«Il Flauto magico, un onirico percorso di iniziazione»

L’opera lirica è da tempo uno dei campi d’azione prediletti del regista luganese Daniele Finzi Pasca che dopo aver calcato, tra gli altri, i palchi del S. Carlo di Napoli (Carmen) della Staatsoper di Amburgo (Les Contes D’Hoffmann),del Teatro Mariinsky di Mosca (Aida) ora è pronto per un’altra grande sfida. Debutta infatti domenica alla Opernhaus di Zurigo la sua versione de Il flauto magico di Mozart diretto musicalmente da Tarmo Peltokoski con l’Orchestra dell’Opera di Zurigo e, tra gli interpreti, Magnus Dietrich, Tobias Kehrer, Regula Mühlemann, Jasmin Delfs e Yannick Debus.
Nonostante la sua lunga esperienza in campo operistico si ha l’impressione che questa sua nuova avventura a Zurigo abbia un fascino tutto particolare, non fosse altro per la comunanza di linguaggi tra l’opera mozartiana e voi. Ci sbagliamo?
«No. In effetti io e la mia troupe erano anni che aspettavamo l’occasione, il posto giusto per mettere in scena una nostra personale versione del Flauto magico. E quando Zurigo si è proposto, mi è sembrato fosse il luogo adatto per farlo. Ci siamo quindi tuffati a capo fitto nell’impresa con il nostro linguaggio che bene può tradurre la visionarietà dell’opera, la cui architettura è molto onirica».
Che lettura scenica avete deciso di dare dell’opera?Rispettosa dell’originale, con gli artifici scenografici che la caratterizzarono al debutto oppure con una visione più moderna?
«In generale quando mi avventuro nel mondo dell’opera lirica mi metto al servizio della partitura e della storia che racconta. Quindi non stravolgo ma cerco di far emergere gli aspetti più sorprendenti della narrazione. In questo caso siamo andati proprio a vedere quale fu la prima edizione e come effettivamente avevano messo in opera delle macchine sceniche molto complesse e fantasiose, proprio per poter immergere il pubblico dentro in linguaggio della sorpresa. Quindi assieme a Ugo Gargiulo e Matteo Vernicchi – con i quali lavoro sul fronte scenografico da tanti anni – e grazie ai costumi di Giovanna Buzzi e alle coreografie di Maria Bonzanigo si è cercato di mantenere intatto questo aspetto onirico, utilizzando macchine sceniche simili alle originali che si svelano e si presentano nella loro semplicità riuscendo tuttavia a creare stupore nel pubblico».
E l’Egitto fantasioso di Mozart e del librettista, come lo avete rappresentato?
«Come un viaggio iniziatico, come nelle loro intenzioni. Ed è stato facile in quanto l’iniziazione ha permeato il nostro lavoro nella compagnia sin dagli inizi. La ricerca del teatro che cura, delle storie che possono curare mi ha portato a viaggiare per oltre quarant’anni, a conoscere sciamani, guide, figure che hanno una coscienza espansa. Persone che riescono a percepire cose del presente, del passato, che riescono a entrare in stati di empatia profonda e a raggiungere un profondo livello di coscienza, indipendentemente da dove provengono: dalla cultura africana, piuttosto che oceanica o dalle grandi steppe dell’est o dall’America Latina. Figure che per raggiungere questi livelli attraversano dei processi di iniziazione. Come un progetto di iniziazione lo attraversa ogni uomo o donna che entra nella fase adulta, ogni guerriero prima di diventare tale, ogni scienziato nel suo percorso formativo: in tutte le culture ogni cambiamento passa attraverso un viaggio. Ecco, il Flauto magico si racconta di un’iniziazione e attorno questo concetto ci siamo mossi, restando fedeli all’essenza di questo processo che a volte è un po’ dimenticato nella società contemporanea. Ovvero che un giovane debba perdersi, affrontare le sue paure per diventare poi qualcosa di diverso. Questo è a mio avviso il centro dell’architettura narrativa molto strana dell’opera che alcuni dicono incomprensibile, ma che se uno la legge con un linguaggio onirico come un viaggio iniziatico, improvvisamente tutto diventa evidente e semplice da percepire. Magari non da comprendere, ma da percepire».
Quanto si sente vicino al Mozart e al librettista Emanuel Schikaneder che hanno composto quest’opera?
«Mi hanno entrambi accompagnato per anni. Mozart, in particolare, mi ha sempre colpito oltre che per la sua musica, per la sua personalità, la sua storia, per la sua bulimia, per quel bisogno di esprimersi di getto con ostinazione e con follia. Non so da dove veniva tutto ciò: da dove derivavano certe sue chiarezze che aveva sin da giovanissimo. Ècome se fosse stato connesso con qualche cosa di speciale. Mi è capitato nella vita di lavorare con degli artisti che hanno questa speciale sensibilità, che sono come delle antenne capaci di connettersi con il presente, con il passato e in alcuni casi anche proprio con il futuro. E lo fanno con semplicità, come se si sintonizzassero per poi sintetizzare, scarabocchiando su un foglio, sulle righe del pentagramma o una tela, possibili scenari futuri in modo sorprendente. Credo che Mozart appartenga evidentemente a queste strane figure connesse con qualche cosa di impercettibile».
Cosa più dirci del cast artistico con cui sta lavorando a questo Flauto magico...
«È una delle cose più belle di questa avventura. Ho avuto la certezza che Zurigo fosse il luogo giusto per affrontare il Flauto magico proprio quando, parlando con il responsabile dell’Opernhaus, ci ha spiegato come stesse cercando non solo delle voci molto cristalline, ma anche un cast giovane . Giovane che in questo caso vuole dire malleabile, pronto ad affrontare quello che in un’opera come questa è cruciale, ossia il coraggio di recitare. Perché le varie parti devono essere anche recitate: un passaggio a volte complesso per un cantante d’opera spesso molto concentrato sull’aspetto musicale, ma non su quello recitativo. E questo è l’aspetto che mi sconcerta del mondo operistico, soprattutto sul fronte dei melomani attentissimi sul minimo ed insignificante dettaglio canoro –e dunque lestissimi a mettere in croce ogni interprete su questo aspetto – e così poco sensibili all’impianto generale dell’opera. Ècome se qualcuno andasse a teatro con un testo di Pinter, pronto a criticare un attore se ha girato una frase o saltato una battuta.... Divagazioni a parte, questo è un cast giovane ma con, in alcuni casi, già tanta esperienza e quindi pronto a dedicarsi alla costruzione dei personaggi attraversando e quel guado che separa il canto dalla recitazione. E di questo sono molto felice».