La storia

Il boom delle bibliocabine

Nel 2015 in Ticino ce n'era solo una manciata, ora sono più di 150: merito di un'idea nata in Capriasca, a Ingrado, e di un uomo: Giovanni Casula - «Hanno successo perché sono semplici da realizzare, ecologiche e inclusive»
Giovanni Casula, ideatore del Progetto Bibliocabine, in posa a fianco di quella di Bissone. © CdT / Chiara Zocchetti
Sara Maggetti
22.08.2022 06:00

Oggi quasi tutti conoscono le bibliocabine, ed è un fatto notevole, soprattutto se si considera che nel 2015 in Ticino non ce n’erano. Oggi sono più di 150 ed è stato creato un sito per mapparle tutte. Per capire le ragioni di questa «bibliomania» ci siamo rivolti a Giovanni Casula: è stato proprio lui a dare il là alla trasformazione delle ex cabine telefoniche nel nostro cantone.

Ognuna è diversa
Casula, educatore professionale, attivo da venticinque anni nel sociale, è appunto l’ideatore del Progetto Bibliocabine. Tuttavia, la sua non è un’idea originale, ma affonda le sue radici in Inghilterra. E anche in Ticino qualcosa di simile c’era già. A Breganzona, precisamente. Era il 2010, quando, per mano di Luca Patocchi, da una nicchia postale veniva ricavata la prima bibliocabina cantonale. Casula entra in gioco nel 2013, al suo arrivo in Ticino quale educatore responsabile dei Laboratori riabilitativi del Centro residenziale per alcolisti di Ingrado. Comprende che l’idea di trasformare le vecchie cabine telefoniche può rispondere a numerosi obiettivi educativi, sociali e culturali.

Nel 2015 il progetto prende avvio all’interno del laboratorio Ingrado di Cagiallo, dove gli ospiti del centro, sotto la direzione di Casula, si mettono allora all’opera per dare nuova vita alle cabine: le pitturano esternamente con colori personalizzati, le arricchiscono di scritte plastigrafiche sui vetri, le arredano con del legno riciclato e con dei mosaici decorativi e talvolta collocano anche pannelli solari.

Casula afferma che ogni cabina uscita dai laboratori di Ingrado è diversa e, soprattutto, ha un significato simbolico che quelle non promosse da Ingrado sorte negli anni successivi non hanno: «Ho sempre ritenuto che il poter trasformare artigianalmente e creativamente un oggetto "storico" dall’alto valore simbolico abbia grande valore anche per i miei pazienti, che possono ripensare e trasformare quell’oggetto destinato all’oblio, arricchendolo di nuovi significati e accessori. Similmente, ogni persona può davvero trasformarsi se ha la tenacia e la consapevolezza di voler cambiare, proprio come – metaforicamente – ogni vecchia cabina può trasformarsi in qualcosa di valido e di importante per gli altri. Ritengo questo passaggio come centrale del lavoro riabilitativo».

Crescita e sviluppo
Tutto questo è possibile grazie a Swisscom (partner del progetto) che ha ceduto gratuitamente le sue cabine telefoniche, ormai in disuso. Le prime bibliocabine sorgono in Capriasca, dove il Comune chiede a Ingrado di trasformare tutte quelle presenti sul territorio. Anche dei privati, come l’hotel GuestHouse di Lugano, fanno commissionare al centro di Cagiallo delle bibliocabine.

La «bibliocabinomania» - come la definisce Casula - esplode nel 2017, quando il loro numero aumenta sensibilmente grazie al passaparola creatosi tra i Comuni e le associazioni che le hanno acquistate. Passaparola che ha finito per coinvolgere ulteriori comuni e associazioni, nonché i privati. Il contatto spontaneo tra i vari referenti ha infine portato a immaginare di creare una rete che, partita da 10-12 postazioni a fine 2015, è andata via via crescendo fino a raggiungere le 169 postazioni censite a inizio dello scorso anno.

L’interesse del DECS
A questo punto Casula si è domandato «Perché non ci mappiamo?». Ha allora proposto alla Fondazione Ingrado di finanziare un progetto per censire tutte le bibliopostazioni esistenti in Ticino e per renderle visibili tramite un sito web apposito. Sito che è nel frattempo andato online (https://bibliocabine.ch), mentre Casula ha smesso di seguire così attivamente il progetto, avendo cambiato lavoro. A subentrargli è stato, anche, il Cantone. Il DECS (Dipartimento dell’educazione, della cultura e dello sport), per il tramite dell’Ufficio dell’analisi e del patrimonio culturale digitale, si è infatti mostrato interessato a mappare le bibliocabine. Il censimento ha permesso di identificare le sopracitate 169 installazioni di diversa natura: 124 bibliocabine vere e proprie, 20 bibliobanchi/biblioscaffali, 19 bibliocasette, 2 biblioroulotte e 4 altre esperienze. La massima concentrazione si registra a Lugano e Locarno; rispettivamente con 67 e 44 siti. Casula non esclude che nel frattempo la cifra sia cresciuta ulteriormente.

«Little free library»
Non ci sono solo bibliocabine in Ticino dunque. Ma anche «pregevoli iniziative», come quelle delle «Little free library». Sono cassette, o meglio bucalettere all’americana, che fungono da bibliocabine. Sono sorte in modo molto spontaneo e sono state realizzate per lo più da privati, che le hanno poi messe a disposizione di tutti. Casula cita in particolare quella presente sul sentiero di Gandria, che contiene sole poesie: «La trovo molto suggestiva, perché le poesie possono essere lette mentre si passeggia sul sentiero».

Le ragioni di un successo
Se le bibliocabine stanno spuntando come funghi, è anche perché piacciono alla popolazione. Ma perché andare in una bibliocabina, quando si potrebbe cercare un libro in una biblioteca, sicuramente più fornita della prima? «La bibliocabina è una sorpresa - dice Casula. - È la possibilità per il lettore curioso di farsi intercettare dal libro. In biblioteca avviene il contrario: la persona è già orientata a ricercare un autore o un testo o viene invitato a farlo dal bibliotecario. Nelle bibliocabine il lettore fa l’esperienza del ricercare o di ritrovare un libro senza che vi sia nessuna aspettativa precisa». Che sia questa la ragione del loro successo? Forse, ma non è l’unica: «Il costo della trasformazione di una cabina è relativamente basso (alla portata di un’associazione e sicuramente di un comune minimamente sensibile); ha un’ottima ricaduta sul territorio perché soddisfa una vasta gamma di utenza (famiglie, adulti, bambini, anziani) ed è facilmente gestibile da un bibliovolontario o da un’associazione locale. In generale, è un’iniziativa apprezzata e molto “usata” dai suoi fruitori, sia per i donatori di libri che per chi realmente li preleva o li scambia», conclude Casula.