paese alla catastrofe. Le dittature spesso cadono non solo per le sconfitte militari, ma anche perché all’interno dei gruppi dirigenti il dittatore viene giudicato ormai inefficace, e chissà che questo non sia lo scenario attuale in Russia».
C’è, poi, anche il problema di una nazione che fatica a sostenere l’economia di guerra, fiaccata da sanzioni internazionali sui cui effetti reali si è discusso e si continua a discutere molto. «Non siamo di fronte al collasso - è l’analisi di Andrea Romano - perché la dittatura putiniana ha la possibilità di attingere a depositi sostanzialmente illimitati sia di materie prime sia di carne umana, se mi è concesso usare quest’espressione volutamente violenta. Sono circa un milione, ormai lo sappiamo, i giovani russi morti o feriti nella guerra in Ucraina. Ciò detto, il 2026 è un anno in cui le finanze pubbliche fanno grandissima fatica. Nel solo primo trimestre, quindi da gennaio a marzo, il deficit ha superato le previsioni per tutto l’anno. La Russia ha già speso più di quanto avrebbe dovuto nei 12 mesi. La crescita, poi, è azzerata, sotto l’1%. È vero che l’aumento dei prezzi del petrolio, legato alla crisi iraniana, porta un po’ di ossigeno alle finanze russe, ma in maniera molto limitata. L’altro giorno, il ministro delle Finanze Anton Siluanov ha detto: “Non facciamo troppo affidamento su questo perché non sappiamo quanto durerà”».
Economia sempre più debole e infrastrutture nel mirino degli ucraini. «La capacità di Kiev di colpire i porti e le raffinerie russe è enorme - sottolinea Romano - Gli ucraini hanno ridotto di circa un terzo la capacità della Russia di estrarre, raffinare ed esportare petrolio».
Indebolimento politico
L’indebolimento è anche politico. «Se guardiamo allo spazio ex sovietico, vediamo che negli ultimi 2-3 anni la Russia ha perso alleanze un tempo solide - dice Romano - Pensiamo all’Armenia e al vertice di Yerevan con i leader europei. Ma pensiamo pure all’Azerbaigian, che non è più l’alleato di una volta del Cremlino. O, ancora, a Paesi come il Kazakistan, che ha deciso da tempo di mollare la Russia e di giocare su più tavoli, o la Moldavia, che ha formalizzato l’uscita dalla Comunità degli Stati Indipendenti (CSI) e ha deciso addirittura di avviare un percorso per l’unificazione con la Romania, per poi entrare nella UE. Europa orientale, Asia centrale, Caucaso sono tre quadranti nei quali, fino a tre anni fa, la Russia poteva contare su alleati che oggi non ci sono più. La politica di Putin è stata terribilmente autolesionistica, ha ridotto le alleanze, ha isolato la Russia e l’ha impoverita».
Opinione pubblica silenziosa
In questo scenario, manca l’atto finale. La ribellione di massa. L’opinione pubblica continua ad apparire silente.
«Un’opinione pubblica così come la intendiamo noi, in Russia, non esiste - spiega Romano - Ma i segnali di insofferenza non mancano. Un istituto demoscopico sottoposto a stretta sorveglianza dello Stato, l’Istituto Levada, nei suoi indici segnala una riduzione costante e significativa del consenso dei russi per la guerra». Guerra che, ne è convinto Romano, «potrebbe presto finire. Ci sono segnali molto chiari in tal senso, provenienti da una parte dell’amministrazione presidenziale e, in particolare, dal suo vicepresidente, Sergej Kirienko, l’uomo a cui Putin affida le partite politiche. Al contrario dei servizi di intelligence (FSB), che vorrebbero radicalizzare il conflitto, Kirienko spingerebbe per la chiusura rapida, magari con una strategia comunicativa funzionale a una narrazione che neghi la sconfitta. Credo che, alla fine dello scontro interno, Kirienko prevarrà. Putin voleva non solo conquistare gran parte dell’Ucraina, ma anche trasformare il Paese in una seconda Bielorussia, uno Stato fantoccio. Tutto questo non avverrà. Ormai è evidente che non avverrà».
