«Il piano di Donald Trump non sembra essere la vera soluzione di questo lungo conflitto»

«Il piano di pace proposto da Donald Trump è un passo indietro rispetto a quanto accadeva prima del 7 ottobre 2023. Certo, può portare a un rallentamento del genocidio in atto e allo stop delle deportazioni e degli spostamenti forzati dei palestinesi, ma non sembra avere le caratteristiche di un piano a lungo termine».
Giuseppe Acconcia, docente di Geopolitica del Medio Oriente all’Università di Padova, commenta con il Corriere del Ticino il documento in 20 punti presentato l’altro ieri dal presidente degli Stati Uniti. Un tentativo, dice, che «può portare a una pausa nella guerra, ma non pare essere una vera soluzione per il lungo conflitto israelo-palestinese». Secondo Acconcia, in questo momento «molti ambienti, sia dentro l’Autorità Nazionale Palestinese sia a Gaza, chiedono di fermare la guerra perché soltanto ciò può evitare l’espulsione totale della popolazione palestinese da Gaza City. Il piano di Trump potrebbe raggiungere questo obiettivo, come pure pensano i Paesi arabi che unanimemente si sono detti favorevoli, soprattutto dopo le scuse presentate da Benjamin Netanyahu al Qatar. E tuttavia, questo non significa la fine del conflitto, anche perché c’è un punto molto controverso che riguarda lo Stato palestinese. Il piano non ne prevede la nascita. Non solo: Netanyahu si è detto fermamente contrario, così come lo stesso Trump. Non c’è alcun passo avanti da questo punto di vista».
Un altro elemento «molto ambiguo», dice ancora Acconcia, è il cosiddetto Board of Peace, il comitato di tecnocrati che dovrebbe guidare la fase transitoria della Striscia di Gaza. Da molti ambienti palestinesi, e anche in Cisgiordania, è considerato una nuova forma di colonizzazione. Anche la presenza di Tony Blair non piace, perché l’ex premier britannico è associato con il disastro della guerra in Iraq. Va detto che molti Paesi vicini, in particolare la Turchia, si sono espressi a favore della nascita del Board of Peace, quindi è possibile che si arrivi a un accordo anche su questo punto. Ciò però non significa, lo ripeto, che si stiano facendo passi avanti verso la pace». Il fatto che il piano preveda la completa deposizione delle armi da parte di Hamas e l’uscita definitiva dei miliziani dalla Striscia di Gaza, destinata a diventare un’area demilitarizzata, può sembrare «dirimente», prosegue Acconcia.
Ma fino a un certo punto. Rimarrebbero in piedi, infatti, «tutte le cause che innescano il malcontento palestinese: le ingiustizie, i massacri, le deportazioni, lo Stato di apartheid che, ad esempio, c’è in Cisgiordania. Non basta dire che Israele non si annetterà pezzi della Cisgiordania per accontentare un popolo così duramente colpito. Se anche non dovesse esserci più un movimento chiamato Hamas, ce ne sarebbero altri che si nutrono dello stesso malcontento e della stessa ideologia».
Specularmente, il piano di Trump non piace nemmeno alla frangia estrema della destra israeliana, i cui esponenti si sono già espressi contro l’accordo. «Chi vuole l’annullamento completo dei territori palestinesi, con un’occupazione permanente di Gaza e della Cisgiordania, è contrario a qualsiasi tipo di accordo - spiega ancora Acconcia - e non riconosce neppure l’esistenza dei movimenti e dei gruppi che dovrebbero negoziare. Politici come Bezalel Smotrich o Itamar Ben-Gvir puntano a tutt’altro, ovvero al completo controllo della Striscia e dei territori occupati. Peraltro, il piano di Trump non parla di un ritiro dell’esercito israeliano, anzi: su questo aspetto è vago. Inoltre, non parla nemmeno di ritiro israeliano dal corridoio Philadelphi al confine di Rafah con l’Egitto né del completo ritorno delle Agenzie ONU deputate alla distribuzione degli aiuti umanitari. Evidentemente, tutto è ancora incerto. Davvero bisognerà vedere se e come sarà possibile attuare questo piano nella pratica».
