«Il regime di Teheran non ha più consenso, ma la gente non vuole la guerra»

Paola Rivetti insegna Politica e Relazioni internazionali alla School of Law and Government della Dublin City University, in Irlanda, ed è una studiosa del regime degli ayatollah. Nelle settimane scorse, per Laterza, è uscito il suo Storia dell’Iran. Rivoluzione, guerra e resistenza, 1979-2025.
Professoressa Rivetti, che Paese è l’Iran di oggi?
«È un Paese nel quale si incontrano diverse faglie di crisi, non soltanto nazionali. Un Paese attraversato, in questi ultimi mesi e anni, da rivolte che sollevano soprattutto un problema sempre più grande di legittimità del regime, che ha deciso di rispondere con la repressione alle proteste dei cittadini senza aprire spazi di confronto».
Anche la crisi economica ha il suo peso nella situazione attuale.
«Certamente. Se la maggioranza dei cittadini non sostiene più l’attuale forma di governo è anche perché le istituzioni iraniane non riescono più a garantire un livello di vita dignitoso alla popolazione. La crisi è fortissima, ed è dovuta almeno a due fattori: la presenza delle sanzioni internazionali che, tra l’altro, dopo il ciclo di proteste, sono state ulteriormente, aggravate; e la dinamica di mala gestione, la corruzione interna».
Quanto incide, sulla crisi, la pressione esterna? La minaccia, ad esempio, di un intervento armato americano?
«Nella popolazione c’è un’acutissima consapevolezza della gravità del momento e, soprattutto, della possibilità di un attacco militare. I negoziati in corso a Ginevra sono accolti dalla popolazione con posizioni e opinioni molto contrastanti. Da un lato, c’è chi spera che, in qualche modo, si possa trovare un accordo in grado di evitare una guerra. Da un altro lato, però, c’è chi ha pochissima fiducia in queste negoziazioni, essendo convinto che il regime non voglia realmente trattare, ma stia semplicemente tentando di prendere un po’ di tempo prima dell’attacco. Va detto che la sfiducia colpisce anche le controparti. Tutti si ricordano come nel 2018 gli Stati Uniti, tra l’altro anche allora governati da Donald Trump, uscirono dall’accordo sul nucleare raggiunto tre anni prima con grandissimo sostegno e appoggio da parte della popolazione che sperava, effettivamente in un miglioramento delle proprie condizioni economiche».
Gli iraniani hanno paura, ovviamente, della guerra, ma le chiedo se c’è anche chi, in qualche modo, spera che un eventuale conflitto possa portare a un cambio di regime. È credibile o si tratta di una visione sbagliata che abbiamo noi occidentali?
«Da quello che mi viene raccontato, e anche dalle valutazioni che condividono con me le persone che sono in Iran, penso che ci sia una parte minoritaria della popolazione che vede la guerra come l’occasione per il cambio di regime. Dobbiamo però metterci nei panni di un popolo che è veramente in ginocchio, tra sanzioni internazionali che provocano una crisi economica terribile e repressione interna. In questa condizione di grande disperazione, può esserci chi guarda a un possibile “salvatore”. E tuttavia, la grandissima parte della popolazione è assolutamente contro un intervento militare esterno e vorrebbe, piuttosto, un intervento diplomatico che in qualche modo riuscisse a costringere il regime ad allentare la repressione e a dare un po’ di respiro alla gente».
Ma il cambio di regime è davvero possibile? E fino a che punto il Governo iraniano è in grado di andare avanti, con una repressione così violenta?
«La sua è una domanda della quale nessuno conosce la risposta. Sappiamo che c’è stata una durissima repressione, di cui fatichiamo a comprendere la gravità in questo momento a causa di cifre discordanti. Una repressione, però, che sappiamo anche essere stata senza precedenti, di fatto, nella storia del Paese. Nello stesso tempo, vediamo che, nonostante questo, le persone stanno tornando in piazza a protestare. Da una settimana a questa parte, le università sono in rivolta. Quindi, abbiamo assistito a scioperi e proteste per il momento repressi, ma che stanno comunque proseguendo. La questione di fondo, fino a quando cioè il regime riuscirà a reprimere, a tenere la popolazione sotto scacco, resta assolutamente centrale. Purtroppo, allo stato attuale non ci sono grosse defezioni tra le forze dell’ordine, anche se all’interno dell’élite politica cominciano a vedersi crepe, emergono posizioni e visioni differenti su come gestire le domande della società».
Mi sembra di cogliere nella sua riflessione un po’ di pessimismo.
«Tendenzialmente, le popolazioni molto impoverite, stremate dal punto di vista economico, politico e psicologico fanno fatica a immaginare strategie di resistenza e di ribellione. E anche la prospettiva del cambio del regime alla Venezuela credo sia abbastanza improbabile. L’Iran ha una reale capacità di reagire a un attacco. È un Paese sicuramente in difficoltà, come ho detto, ma negli anni ha costruito capacità di contrattacco. L’intervento militare chirurgico, il bombardamento mirato alle infrastrutture, in Iran sono più complicati, molto più difficili. Sappiamo, poi, che la Cina, proprio in queste ore, in questi giorni, sta muovendo alcune infrastrutture militari verso l’Iran».
Ali Khamenei, succeduto a Ruhollah Khomeyni come guida spirituale ormai da tantissimi anni, è in grado di tenere in pugno il Paese o è un uomo ormai isolato che, come tutti coloro i quali detengono il potere da troppo tempo, immagina non di non poterlo o non doverlo mai cedere?
«Per rispondere alla sua domanda bisogna pensare Ali Khamenei non come guida spirituale, ma come guida politica. È vero, la legittimità gli deriva da un titolo religioso. Tuttavia, di fatto, è un capo politico non eletto che controlla grandissima parte delle istituzioni e ha grandissima influenza sul sistema giudiziario e sul Parlamento. È un uomo di potere, quindi, ma - è importante sottolinearlo - non è un uomo solo al potere, come poteva essere ad esempio Muammar Gheddafi in Libia, il capo carismatico che decide tutto. Khamenei si circonda di comitati e organi consultivi con i quali elabora le strategie di politica estera o militare. E poi, controlla in particolar modo i Guardiani della rivoluzione, che sono le forze armate più importanti e più potenti in Iran. Non si tratta di un uomo che vive una solitudine politica, ma di una figura politica che ha tantissima legittimità in gran parte del regime, che infatti lo sostiene».
Ma è vero che Khamenei avrebbe addirittura immaginato di lasciare il proprio posto al figlio, inaugurando una sorta di teocrazia dinastica?
«Khamenei ha perfettamente coscienza della sua età e del suo stato di salute estremamente precario. La questione della successione è quindi importantissima, tanto è vero che ci sono stati, negli anni, numerosi candidati. Si è anche parlato della possibilità, prevista dalla Costituzione, di sostituire la figura singola individuale della guida suprema con un organo collegiale. Una proposta fatta più volte e più volte scartata. Sicuramente, l’indicazione del figlio come suo successore è una cosa particolare, uno scenario fino a oggi mai ventilato. Le istituzioni iraniane si sono sempre vantate di non essersi mai ridotte a un affare di famiglia, in cui solo i familiari beneficiano dal potere. Ma c’è un altro scenario che, forse, sembra essere più probabile: una transizione del potere a un organo collegiale, ma di tipo militare».
