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Tra il 28 febbraio e il 30 giugno, l'operazione Epic Fury sarebbe costata circa 33,4 miliardi di dollari: di questi, ben 22,3 sono stati spesi per le munizioni - TUTTI GLI AGGIORNAMENTI
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20:23
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Il Pentagono ammette: «Carenze nelle scorte strategiche» di munizioni
Teheran gela Trump. Il capo del massimo organo di sicurezza iraniano ha respinto ogni ipotesi di dialogo con gli Stati Uniti dopo che il tycoon aveva detto d'essere «aperto» al dialogo.
«Nessun colloquio finché non saranno soddisfatte le condizioni dell'Iran. Punto!» ha tuonato Mohsen Rezaei, segretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale. Una tegola per il Commander-in-Chief smentito pure in casa e niente di meno che dal Pentagono. La Difesa ha infatti messo nero su bianco in un rapporto che la carenza di munizioni legata alla guerra in Medio Oriente, negata a più riprese dall'amministrazione Usa, esiste.
Il rapporto dell'Ispettore generale del Pentagono stima che tra il 28 febbraio e il 30 giugno, l'operazione Epic Fury sia costata circa 33,4 miliardi di dollari. Di questi, ben 22,3 sono stati spesi per le munizioni, causando «carenze nelle scorte strategiche» e rivelando «colli di bottiglia all'interno delle industrie di rifornimento».
Oltre a danneggiare centinaia di edifici e strutture nelle basi statunitensi nella regione mediorientale e la flotta aerea americana, che ha riportato quattro F-15 distrutti, un F-35 e sette aerei cisterna KC-135 danneggiati oltre a 30 droni d'attacco MQ-9 Reaper mandati in pezzi.
Dal canto suo, Teheran continua a ribadire le stesse condizioni per porre fine alla guerra: lo stop ad ogni aggressione (anche nei confronti di alleati regionali come Hezbollah), il risarcimento dei danni di guerra, la revoca del blocco a Hormuz, oltre a quello delle sanzioni e lo sblocco dei suoi beni congelati all'estero.
Richieste immutate in mesi di stallo diplomatico, in cui anche la Cina cerca di mediare sottotraccia. Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi sarà mercoledì a Pechino per vedere il suo omologo cinese, Wang Yi.
L'incontro precede di poco la visita del presidente cinese Xi Jinping negli Stati Uniti, per il vertice della prossima settimana con Trump. Un summit nella cui agenda dei lavori avranno un posto di rilievo la guerra in Medio Oriente ma soprattutto le interruzioni delle forniture energetiche attraverso lo Stretto di Hormuz.
Intanto tutto il Medio Oriente è in fibrillazione per gli sviluppi yemeniti. La chiusura dello stretto di Bab el-Mandeb avrebbe conseguenze «catastrofiche», ha messo in guardia il Qatar. Anche se gli Houthi continuano a rassicurare che «la navigazione resta sicura», i combattimenti non si placano, con almeno 13 nuovi raid sauditi su Taiz e i ribelli Houthi che per la prima volta hanno fatto scattare l'allarme nel luogo più sacro dell'Islam, La Mecca.
L'uomo forte di Riad, il principe Mohammed bin Salman, è volato al Cairo per parlare col presidente egiziano Abdel Fattah Al Sisi. Insieme i due leader hanno sottolineato il «comune impegno a garantire la libertà e la sicurezza della navigazione marittima a Hormuz, Bab el-Mandeb e nel Mar Rosso».
Nell'ombra si è mosso anche Israele dando, secondo media israeliani, assistenza d'intelligence a Riad attraverso il CentCom americano. L'obiettivo è lo stesso di Washington che avrebbe negato a Riad un sostegno diretto: supportare i sauditi, ma senza farsi coinvolgere direttamente in un altro fronte militare.
Non a caso la scorsa settimana il capo di stato maggiore dell'Idf, generale Eyal Zamir, ha incontrato in Germania i comandanti degli eserciti di diversi Paesi arabi. Sul tavolo la guerra con l'Iran e l'escalation con gli Houthi.
19:49
19:49
I familiari delle vittime dell'attacco del 7 ottobre contro Netanyahu
I familiari delle vittime dell'attacco del 7 ottobre 2023 si sono riuniti oggi a Tel Aviv per presentare un dossier che analizza 15 anni di politica israeliana nei confronti di Hamas, accusando il primo ministro Benyamin Netanyahu e i governi che si sono succeduti di aver perseguito una strategia fallimentare che, in ultima analisi, ha contribuito a rendere possibile il più grave attacco terroristico nella storia di Israele. Lo riferisce Ynet.
