Medio Oriente

Il Libano che soffre la guerra mai voluta

Nel sud del Paese la situazione umanitaria si fa sempre più drammatica, tra centinaia di migliaia di sfollati e intere comunità intrappolate nelle aree più calde
© AP/Emilio Morenatti
26.03.2026 20:45

«Una delle preoccupazioni principali, in questa fase, riguarda coloro che restano intrappolati nelle aree evacuate, specialmente nel sud, che è stato in gran parte isolato dal resto del Paese a causa della distruzione delle infrastrutture civili. Le scorte sono estremamente limitate e l’accesso per i team medici e umanitari è molto difficile a causa dell’insicurezza e del rischio di essere colpiti. Queste famiglie stanno affrontando carenze critiche con pochissime possibilità di andarsene o di ricevere assistenza». Racconta così, l’emergenza umanitaria in Libano, Aloma Garcia Grau, rappresentante di WeWorld nel Paese dei cedri. La situazione dei profughi è davvero complicata. Un milione quelli che hanno lasciato le zone, ma tanti quelli che sono rimasti al sud. E questo perché temono di perdere le proprie case, di non poterle più recuperare.

Al sud è dove infuria la battaglia. Israele ha aggiunto un’altra divisione, la sesta, a quelle che già operano sul territorio. Lì dove dal 2006 sarebbe dovuta esserci solo presenza di civili, invece è la roccaforte di Hezbollah che, in barba alle risoluzioni ONU, soprattutto la 1701, si è continuata ad armare. È qui che si concentra il grosso delle truppe di terra israeliane che stanno cercando di creare una zona cuscinetto per permettere ai residenti al nord del Paese ebraico non solo di tornare nelle loro case, ma anche di rimanerci senza problemi. Anche perché sono stati bombardati i ponti sul fiume Litani, che rappresenta il confine sotto il quale secondo la risoluzione dell’ONU, non dovrebbe stare Hezbollah. E, per questo controllo, è stata dispiegata da anni anche la missione ONU Unifil che però ha solo compiti di sorveglianza.

Una fonte militare libanese ufficiale ha dichiarato ad Al Jazeera che l’esercito israeliano è avanzato nella maggior parte delle città di prima linea nel Libano meridionale e sta cercando di spingersi ulteriormente verso le città di seconda linea nei settori centrale e orientale. La fonte ha affermato che questi sviluppi indicano un tentativo di intensificare le operazioni di terra israeliane oltre le zone di confine iniziali.

La battaglia infuria. Israele continua ad attaccare dall’alto postazioni di Hezbollah, uccisi almeno 750 operativi del gruppo con diversi capi, uno anche oggi. Dall’altro canto, gli sciiti libanesi solo oggi hanno lanciato più di cento razzi contro il nord d’Israele. Un civile e due soldati israeliani sono stati uccisi per un razzo a Naharia.

Anche l’Egitto, dopo la Francia, cerca di mediare. Il ministro degli Esteri egiziano Badr Abdelatty ha incontrato il presidente libanese Joseph Aoun a Beirut. Il governo libanese ha preso posizione contro l’Iran, cacciando l’ambasciatore, e per questo Hezbollah (oltre che l’altro partito sciita Amal) non ha voluto partecipare al gabinetto. Il Ministro dell’Industria Joe Issa el-Khoury ha sostenuto la decisione di espellere il diplomatico, ribadendo che la decisione è definitiva e aggiungendo che «nessuno vuole difendere l’Iran». Il ministro della Giustizia Adel Nassar ha criticato il boicottaggio da parte di Amal e di Hezbollah, definendolo ingiustificato data la gravità della situazione attuale. Inoltre, l’esecutivo libanese sarebbe aperto alla concessione di territorio a Israele per la zona cuscinetto in cambio della pace. Ma resta il problema degli sciiti armati. Hezbollah non accenna a limitare le proprie capacità, anche se una tregua nel Paese dei cedri è stata inserita nell’accordo in discussione tra Stati Uniti e Iran in Pakistan.

Contro gli sciiti, si schiera molta popolazione libanese, soprattutto i cristiani, in particolare quelli che abitano al sud, che accusano i primi di aver gettato il Paese in una guerra non voluta. «Abbiamo accolto – dice Sobi, maronita, da Beirut – i profughi sciiti già tre volte negli ultimi anni e loro non solo non ci hanno mai ringraziato, ma ci hanno fatto cadere in nuove guerre. Non credo li ospiteremo più. Anche perchè arrivano sempre donne e bambini e noi non sappiamo gli uomini che cosa stiano facendo. Loro non vogliono il bene del Libano, ma dell’Iran, e questa è una guerra che non ci appartiene».

«Lo sfollamento - spiega Aloma Garcia Grau - rimane massiccio e interessa ormai quasi il 20% della popolazione. WeWorld continua a rispondere con assistenza di base come cibo, materassi e articoli igienici essenziali, sostenendo inoltre la riqualificazione dei rifugi collettivi designati per garantire condizioni di vita minime. Tuttavia, solo il 30% circa degli sfollati soggiorna attualmente in rifugi collettivi. Il restante 70% è distribuito tra comunità ospitanti, edifici incompiuti o sistemazioni informali, il che rende molto più difficile raggiungerli. Ciò è particolarmente preoccupante per i gruppi vulnerabili, inclusi i rifugiati siriani e altre comunità critiche come i lavoratori migranti, che potrebbero essere meno visibili nella risposta umanitaria».

Dopo un mese di escalation, e senza una chiara fine in vista, la situazione sta diventando sempre più preoccupante. Uno dei sentimenti che si sente più spesso dalle persone colpite è la disperazione. «C’è anche una sensazione crescente, che raccogliamo dalle comunità che assistiamo, secondo cui, dato il livello di distruzione in molte aree colpite, il ritorno non sarà possibile nemmeno se le ostilità dovessero cessare domani. Per molte famiglie, questa non è solo una crisi di sfollamento, ma la perdita della casa, della comunità e di ogni senso di certezza sul futuro». C’è anche il problema della scuola per i bambini, visto che oramai è da tempo che non la frequentano.

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