Il rettore dell'USI: «Assumo l'incarico con rispetto e umiltà»

Claudio Bassetti, bellinzonese, 68 anni, sposato e padre di tre figli, è il rettore dell’USI dal 1. settembre scorso. Neurologo, già ordinario a Berna e direttore del Dipartimento di neurologia dell’Inselspital, è stato presidente della European Academy of Neurology e della Società svizzera di neurologia. È membro del Cda dell’EOC e del Consiglio di Fondazione dell’Istituto di ricerca in biomedicina (IRB).
Professor Bassetti, la prima domanda è inevitabile: gli ultimi due rettori dell’USI hanno interrotto il proprio mandato prima della scadenza programmata. Che cosa le ha suggerito, questo, nel momento in cui ha accettato di guidare l’università?
«Due parole: rispetto e umiltà nell’assumere l’incarico. Sono cosciente della complessità nella quale io e l’università ci muoviamo, per cui parto con grande attenzione».
Una complessità che descrive in che modo?
«Su diversi livelli. Parlerei, anzitutto, delle sfide. Globali e locali. Le sfide globali sono le stesse che tutti gli atenei - e le società nel loro insieme - si trovano ad affrontare: sono le crisi economiche, le crisi sociali, le guerre, la democrazia che scende, le crisi ambientali, le sfide legate anche alle aspettative delle nuove generazioni nei confronti dell’educazione e del mondo del lavoro. E anche la domanda: per quale motivo esiste l’università? A che cosa serve? Bisogna davvero chiedersi quale sia la nostra raison d’être. Poi, come ho detto, ci sono le sfide locali: i finanziamenti federali sono in diminuzione dappertutto, e i finanziamenti cantonali sono particolarmente bassi. Dobbiamo pure capire quale sia il valore e quale significato attribuire al terzo mandato. Aver vissuto alcuni anni con una conduzione traballante o comunque in continuo cambiamento, pone domande su come portare avanti tutta l’università».
Capisco che non abbia tutte le risposte pronte, anche perché si è appena insediato, però mi pare di aver intuito che, dal suo punto di vista, l’università debba stare pienamente dentro la società, anche rispondendo alle sollecitazioni che da questa derivano.
«Certo. Uso spesso il termine glocal, che rimanda all’idea di un’università che ha un valore globale - quello legato alla ricerca della verità, del sapere, della conoscenza, che è un valore assoluto - e un valore locale. Noi dobbiamo confrontarci con ciò che accade nel mondo, ma anche far amare questo ateneo sempre di più se vogliamo che poi sia conosciuto e apprezzato. Siamo legati al territorio, con cui ci interfacciamo in molti modi».
Prima diceva che il contributo del cantone è “particolarmente basso”. Pensa di dover aprire un confronto con l’istituzione Cantone per avere più fondi?
«Non lo so. Realisticamente, la situazione finanziaria del Cantone è difficile. Il mio è più un auspicio, un obiettivo. So, però, che o troviamo le maniere per avere altri finanziamenti, per autofinanziarci, o dobbiamo vedere su cosa puntare e su cosa risparmiare. Non ci sono molte alternative».
L’USI ha alzato le rette per gli studenti stranieri portandole a 5.000 franchi al semestre, mentre per i ragazzi svizzeri sono rimaste invariate. Non potendo, probabilmente, ritoccare ulteriormente le rette, quale può essere, secondo lei, il migliore sistema di autofinanziamento?
«Un sistema, chiaramente, è aumentare il numero degli studenti. Non all’infinito, certo, per le dimensioni stesse dell’ateneo e anche perché uno dei fattori chiave del nostro successo è avere un buon rapporto fra numero di studenti e numero di insegnanti. L’altra possibilità è mobilizzare risorse che al momento non sono, forse, sufficientemente sfruttate».
Dopo un matematico, Boas Erez, e un’economista, Luisa Lambertini, il rettore adesso è un medico. Pensa che con la sua nomina si sia voluto dare un indirizzo chiaro, far capire cioè che l’USI punta sull’accrescimento delle facoltà scientifiche e di Medicina, in particolare? Oppure che sia stato soltanto un caso?