Le famiglie hanno inoltre affermato che Netanyahu ha deliberatamente ritardato un'indagine sul massacro.
Le famiglie, che hanno anche denunciato una strumentalizzazione del massacro nella campagna elettorale, hanno presentato il dossier, intitolato «Fascicolo 7/10», una raccolta basata su informazioni pubblicamente disponibili riguardanti la politica israeliana nei confronti di Hamas.
Secondo le famiglie, «le prove contenute nel 'Fascicolo 7/10' dimostrano che il massacro non è stato un evento causato da una singola decisione o da un singolo errore - hanno dichiarato - ma il risultato di anni di politiche che hanno permesso ad Hamas di compiere il più letale attacco terroristico che lo Stato di Israele abbia mai conosciuto».
14:33
14:33
La Lega araba invoca un intervento del Consiglio di sicurezza contro gli Houthi
Il Parlamento arabo, organo legislativo della Lega araba, condanna gli attacchi contro l'Arabia Saudita e afferma che «la sicurezza del Regno è parte integrante della sicurezza nazionale araba». Mohammed bin Ahmed Al-Yamahi, presidente del Parlamento arabo, ha espresso la «ferma condanna» da parte dell'assemblea «per gli attacchi terroristici perpetrati dalla milizia Houthi» contro le città saudite definendoli «una violazione manifesta del diritto internazionale, del diritto internazionale umanitario, della Carta delle Nazioni Unite e delle pertinenti risoluzioni del Consiglio di Sicurezza».
E proprio al Consiglio di Sicurezza si rivolge il parlamento degli stati arabi, chiedendogli di «assumersi le proprie responsabilità e adottare una posizione ferma per porre fine a questi attacchi reiterati e assicurare alla giustizia gli autori e i loro sostenitori, al fine di preservare la sicurezza e la stabilità della regione».
Posizione analoga è stata espressa dal Segretariato generale del Consiglio dei ministri arabi dell'Interno, un organo esecutivo che opera sotto l'egida della Lega Araba con sede a Tunisi.
14:32
14:32
L'appello della Turchia: «Deve essere permesso un transito sicuro da Hormuz»
Il ministro degli Esteri turco, Hakan Fidan, ha lanciato un appello affinché sia permesso l'attraversamento sicuro dello Stretto di Hormuz, chiedendo che cessino gli attacchi nella regione.
«La recente intensificazione degli attacchi reciproci sta seriamente compromettendo gli sforzi di pace. Tali azioni, che alimentano la tensione regionale, devono cessare immediatamente.
Al contempo, è necessario garantire un transito sicuro, ininterrotto e libero attraverso lo Stretto di Hormuz e ripristinare senza indugio lo status quo precedente al conflitto», ha detto Fidan, durante una conferenza stampa congiunta con l'omologo azero Jeyhun Bayramov a Baku.
«La sicurezza, la stabilità e la prosperità dell'Iran influenzano direttamente la nostra regione. A questo proposito, vogliamo che l'attuale conflitto venga risolto diplomaticamente il prima possibile», ha aggiunto il capo della diplomazia di Ankara, come riferisce l'emittente Ntv, sottolineando che la Turchia mantiene «contatti costanti con tutte le parti interessate per risolvere la crisi e garantire pace e sicurezza nella regione».
14:19
14:19
Dall'Arabia un allarme (rientrato) alla Mecca
La protezione civile saudita ha emesso un allarme, avvertendo di un potenziale pericolo alla Mecca, sede del luogo più sacro dell'Islam, per la prima volta durante l'escalation con gli Houthi yemeniti, per poi affermare, pochi minuti dopo, che il pericolo era cessato.
Secondo quanto riportato dalla televisione di stato, i brevi allarmi avevano interessato anche le province di Taif e Jeddah.
08:52
08:52
L'Iran risponde a Trump: «Nessuna trattativa con gli Usa»
Il capo del massimo organo di sicurezza iraniano, Mohsen Rezaei, ha respinto oggi qualsiasi dialogo con gli Usa per porre fine alla guerra, dopo che Donald Trump aveva affermato di essere «aperto» ai colloqui.
