L'analisi

Il comando dell'oro mondiale prova a prenderlo la Cina

Lo Shanghai Gold Exchange sta diventando un pilastro strategico del mercato dei preziosi – Pechino rafforza yuan e riserve, influenza i prezzi globali e sfida il dominio di Londra e New York con strategia di accumulo e custodia indipendente
©DAVID SHEN
Gian Luigi Trucco
26.02.2026 06:00

Da tempo la Cina accumula metalli, tecnologici e preziosi e, per quanto riguarda questi ultimi, il recente sviluppo su vasta scala dello Shanghai Gold Exchange (SGE), che tratta anche argento e platino, può essere inquadrato in una strategia complessa: internazionalizzazione finanziaria, sostegno dello yuan/renminbi, minore dipendenza dai valori occidentali, a iniziare dal dollaro USA, e progressiva sfaldatura del duopolio storico di Londra e New York nel settore.

Il Celeste Impero diventa così un attore fondamentale nella formazione dei prezzi dei beni rifugio per eccellenza, istituzionalizzando e sostenendo al contempo la sempre più forte domanda interna. Un ulteriore motivo è fornito oggi dalla geopolitica: in tempi di sanzioni occidentali più o meno arbitrarie, il metallo fisico è più difficile da sequestrare rispetto a conti, valute e altri strumenti inseriti nei flussi finanziari internazionali.

Le pressioni sugli alleati

Pechino incoraggia le nazioni ideologicamente ed economicamente alleate a conservare a Shanghai le proprie riserve auree, attraverso una rete di custodia indipendente dal sistema finanziario occidentale. Peraltro il ruolo della Cina è, per certi versi, naturale, visto che è il maggiore produttore mondiale di oro e al tempo stesso il principale importatore. Sia a livello istituzionale sia privato, l’interesse per oro e argento gode in Cina di una tradizione millenaria, interrotta da limitazioni e divieti e poi rivitalizzata dalla crisi immobiliare, dai bassi rendimenti e ora dalla geopolitica.

Il ruolo dello SGE cresce con i volumi e influenza il prezzo, almeno sui mercati asiatici, al di là del tradizionale fixing di Londra e del COMEX di New York, soprattutto per contratti future e prodotti derivati sull’oro, anche grazie alla progressiva apertura a un numero sempre maggiore di operatori internazionali. Lo SGE tratta metallo fisico in lingotti e monete, così come strumenti finanziari aventi i metalli come sottostante. Va notato che il prezzo nasce comunque dall’incontro tra domanda e offerta di metallo fisico in rapporto 1 a 1: un contratto finanziario da 10 once è garantito da una quantità corrispondente di metallo e la leva finanziaria richiesta è notevolmente inferiore rispetto a quella abituale sui mercati occidentali.

La caratteristica forse più curiosa dello SGE è il «premio», cioè il maggior prezzo rispetto a quello medio trattato in Occidente. Fino al 2023 questo scarto era modesto, dell’ordine dello 0,3%, ma da allora è aumentato fino a valori compresi fra il 2 e il 5%. Quali sono le ragioni di questo divario? Da un lato la fortissima domanda nazionale e regionale; dall’altro il controllo rigido che Pechino esercita su import ed export di metalli preziosi, con la facoltà di imporre limiti e blocchi.

Una rete che sta crescendo

Lo SGE, cui recentemente si è collegata anche la rete finanziaria di Hong Kong, conta ormai centinaia di membri, dalle grandi banche commerciali di vari Paesi ai produttori di metalli preziosi, migliaia di clienti istituzionali e privati e gestisce dodici tipologie di contratti su oro, argento e platino, oltre alle operazioni spot sul fisico, ai contratti a termine e a vari prodotti derivati. Opera inoltre nel mercato del prestito di metalli preziosi, nella custodia e nelle transazioni interbancarie, con un’operatività che si sviluppa sull’arco delle 24 ore.

Pur essendo il possesso di metallo prezioso da sempre fonte di grande attrazione per la popolazione orientale, lo SGE ha lanciato un ETF sull’oro, il Lion Global Gold Fund, che ha registrato un enorme successo, mentre sono allo studio emissioni obbligazionarie legate all’oro e altri prodotti innovativi.

Questa vitalità, che ha portato i volumi a livelli di centinaia di tonnellate di metallo al giorno, unita alla nuova «febbre» e al tipico approccio all’investimento made in China, caratterizzato da basso leverage e margini contenuti per operare a debito, ha fatto storcere il naso a vari commentatori occidentali. Essi hanno paventato rischi di speculazione e volatilità eccessiva, ma si potrebbe obiettare che tali rischi ormai serpeggiano, grazie alla neoglobalizzazione, tanto a Wall Street – dove un’altissima percentuale del trading avviene a debito e tramite sofisticati algoritmi – quanto all’ombra della Grande Muraglia.

Allontanarsi dal dollaro

Quel che è certo è che in Cina soffia un vento che allontana il Paese dal dollaro e dai sistemi finanziari occidentali e che lo SGE è protagonista di questo trend, anche per via della quotazione in renminbi (RMB) per grammo. I segnali sono evidenti: la posizione di Pechino in US Treasury è calata dell’11% in un anno e una recente circolare della People’s Bank of China invita gli istituti a ridurre gli acquisti. La stessa banca centrale ha diminuito nelle proprie riserve la quota di dollari USA, incrementando sensibilmente quella in oro (raggiungendo almeno 2.300 tonnellate), acquistato anche al di fuori dei canali ufficiali, come indica il World Gold Council.

L’Oriente «rosso» si colora dunque di un giallo sempre più brillante, mentre il verde del re dollaro pare scolorirsi sotto le luci di una finanza globale più diversificata e alla ricerca di nuovi equilibri.