Il Governo ticinese «auspica» la nomina del vescovo di Lugano

«Anche il Consiglio di Stato auspica che il regime di sede vacante» nella diocesi di Lugano «non si protragga oltre e che sia finalmente designato un vescovo diocesano nel rispetto della convenzione del 24 luglio 1968» sottoscritta dal «Consiglio federale svizzero» e dalla «Santa Sede».
Il Governo ticinese, pur tra mille cautele, prende posizione sulla questione che agita da molto tempo la comunità cattolica del cantone, ovvero la lunga durata dell’amministrazione apostolica affidata a monsignor Alain de Raemy dopo la rinuncia di monsignor Valerio Lazzeri, nell’ottobre di quattro anni fa.
Il parere dell’Esecutivo è contenuto in una breve lettera inviata il 14 ottobre scorso all’avvocato bellinzonese Franco Gianoni e firmata dalla presidente Marina Carobbio Guscetti e dal cancelliere Arnoldo Coduri. Una lettera in cui il Governo risponde a una sollecitazione dello stesso Gianoni sulla mancata (sin qui) applicazione del trattato del 1968: «Sarebbe opportuno che [voi consiglieri di Stato] chiedeste l’intervento» del Dipartimento federale degli Esteri (DFE) e di Ignazio Cassis «affinché la convenzione sia rispettata», scrive l’ex presidente di Banca Stato, già granconsigliere del PPD dal 1975 al 1987.
Difficoltà superabili
Com’è noto, con l’intesa del luglio 1968 Santa Sede e Confederazione decisero «di porre fine allo statuto dell’amministrazione apostolica del Ticino, stabilito» da una precedente convenzione risalente al 1. settembre 1884. In pratica, Stato e Chiesa sancirono di definitivamente «separare le due circoscrizioni ecclesiastiche di Basilea e del Ticino» e di dare all’ordinario di quest’ultimo cantone «il titolo di vescovo della diocesi di Lugano». Non solo: nello stesso testo, al punto 3 del primo articolo fu deciso che il vescovo di Lugano sarebbe stato «nominato dalla Santa Sede e scelto tra i sacerdoti cittadini ticinesi».
Il rispetto di quella scelta, dice oggi l’avvocato Gianoni al Corriere del Ticino, «è una questione che riguarda l’identità cantonale: una questione fondamentale in un Paese federalista». Anche per questo motivo, aggiunge Gianoni, oltre a sollecitare il Governo cantonale «ho inviato le mie osservazioni pure alla Segreteria di Stato vaticana attraverso il cardinale Giovan Battista Re, fino a pochi giorni fa decano del sacro collegio».
Roma non ha ancora risposto. Al contrario del Consiglio di Stato, che - come detto - ha risposto a Gianoni una ventina di giorni fa. «La diocesi di Lugano - si legge nella lettera del Governo - si trova da quattro anni in regime di sede vacante. Certo, il pontefice l’ha dotata di un amministratore apostolico, chiamando a questa funzione monsignor Alain de Raemy, già vescovo ausiliario in altra diocesi» (in realtà, de Raemy mantiene il ruolo di vescovo ausiliare di Losanna, Ginevra e Friburgo, ndr). E «l’amministratore apostolico ha molte prerogative di un vescovo diocesano, ma non tutte, dal momento che quando la sede è vacante, alcuni organismi della diocesi decadono secondo il diritto canonico».
Una situazione, ammette il Governo, foriera di «difficoltà» che «possono essere superate con la nomina di un vescovo» ordinario. Ovviamente, «la Chiesa cattolica apostolica romana ha il diritto di organizzarsi liberamente e il Consiglio di Stato si astiene dall’esercitare un’influenza nella procedura di nomina del vescovo». E tuttavia, «auspica che il regime di sede vacante non si protragga oltre».
La posizione del nunzio
Il 20 ottobre di tre anni fa, in una lettera a de Raemy, l’arcivescovo titolare di Taborenta Martin Krebs, nunzio apostolico in Svizzera, scrisse che l’amministrazione apostolica della «sede vacante et ad nutum Sanctae Sedis» (a disposizione della Santa sede, ndr) non aveva una «scadenza determinata» e che, «fino a nuova decisione» del Papa, la «guida pastorale» sarebbe rimasta affidata allo stesso vescovo ausiliare di Losanna, Ginevra e Friburgo.
Era stato proprio de Raemy a «chiedere chiarimenti su tempi, diritti e doveri dell’amministratore apostolico trascorso il primo anno di servizio nella diocesi di Lugano». L’assenza di un ordinario è infatti particolarmente sentita dalla comunità cattolica ticinese, e nell’intervista concessa al settimanale Catholica lo scorso 10 ottobre, de Raemy ne ha parlato diffusamente: «Questa situazione di attesa prolungata non è un caso unico. È successo e succede in altre diocesi del mondo. D’altronde, anche in Svizzera si aspettano cambiamenti alla guida delle diocesi di Sion e di Coira. Sono fiducioso che il cammino sinora intrapreso getti le basi per un futuro stabile e pieno di speranza».
Alla domanda su un eventuale passo verso la richiesta della cittadinanza ticinese, il vescovo ha tuttavia risposto in modo interlocutorio: «La legge dà la possibilità di richiedere la cittadinanza ticinese e l’attinenza comunale senza perdere quella originaria. Bisogna aver vissuto in Ticino almeno 3 anni, risiedere nel comune di residenza da almeno 2 anni in modo ininterrotto ed essere integrato. La cittadinanza ticinese è uno dei requisiti richiesti per la nomina a vescovo della diocesi di Lugano previsto dalla convenzione del 1968. È una via che rimane aperta».
