Il boom dell’IA generativa è senza precedenti

Una velocità di diffusione inedita. L’intelligenza artificiale generativa è un caso unico: tre anni dopo essere stata messa a disposizione in Rete, quasi la metà della popolazione svizzera già dichiara di utilizzarla (il 47%, per la precisione). Perlomeno è quanto emerso dall’inchiesta realizzata per il 2025 dall’Ufficio federale di statistica e pubblicata ieri, con tanto di paragoni con altri Paesi europei. E proprio qui, nel confronto, si trovano i dati forse più interessanti. Infatti, l’UST sottolinea: «Ciò che sorprende maggiormente è che alcuni Paesi meno digitalizzati, come Grecia, Malta o Cipro, figurano tra i maggiori utilizzatori di IA generativa, a testimonianza del profondo cambiamento del panorama digitale provocato dall’arrivo di questa nuova tecnologia». Insomma, se la Svizzera non fa notizia, più inattesi sono i dati registrati altrove, in regioni meno digitalizzate. Lo ricordiamo: l’IA generativa è quel tipo di IA che crea nuovi contenuti originali (testi, immagini, video), partendo da semplici richieste testuali e apprendendo da dati esistenti.

Il successo
Tornando al caso svizzero, se si considera l’intera popolazione, il nostro Paese si colloca «tra i primi tre per l’utilizzo di applicazioni di IA generativa» (dietro Norvegia e Danimarca), ma è «al secondo posto per gli usi a fini professionali». Come si evince dallo studio, naturalmente l’età, il livello di istruzione e le competenze digitali determinano grandi differenze nell’adozione dell’IA generativa. Le persone in formazione e i professionisti in ambiti intellettuali e scientifici ne sono i principali utilizzatori. Su questi aspetti, Andrea Emilio Rizzoli, direttore dell’Istituto Dalle Molle di studi sull’intelligenza artificiale USI-SUPSI, da noi contattato, sottolinea: «Se si diffonde così rapidamente è perché si tratta di una tecnologia molto vicina all’uomo. Perché noi parliamo con queste macchine, parliamo con il nostro linguaggio naturale e abbiamo quindi l’impressione che ci capiscano, forse persino più di altre persone. Queste macchine sono sempre lì, pronte a rispondere a ogni nostra domanda. A questo punto, passa in secondo piano quella che è l’accuratezza delle risposte, ma passano pure in secondo piano altre questioni che sconfinano da una parte con l’etica e dall’altra con il nostro rapporto con l’apprendimento e la costruzione della conoscenza».
I rischi
Se la ricerca mette in luce gli aspetti statistici legati all’utilizzo dell’IA generativa, non parla degli eventuali rischi, del nostro possibile impoverimento culturale. «Se deleghiamo alla macchina anche la sintesi in cinque righe di due pagine di testo, arriveremo ad avere sintesi poverissime di contenuto e a perdere la nostra capacità di creare astrazione dai dati e dalle informazioni che riceviamo attraverso il linguaggio naturale. Di conseguenza, finiamo con l’impoverirci da un punto di vista della nostra abilità di processare ed elaborare informazioni che invece deleghiamo a queste macchine». Abbiamo già sentito, in un’altra occasione, il paragone del professor Rizzoli con l’invenzione dei mezzi di trasporto. Oggi ribadisce: «Il mio paragone preferito è quello con la bici elettrica, che sicuramente mi aiuta a raggiungere alcuni obiettivi, per esempio a salire in cima al Monte Generoso, ma che mi permette comunque di esercitare i muscoli. Differente è raggiungere la vetta, ogni obiettivo, in motocicletta. Il timore è, anche con l’IA generativa, di finire con l’atrofizzare la mente. È comoda, e noi siamo tendenzialmente pigri; senza parlare della scarica di dopamina legata alla ricompensa di una risposta immediata, di una soluzione così veloce come quelle che ci offre l’IA generativa. Tutto è orientato verso questo meccanismo, tutto è basato sull’istantaneità, sull’immediatezza. Trascuriamo così gli obiettivi di lungo termine che richiedono sforzi continuati». Se oggi è, per molti, una novità, quasi un gioco, c’è comunque anche l’aspetto della diffusione di dati e della sicurezza interna. «Le informazioni che noi diamo in pasto alla macchina sono informazioni che cediamo e delle quali perdiamo il controllo. Così come perdiamo il controllo delle immagini dei nostri figli se le mettiamo su Facebook, così perdiamo il controllo di quelle che sono magari le nostre domande più recondite. Ma questo lo facevamo già con i motori di ricerca. Il problema, dal punto di vista dell’utente, non è nuovo. Il problema è invece più importante per chi produce informazioni di qualità, come un giornale, come il Corriere del Ticino, come un autore, come un editore, per chi ha una propria impresa basata sulla creazione di informazioni e viene saccheggiato da questi strumenti. Il problema era già presente con i motori di ricerca ma si è acuito, perché adesso già in cima ai risultati dei motori di ricerca non troviamo più il link all’articolo del Corriere del Ticino, bensì un magnifico ed esaustivo riassunto».
L’alfabetizzazione
Al professor Rizzoli, abbiamo sottoposto anche il passaggio finale delle conclusioni avanzate dall’UST: «Considerando gli elevati tassi di utilizzo tra i giovani e la forte diffusione degli usi professionali in Svizzera, gli impatti economici e sociali dell’IA generativa si preannunciano profondi e le sfide di una trasformazione digitale sostenibile a beneficio di tutti ancora più grandi». Il direttore dell’Istituto Dalle Molle di studi sull’intelligenza artificiale ricorda come accanto alla digitalizzazione serva anche l’alfabetizzazione relativa all’uso di questi strumenti. «Noi, come istituto di ricerca, siamo anche preoccupati dell’impatto sociale, dell’impatto sull’educazione, soprattutto sugli studenti che usano questi strumenti, in modo che l’utilizzo sia arricchente e non corrisponda a un processo di impoverimento. Con il Cantone, stiamo lavorando anche sull’identificazione di quelle che sono le competenze necessarie per gli scolari e gli studenti delle fasce d’età più esposte a questi rischi, proprio perché ci rendiamo conto che sono esposti a un pericolo». Il professore cita anche i potenziali limiti dei Large Language Models (LLM) - i sistemi di IA chiamati a comprendere, elaborare e generare linguaggio umano - secondo l’attuale paradigma. La comunità scientifica ha già avuto modo di sottolineare come essi siano vicini a una saturazione. Tradotto: non diventeranno molto più intelligenti di così. «Un cambio di paradigma potrebbe basarsi sui cosiddetti Modelli del mondo», ovvero rappresentazioni coerenti di come funziona il mondo fisico e sociale, «il mondo nel quale viviamo». «L’uomo impara con pochi dati, pochi esempi, come funzionano le cose, e quindi l’obiettivo dell’IA adesso è replicare proprio questa capacità umana. I Modelli del mondo rappresentano una evoluzione verso un’IA più umana e responsabile». Poi l’etica, come sottolinea il professor Rizzoli, dipenderà comunque dai valori inseriti nella fase di apprendimento.
