Il Circo Knie, toccasana in tempi di troppa realtà

Al terzo anno ad Agno, il Circo Knie non smette di sorprendere. Ogni volta è una scoperta. Mia figlia, prima di entrare nel tendone, mi chiede se ci saranno le acrobate e le ballerine. Io le rispondo che sì, certo, ci saranno. Ma poi, una volta fuori, rientrando verso casa, mi accorgo che queste etichette sono ormai diventate riduttive, di fronte allo spettacolo proposto dal gigante del circo svizzero.
Le acrobazie sono ginniche e sempre più al limite della follia, più vicine al fascino dell'incubo che non a quello del sogno. E parliamo, comunque, di fascino, un fascino indiscutibile. Ma il genio sta proprio nel trovare un equilibrio, pur con ingredienti ogni volta diversi, tra le due dimensioni, quella della paura e quella del godimento. Vale anche per le performance più romanticheggianti e languide, con muscoli in vista, abilità fuori da ogni logica e altezze impressionanti. E vale anche per il clown, in questo caso rappresentato dal ritornante Chistirrin, un giocherellone che risulta come una costante spina nel fianco del pubblico, a sua volta molto divertito.
Nell'evoluzione del Circo Knie, fondamentali sono anche le tecnologie. C'è una sensibilità speciale, in questo senso, nella scelta delle luci e degli elementi scenici, di quella che a tutti gli effetti diventa scenografia mobile e sempre più protagonista. Gli artisti giocano con questi elementi, li sfruttano e li interpretano. E il risultato è spesso un incanto. Basti pensare al numero finale del russo Svyatoslav Rasshivkin, pura poesia acrobatica.

Il numero più atteso, perlomeno dal mio personale punto di vista, è sempre però quello di Ivan Knie. Se due anni fa, con i suoi cavalli, aveva sviluppato un carosello onirico e lo scorso anno un racconto selvaggio, in questo caso si dà al rock. È la musica che fa da sfondo sonoro alla sua esibizione, ma è anche la natura della sua fantasia in movimento, con lui stesso in piedi su due cavalli, a gestire il passaggio, sotto le sue gambe, di una dozzina di altri cavalli. Il tutto con il sorriso e con quell'ironia sorniona che lo caratterizza anche al di fuori del palcoscenico.
Rispetto allo scorso anno, manca tantissimo lo spirito del vero/finto mago Coperlin - fuoriclasse della comicità difficile da dimenticare -, ma ruba comunque lo sguardo anche l'illusionista francese Vincent Vignaud, con intermezzi ad effetto, anche in questo caso molto rock nella scelta dei contenuti e dei look. Inevitabile pensare a Copperfield, che non a caso risulta tra le ispirazioni dichiarate dallo stesso Vignaud.
Detto tutto questo, la cosa bella del Circo Knie sono i volti delle persone all'uscita. Non sono mai gli stessi rispetto a due ore prima. Perché quello sbigottimento, quel mix - come si diceva - di paura e piacere, quella dimensione parallela influenzata dalle illusioni, hanno un valore raro, specie in tempi come questi, caratterizzati da fin troppa realtà.
