«Il lupo? Tante parole, ma le predazioni continuano»

«Se i nostri vecchi hanno eliminato i lupi dalle valli, un motivo c’era. Dobbiamo prenderne atto una volta per tutte: con il lupo non si può convivere. In Ticino si continua a parlare del problema, ma intanto le predazioni continuano».
È nelle parole di Ramona Pongelli, allevatrice ticinese e proprietaria con il marito Igor di un’azienda agricola a Monteceneri, che si concentra tutta la frustrazione di chi, ancora una volta, si trova a fare i conti con una predazione: «Era già successo lo scorso anno, sempre a metà agosto, e l’anno prima». Questa volta, però, il bilancio per la giovane coppia di allevatori è pesante: 9 animali morti, 5 feriti e 11 dispersi, nel frattempo scesi a sette.
L’alpe Foppa, dove ogni estate Igor e Ramona Pongelli caricano gli animali, è impervia «e il gps di cui sono dotate le capre non dà nessuna indicazione». Frustrazione? Tanta. Tantissima. Certo, la solidarietà dei contadini – ci dice – la senti e fa bene. «Purtroppo, però, non abbiamo perso soltanto delle capre. Abbiamo perso anche una parte del nostro lavoro, dei nostri sacrifici e della nostra serenità». La conclusione è secca e non ammette repliche: «Chiediamo di essere ascoltati. E chiediamo che qualcuno ci dica cosa dobbiamo fare prima che accada di nuovo».
«Grande delusione»
Roberta Soldati è presidente dell’associazione protezione territorio dai grandi predatori: «Il sentimento che prevale è di grande delusione e rabbia, ma soprattutto di una mancanza totale di empatia da parte delle autorità. Fa male, fa molto male il silenzio degli uffici competenti». Dietro ogni predazione c’è un’azienda familiare, dice. «Quando chiude un’azienda, tutti si mobilitano e scendono in piazza. Quando succedono queste predazioni, invece, c’è silenzio assoluto». Eppure, si tratta di attività economiche di pari dignità. Roberta Soldati è un fiume in piena: «Al Consiglio di Stato è stata consegnata una petizione con quasi 12.000 firme – «Salviamo gli alpeggi e l’attività alpestre» – che chiedeva un intervento incisivo. Intervento che non è mai arrivato», a fronte di misure previste dalla legge che «si sono dimostrate fallimentari». A livello federale – ricorda Soldati – sono state accolte due mozioni importanti, quelle di Regazzi e di Farinelli, che obbligano il Consiglio federale a stabilire un numero massimo di lupi compatibile con il territorio e con l’attività alpestre (vedi articolo sotto). «Vanno implementate al più presto. In Gran Consiglio è stato accolto un atto parlamentare che obbligava il Consiglio di Stato a fare pressioni su Berna in tal senso. Ci si chiede che cosa stia facendo».
Secondo la presidente, c’è però, un altro aspetto preoccupante: «Le nuove disposizioni dell’Ufficio federale prevedono che, dopo una prima e una seconda predazione, l’alpeggio debba essere scaricato, mettendo così a rischio l’attività casearia. Il risultato è paradossale: «Per evitare lo scarico anticipato, molti allevatori non notificano le predazioni». Per questo motivo, i dati sulle predazioni risultano in calo. «Secondo fonti interne all’associazione, tuttavia, non rispecchiano la realtà sul terreno». Per tutti questi motivi, secondo Soldati, servono misure più incisive anche sul fronte degli abbattimenti reattivi. «È stato costituito un team con i cacciatori, ma nessuno sa se funzioni davvero».
«Problemi irrisolti»
«Questa grave predazione ci ricorda che la questione non è mai stata risolta», premette dal canto suo il segretario cantonale dell’Unione contadini, Sem Genini. «Ci ricorda inoltre che gli abbattimenti non eseguiti lo scorso anno, come nel caso del branco del Carvina, continuano ad avere conseguenze nefaste per i nostri animali da fattoria». Al momento in Ticino risultano nove branchi ufficiali. «Il più recente è stato identificato a inizio agosto. Per il solo branco Lepontino sono stati avvistati cinque cuccioli e quindi si possono ipotizzare circa 50 esemplari in totale». A questi vanno aggiunti i lupi singoli e vaganti. «Quest’anno è verosimile che il numero minimo di lupi sul nostro territorio sarà di almeno 80 esemplari, qualcosa di incredibile e insostenibile». Ma è soprattutto sulle conseguenze della crescita della popolazione di lupi che Genini concentra la sua analisi: «Le attività alpestri ticinesi sono state letteralmente stravolte. Il pascolo libero ha lasciato il posto alla necessità di recintare e sorvegliare costantemente gli animali, con pastori e cani. E anche queste misure non garantiscono di evitare nuove predazioni, poiché il predatore si sta adattando». A confermarlo, secondo Genini, sono anche le fototrappole e gli avvistamenti effettuati da diversi allevatori, che documentano la presenza regolare dei lupi nei pressi delle greggi, delle stalle e anche delle case. Recinzioni e cani sono misure efficaci, ammette Genini, ma solo a determinate condizioni. Il problema è che queste condizioni spesso non si verificano, ad esempio su terreni troppo sassosi o impervi.
