Il Qatar: «Tutti vogliono l'accordo», ma la trattativa resta difficile

I negoziati in corso sono «seri» e «c’è una possibilità di pace in Medioriente, anche oltre la situazione a Gaza. Una possibilità reale». Poco prima delle 18.30, le agenzie di tutto il mondo hanno battuto le parole pronunciate dal presidente Donald Trump alla Casa Bianca mentre riceveva nello Studio Ovale il premier canadese Mark Carney. «Tutti i Paesi sostengono il mio piano, possiamo davvero farcela».
L’ottimismo è una caratteristica peculiare del modo di comunicare di Trump, il quale - soprattutto nella vicenda mediorientale - alterna da mesi ultimatum a reboanti dichiarazioni di imminente svolta. Non c’è dubbio che i 20 punti proposti due settimane fa dallo stesso Trump a Israele e Hamas siano la piattaforma sin qui più concreta emersa in due anni di sanguinosi combattimenti. Ma la convinta determinazione del presidente USA non sembra essere sufficiente. Deve, infatti, fare i conti con interlocutori apparentemente indisponibili ad accettare in toto le condizioni poste sul tavolo.
Richieste e accuse
Il secondo round di colloqui di Sharm el-Sheikh, oggi, è durato alcune ore e si è concluso attorno alle 17 ora di Berna. Ricostruire quanto accaduto non è facile, in particolare perché le uniche fonti sinora disponibili sono quelle arabe. La delegazione israeliana non ha rilasciato alcuna dichiarazione ufficiale e i due inviati statunitensi, Steve Witkoff e Jared Kushner (il genero di Trump) dovrebbero unirsi alla discussione solo oggi, così come ribadito anche dal ministro egiziano degli Esteri, Badr Abdelatty in una conferenza stampa tenuta in occasione dell’incontro con il suo omologo olandese David van Veel.
Secondo Karim Hatem, corrispondente di Cairo News Channel, in questa fase iniziale la trattativa è incentrata su tre punti principali, gli stessi che dovrebbero fare da base a qualsiasi futuro processo negoziale: «la serietà delle parti nell’avviare negoziati reali, visto anche il fallimento dei round precedenti; il meccanismo di attuazione dell’accordo di scambio di prigionieri e detenuti; la discussione sulle mappe del dispiegamento delle forze israeliane all’interno della Striscia di Gaza».
Nel tardo pomeriggio, però, così come riportato dal canale all news di Doha al-Jazeera, Hamas ha dettagliato le proprie richieste, e lo ha fatto attraverso il suo portavoce, Fawzi Barhoum. «Stiamo tentando di superare tutti gli ostacoli per raggiungere un accordo che soddisfi le aspirazioni del nostro popolo a Gaza», ha detto Barhoum, elencando subito dopo le condizioni giudicate «essenziali» dalla milizia islamista: «Un cessate il fuoco permanente e globale; il ritiro completo delle forze israeliane da tutta Gaza; l’ingresso illimitato di aiuti umanitari e di soccorso nella Striscia; il ritorno degli sfollati alle loro case; l’avvio immediato di un processo di ricostruzione completa, supervisionato da un corpo nazionale palestinese di tecnocrati; un accordo equo per lo scambio di prigionieri». Barhoum non ha mancato di accusare il premier israeliano Benjamin Netanyahu di «ostacolare e contrastare» i negoziati, così come aveva «deliberatamente ostacolato tutti i cicli precedenti». Nessun accenno al disarmo di Hamas, giudicato da Israele «necessario».
Il lavoro dei mediatori
Come detto, la risposta ufficiale di Tel Aviv non c’è stata, almeno non per il momento. Il quotidiano Haaretz, questa sera, citava una fonte anonima - un «funzionario israeliano che ha assistito ai colloqui con l’Egitto» - secondo la quale c’è «un cauto progresso nelle discussioni. Ma dobbiamo stare molto attenti».
Va ricordato che i dialoghi di pace a Sharm sono indiretti; Israele e Hamas non si incontrano, ma parlano con i mediatori - Egitto e Qatar - i quali riferiscono di volta in volta a entrambe le parti.
Ed è stato proprio il portavoce del ministero degli Esteri del Qatar, Majed al-Ansari, a fare il punto con al-Jazeera sull’andamento della trattativa. Secondo quanto riferito da al-Ansari, «tutte le parti stanno spingendo per raggiungere un accordo» e almeno «quattro ore di discussioni intense e meticolose sono servite per identificare gli ostacoli all’intesa». Qatar ed Egitto hanno chiesto a «Israele di cessare subito le operazioni militari a Gaza, in conformità con il piano proposto dal presidente Trump per porre fine alla guerra». E hanno confermato la richiesta di Hamas di un «futuro di Gaza nelle sole mani palestinesi». Una richiesta molto distante da quanto proposto da Trump, ovvero la costituzione di una sorta di governo tecnico da lui stesso presieduto. «Nessuna parte esterna deve determinare il destino di Gaza», hanno ripetuto ancora i negoziatori di Hamas, ponendo quindi un ostacolo non facile da superare.
Sempre al-Jazeera ha riportato poi questa era in forma anonima le dichiarazioni di «un alto funzionario di Hamas» secondo cui «la delegazione della milizia islamista ha chiesto di collegare le fasi del rilascio dei prigionieri israeliani alle fasi del ritiro da parte dell’esercito ebraico. Il rilascio dell’ultimo ostaggio israeliano deve coincidere con il ritiro definitivo delle forze di occupazione», ha detto la fonte di al-Jazeera, ribadendo pure «la necessità di ricevere garanzie internazionali per un cessate il fuoco definitivo».
Il viaggio di Leone XIV
Intanto, sempre oggi, il Vaticano ha annunciato che il primo viaggio all’estero di papa Leone XIV sarà in Turchia e in Libano, tra il 27 novembre e il 2 dicembre. Il pontefice, ha detto nella mattinata il portavoce della Sante Sede, Matteo Bruni, «ha accettato l’invito dei capi di Stato e delle autorità ecclesiastiche» dei due Paesi.
L’annuncio del viaggio di Prevost in Medio Oriente è giunto nel giorno in cui Israele ha aspramente criticato il segretario di Stato, Pietro Parolin, per un’intervista rilasciata ai media vaticani nella quale il cardinale aveva esortato a «recuperare il senso della ragione, abbandonare la logica cieca dell’odio e della vendetta, rifiutare la violenza come soluzione» e si era detto «colpito dal conteggio quotidiano dei morti in Palestina, decine, anzi a volte centinaia al giorno, tantissimi bambini la cui unica colpa sembra essere quella di essere nati lì». L’intervista del cardinale Parolin, «sebbene sicuramente ben intenzionata, rischia di minare gli sforzi per porre fine alla guerra a Gaza e contrastare il crescente antisemitismo - ha scritto in una nota stampa l’ambasciata di Israele in Vaticano - Ciò che più preoccupa è l’applicazione del termine “massacro” sia all’attacco genocida di Hamas del 7 ottobre sia al legittimo diritto di Israele all’autodifesa».