«Non lasciatevi distrarre dai segnali contrastanti del presidente americano, che alterna »nessun negoziato« e »siamo pronti a parlare« con l'Iran», ha scritto su X Rezaei, segretario del Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale. «Nessun colloquio finché non saranno soddisfatte le condizioni dell'Iran. Punto!», ha aggiunto in un messaggio in inglese che sembra essere una risposta diretta alle dichiarazioni fatte da Trump lunedì.
Il presidente degli Stati Uniti aveva ribadito la sua «apertura» al dialogo con Teheran. «La nazione iraniana, ormai in declino, vuole raggiungere un accordo, in fretta e con urgenza. Sarò io a decidere se gli Stati Uniti sceglieranno o meno di impegnarsi, un'idea alla quale restiamo aperti», aveva scritto Trump sulla sua piattaforma Truth Social.
Teheran chiede a Washington di porre fine in modo definitivo alla guerra e a ogni aggressione contro l'Iran e i suoi alleati nella regione, incluso Hezbollah in Libano. Il regime iraniano chiede inoltre la revoca del blocco imposto ai suoi porti, un risarcimento completo per i danni di guerra, la revoca delle sanzioni contro la sua economia e lo sblocco incondizionato dei suoi beni congelati all'estero.
08:08
08:08
Il Pentagono smentisce Trump, «carenza munizioni per guerra con Iran»
Il Pentagono ha riconosciuto una carenza di munizioni legata alla guerra con l'Iran, constatazione che l'amministrazione Trump si era in gran parte rifiutata di confermare negli ultimi mesi.
Il rapporto dell'Ispettore Generale del Pentagono stima che tra il 28 febbraio e il 30 giugno, l'Operazione Epic Fury contro l'Iran sia costata circa 33,4 miliardi di dollari, di cui 22,3 miliardi spesi solo per le munizioni utilizzate. «Le spese per munizioni durante l'Operazione Epic Fury hanno causato carenze nelle scorte strategiche e rivelato colli di bottiglia all'interno delle industrie di rifornimento di munizioni», osserva il rapporto.
Il documento, tuttavia, evidenzia le misure adottate dal Dipartimento per accelerare la produzione. Quando a giugno sono emerse notizie di stampa secondo cui gli Stati Uniti stavano razionando l'uso dei propri missili, in particolare degli intercettori, il governo ha negato le affermazioni, con lo stesso presidente Donald Trump che ha affermato che il Paese possedeva «enormi quantità di munizioni». A inizio settembre, Trump scriveva ancora che gli Stati Uniti disponevano di «quantità praticamente illimitate di munizioni».
Secondo la stampa, tuttavia, questa carenza di munizioni ha indotto il presidente ad astenersi dal lanciare ulteriori attacchi su larga scala contro Teheran durante l'estate. Nonostante il massiccio impiego di intercettori, «gli attacchi iraniani hanno danneggiato e distrutto centinaia di edifici e strutture nelle basi statunitensi in Kuwait, Bahrein, Qatar, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita, Iraq, Oman e Giordania», osserva il rapporto del Pentagono.
Il documento, che copre i mesi da aprile a giugno 2026, elenca i danni alla flotta aerea: quattro F-15 distrutti, un F-35 danneggiato, sette aerei cisterna KC-135 danneggiati o distrutti e «fino a 30» droni d'attacco MQ-9 Reaper distrutti, tra le altre cose. Il documento stima che «oltre 50'000» militari statunitensi siano coinvolti nella Guerra del Golfo, iniziata il 28 febbraio con gli attacchi israelo-americani contro l'Iran. Il rapporto afferma che gli attacchi di rappresaglia dell'Iran e dei suoi alleati hanno danneggiato edifici diplomatici in quattro Paesi (Iraq, Kuwait, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti).
06:35
06:35
Riad, 13 civili feriti nei raid Houthi di ieri sul sud dell'Arabia Saudita
Una serie di attacchi condotti ieri dagli Houthi dello Yemen mediante missili balistici e droni ha causato il ferimento di 13 civili nel sud dell'Arabia Saudita. Lo ha annunciato oggi la coalizione militare guidata da Riad contro i ribelli filo-iraniani.
«Lunedì 14 settembre 2026 la milizia ha lanciato attacchi contro obiettivi civili nelle città di Khamis Mushait, Abha e Taif utilizzando diversi missili balistici e droni, provocando ferite da lievi a moderate a tredici civili, oltre a danni a sette abitazioni e due veicoli», ha scritto su X un portavoce della coalizione.