«Stato di emergenza»
Anche Genini richiama poi il nuovo Piano di emergenza federale in caso di predazione, adattato e ampliato per il Ticino, che prevede lo scarico anticipato degli alpeggi dopo un primo attacco o delle misure obbligatorie da effettuare subito. Tale piano però, soprattutto per i greggi non proteggibili, una condizione che riguarda più dell’80% degli alpeggi ovi-caprini ticinesi, diventa praticamente inapplicabile. «Un allevatore, dopo un attacco e la perdita di diversi animali, ha dovuto scaricare l’alpeggio e ha persino dovuto lasciare il Ticino con il proprio gregge e trasferirsi nel Canton Glarona, perché in Ticino non era stata trovata un’alternativa».
Secondo Genini, il settore vive ormai in uno stato di emergenza costante: «La strategia per abbattere i lupi e diminuirne il numero nel nostro Cantone si sta delineando solo adesso. Le misure adottate finora – nel 2025 solo 5 dei 20 lupi abbattibili sono stati effettivamente catturati – sono tuttavia insufficienti e l’onere maggiore ricade sempre e solo sulle famiglie contadine. Le loro possibilità di agire e reagire sono estremamente limitate. Le tempistiche per i test del DNA spesso sono lunghe e laboriose, mentre i costi, in termini di ore di lavoro e anche finanziari, sono altissimi e difficilmente sopportabili». Un grande passo avanti, conclude Genini, sarebbe vedere il lupo per quello che è, allontanandosi da posizione meramente ideologiche: «Un grande e feroce predatore intelligente il cui tasso di riproduzione sfiora il 30% ogni anno e la cui presenza crea dei grandi problemi all’agricoltura e a tutta la popolazione».
A Berna qualcosa si muove
Il lupo sta per arrivare a Palazzo federale. Giovedì e venerdì, infatti, la Commissione dell’ambiente, della pianificazione del territorio e dell’energia del Consiglio degli Stati dovrà trattare tre atti parlamentari che riguardano i grandi predatori. La prima mozione, del consigliere nazionale ticinese Alex Farinelli (PLR), chiede di introdurre una «base legale per l’abbattimento regolato dei lupi al superamento di una soglia numerica definita». La proposta è già stata accolta dalla Camera del popolo (117 voti contro 74 e due astensioni) nel corso della sessione speciale dello scorso aprile. In realtà, una mozione identica è già stata accolta tacitamente anche dagli Stati il mese precedente. A presentarla, nella Camera dei Cantoni, era stato il «senatore» ticinese Fabio Regazzi (Centro).
Il modello svedese
Le due mozioni «ticinesi» (presentate nelle due Camere per accorciare i tempi di trattazione) vogliono modificare la legge per permettere l’abbattimento di singoli lupi oppure di branchi al raggiungimento di una determinata soglia. La proposta è ispirata al modello svedese, che mira a ridurre gli effettivi di grandi predatori da 300 a 170 esemplari.
Circa 350 esemplari
In Svizzera (seppur con un’estensione territoriale inferiore) si stimano circa 350 esemplari (ripartiti su oltre quaranta branchi). A quanti lupi si voglia arrivare, tuttavia, non è dato sapere. Spetterà al Consiglio federale, in caso di approvazione definitiva alle Camere, definire i criteri. Per Regazzi e Farinelli, tuttavia, non deve essere un numero massimo a livello nazionale, bensì «determinato in accordo con i Cantoni e tenendo conto delle peculiarità territoriali, ambientali e socio-economiche delle singole regioni».
Il Consiglio federale, dal canto suo, si è detto favorevole alla proposta e invita il Parlamento ad approvare entrambe le mozioni. Si tratterebbe, in realtà, di un cambio di paradigma: al posto di attendere le autorizzazioni (caso per caso) da parte di Berna, in futuro si punta a una gestione molto più proattiva del numero di grandi predatori. «Abbiamo dovuto riconoscere che la crescita è semplicemente troppo rapida per aspettare», ha detto lo scorso marzo il «ministro» dell’Ambiente Albert Rösti.
Pattugliamento delle greggi
La Commissione dell’ambiente dovrà poi occuparsi di un’altra mozione di Regazzi (presentata nel 2023, quando era ancora al Consiglio nazionale e dunque ripresa dal collega di partito Benjamin Roduit). L’atto parlamentare chiede di creare le basi legali per poter adottare «misure attive» e «azioni dissuasive» nei confronti dei lupi in alpeggi o pascoli. Concretamente, si parla della possibilità di «eseguire battute di pattugliamento delle greggi, compreso l’utilizzo di armi a munizione non letale (proiettili di gomma, ndr) per il personale di custodia».
Il Nazionale ha approvato la mozione nel giugno del 2025 (95 a 87 e quattro astenuti), ma il Consiglio federale invita a respingerla: «L’esperienza maturata nei Cantoni nell’impiego di pallini di gomma contro il lupo mostra che queste munizioni sono efficaci solo da una distanza inferiore ai 25 metri. Tuttavia, poiché gli incontri ravvicinati con i lupi sono molto rari, questo metodo di dissuasione non sembra adeguato».
Infine, la Commissione dovrà esprimersi su una mozione della «senatrice» Marianne Maret (Centro/VS) che chiede di rivedere l’esame che attesta l’idoneità dei cani da protezione del bestiame. Per Maret, l’attuale prassi dell’UFAM fa acqua poiché l’idoneità dei cani «è valutata su un terreno a loro completamente estraneo, senza alcun rapporto con il loro abituale ambiente di lavoro». La «senatrice» cita il caso del Vallese: nel 2025, il tasso di riuscita dell’esame d’idoneità dei cani da protezione è stato del 50%. Ma l’87% degli incidenti registrati nello stesso anno nel Cantone è stato causato da cani che avevano superato l’esame dell’UFAM.


