Israele

Il Likud è ancora il primo partito, ma Netanyahu non ha la maggioranza

Secondo gli exit poll diffusi ieri sera alla chiusura delle urne il blocco di centrosinistra guidato da Gadi Eisenkot ha ottenuto tre seggi in più della coalizione uscente di Governo - Exploit delle formazioni arabe che insieme eleggono 17 deputati e diventano così decisive per il futuro esecutivo
Secondo gli exit poll, la coalizione di Gadi Eisenkot ha ottenuto più seggi del blocco di Governo guidato da Benjamin Netanyahu. ©ATEF SAFADI
Dario Campione
27.10.2026 23:00

Israele non volta le spalle a Benjamin Netanyahu, ma ne ridimensiona molto la forza. Secondo i primi exit poll diffusi ieri sera alle 21 alla chiusura dei seggi, la maggioranza degli elettori ha votato per l’opposizione, pur assegnando al partito del premier, il Likud, il numero più alto di seggi: tra 24 e 25, contro i 23-24 di Yashar, il movimento politico di Gadi Eisenkot, leader del blocco di centrosinistra.

Nessuna delle due coalizioni ha una chiara maggioranza senza il sostegno dei partiti arabi, i cui consensi sono cresciuti a livelli storici in queste elezioni. Stando agli exit di Channel 13, il blocco di Netanyahu ha conquistato 25 seggi con il Likud (ne aveva 32 nella scorsa legislatura), 6 con Otzma Yehudit, 7 con Ebraismo Unito della Torah, 6 con Shas e 6 con Sionismo religioso. Amcha Yisrael, invece, non ha superato lo sbarramento, fissato al 3,25% dei voti validi a livello nazionale. In totale, quindi, 50 seggi, 10 in meno rispetto al 2022.

La coalizione di centrosinistra ha invece ottenuto 23 seggi con Yashar, 14 seggi con Insieme, 9 seggi con i Democratici e 7 seggi con IOH. In totale, 53 deputati sui 120 che compongono la Knesset, il Parlamento monocamerale dello Stato ebraico.

Più favorevoli all’opposizione gli exit poll dell’emittente pubblica Kan, secondo la quale il blocco guidato da Eisenkot ottiene 55 seggi contro i 50 della coalizione di Netanyahu.

Notevole, come detto, l’exploit dei partiti arabi - Ràam e Lista Unita - che hanno conquistato rispettivamente 7 e 10 seggi. «Lo sentivamo già sul territorio e avevamo previsto che la Lista Unita avrebbe potuto raggiungere i 10 seggi o anche di più - ha detto a Ynet il presidente della Lista Unita, Yousef Jabarin - Ne avevo parlato anch’io. Riteniamo che i risultati dimostrino che siamo riusciti a raggiungere l’obiettivo: una Lista Unita forte, capace di cambiare e con la nostra intatta capacità di non spezzarci».

Le prime dichiarazioni

A meno di mezz’ora dalla chiusura delle urne, Gadi Eisenkot ha scritto sul suo profilo X di essere pronto a guidare il prossimo Governo israeliano: «I risultati degli exit poll indicano una totale sfiducia nei confronti di Benjamin Netanyahu e del governo del 7 ottobre, sia da parte della maggioranza sionista sia da parte della maggioranza dei cittadini israeliani - ha affermato Eisenkot - Se questi saranno i risultati finali, siamo di fronte a una vittoria per la maggioranza sionista statale in Israele. Agirò subito per realizzare la decisione del popolo, sostituire il Governo Netanyahu e istituire un governo di mobilitazione sionista, il prima possibile».

«Non lasciatevi confondere: il blocco di Netanyahu ha subito una grave sconfitta. Si tratta di un crollo totale; l’opinione pubblica ha detto loro di andare a casa», ha affermato subito dopo, commentando gli exit poll, Yair Lapid, ex premier di Israele e numero due del partito di opposizione Insieme.

Una posizione ovviamente non condivisa dal ministro degli Esteri e deputato del Likud Gideon Sa’ar: «I festeggiamenti della sinistra sono prematuri. L’atteggiamento categorico di certi commentatori di parte è ridicolo. Una cosa appare piuttosto chiara: il Likud è il primo partito in Israele».

Un’intesa difficilissima

L’affermazione del Likud rappresenta sicuramente una sorpresa dopo mesi di sondaggi che mostravano esiti diversi. La mancanza di un vincitore chiaro era tuttavia ampiamente prevista. Entrambi i blocchi si metteranno ora al lavoro per tentare di formare una coalizione. E dovranno necessariamente trovare un’intesa con i partiti arabi. Cosa, sulla carta, impossibile per la destra. E molto difficile per il centrosinistra. Eisenkot ha sempre escluso di entrare in coalizione con i partiti arabi, ma questi hanno indicato che potrebbero sostenere dall’esterno un governo di opposizione di minoranza che si metta alle spalle definitivamente la lunga stagione politica di Netanyahu. «L’alta affluenza alle urne dimostra che la popolazione araba vuole vivere in pace e uguaglianza. Oggi abbiamo aperto una grande finestra per cacciare i fascisti e i razzisti», ha detto Baker Awawdy, candidato alla Knesset della Lista Unita e già direttore della Galilee Society, ong impegnata nella ricerca e nello sviluppo sociale e sanitario per la comunità araba in Israele.

Il premier uscente dovrebbe comunque essere il primo a ottenere l’incarico in quanto leader del partito di maggioranza relativa. Dopo toccherà a Eisenkot. Se nessuno dei due riuscirà nell’impresa, gli israeliani saranno di nuovo chiamati a votare. Potrebbe, quindi, ripetersi lo scenario drammatico della crisi politica del 2019-2022 con i suoi cinque turni elettorali ravvicinati.

In ogni caso, se gli exit saranno alla fine confermati, è chiaro che per Bibi Netanyahu le elezioni di ieri sono state un colpo molto duro. «L’opinione pubblica si è espressa: ha sfiduciato il Governo Netanyahu. Abbiamo ricevuto un’opportunità storica di formare un vero Governo del cambiamento in Israele e non abbiamo alcuna intenzione di lasciarcela sfuggire - ha detto il presidente dei Democratici israeliani Yair Golan - Rappresentiamo una vasta parte della cittadinanza che, per quattro anni, ha lottato nelle piazze, si è iscritta al partito e si è mobilitata sul campo per convincere gli altri. Faremo tutto il possibile affinché un tale Governo venga costituito. Siamo pronti a collaborare con tutti i nostri partner, a colmare le distanze e ad assumerci le nostre responsabilità. Il popolo ha parlato. Ora tocca a noi metterci al lavoro».

Dati storici

Fin dai primi dati sull’affluenza, pubblicati dalla Commissione elettorale centrale dopo due ore dall’apertura delle urne, è emersa l’imponente partecipazione al voto. Con rilevazioni che ogni due ore hanno segnato il superamento del dato del 1981, del 1977, e del 1973, anno in cui la Commissione ha iniziato a registrare i dati. Alla fine, il 77,7% degli israeliani si è recato alle urne, 7,1 punti percentuali in più rispetto al 2022. Altissima soprattutto la presenza ai seggi degli arabi-israeliani, che rappresentano il 18% dell’elettorato del Paese, con le comunità beduine del Negev che hanno fatto registrare una partecipazione più alta che in molte altre cittadine a maggioranza ebraica o ultraortodossa.