«Un caso non direi proprio, visto che il processo di selezione è stato abbastanza impegnativo. Io so ciò che posso offrire: a parte una visione scientifica e una capacità in ambito educativo, che sono comunque due elementi chiave dell’università, sicuramente porto con me una capacità di gestione di grossi sistemi accademici, anche complessi. Ho diretto una facoltà di Medicina molto grande, sono stato per alcuni anni attore in un ospedale universitario nel quale ho avuto una responsabilità dirigenziale e ho lavorato in Svizzera francese, in Svizzera tedesca e negli USA».
Pensa che abbiano scelto lei anche per favorire la realizzazione, in Ticino, di un ospedale universitario?
«Abbiamo l’ambizione di portare avanti un discorso accademico. Tra l’altro, abbiamo appena inaugurato un master in Medicina che va molto bene. Credo che avere un rettore che capisce qualcosa di medicina possa essere stato un fattore per la scelta, ma non credo sia l’elemento più importante».
Qualcuno sottolinea che l’USI, pur essendo ben radicata nel territorio, sia un’università con troppi studenti stranieri e pochi studenti svizzeri e ticinesi. Qual è il suo giudizio?
«Il fatto che l’USI abbia una vocazione internazionale credo vada visto positivamente; abbiamo ragazze e ragazzi che provengono da più di 110 Paesi, dunque che ci sia questa attrattività è sicuramente significativo. Tuttavia, non viviamo soltanto per gli studenti stranieri. Rivolgiamo molta attenzione anche agli studenti elvetici e ticinesi».
Come pensa che sia possibile attirare più studenti svizzeri e ticinesi all’USI?
«Credo che dovremo puntare sempre di più sulla qualità. Uno studente bravo, ambizioso, va dove sa di poter avere la migliore formazione universitaria. Che non è fatta solo di sapere, ma anche dell’ambiente in cui si lavora e si studia».
Pensa di dover cambiare qualcosa nell’offerta formativa? Eliminare qualche corso di laurea o aggiungerne qualcuno di nuovo?
«Sono ancora in una fase di analisi. Però, è evidente che l'università deve adattarsi al cambiamento del mondo, al mutamento delle esigenze collettive. Non sarei sorpreso di vedere, in futuro, qualche nuovo orientamento, o qualche variazione. Vedo l’USI un po’ come una vigna: bisogna potare, innestare, innaffiare, capire cosa veramente poi porta i frutti migliori».
Parliamo del rapporto con il Cda dell’ateneo. È sembrato che i suoi predecessori avessero un rapporto difficile con il Cda. Lei come pensa di interpretare il rapporto tra rettore e consiglio di amministrazione? Pensa che siano ruoli separati, con àmbiti differenti, o ruoli che si devono in qualche modo intersecare?
«Credo che siano ruoli importanti anche se differenti, e che sia necessaria una partnership. Quello che vorrei, e che sicuramente anche il consiglio auspica, è un buon rapporto di sana dialettica. Il rettore deve avere una certa autonomia; un’autonomia che va guadagnata da un lato, e dall’altro sia sospinta anche dalle considerazioni che il consiglio sicuramente farà».
In un’intervista a Le Temps, il suo collega di Losanna, Christophe Champod, ha parlato dell’intelligenza artificiale come di «un rullo compressore che copre tutte le attività dell’università». Lei che cosa pensa rispetto a ciò?
«L’intelligenza artificiale avanza rapidamente, per cui bisogna gestirla, conoscerla, capire anche quali siano i vantaggi di un suo uso appropriato, attento, vigilante. L’intelligenza artificiale non dà ancora il senso della conoscenza, non dà una visione profonda. La persona, l’essere umano, lo scienziato, noi tutti, anche all’interno dell’università, dobbiamo ragionare su ciò che l’intelligenza artificiale ci propone e ci offre, e capire quale sia il nostro ruolo. Io credo nella promozione dell’intelligenza umana che è anche un po’ il nostro compito».
L’intelligenza artificiale può diventare anche “artificiosa” se gli studenti la usano come scorciatoia. Lei pensa che l’università debba immaginare qualche accorgimento particolare per evitare che gli studenti si facciano sostituire dalle macchine?
«È un dato di fatto che ormai gli studenti ne fanno uso, per cui bisogna capire appunto come promuovere l’interazione intelligente, critica, responsabile con l’intelligenza artificiale, ad esempio nell’elaborazione di testi. In un colloquio personale si capisce se quanto è stato scritto è il prodotto di una macchina o della persona che ci sta davanti. E in ogni caso, non è demonizzando l’intelligenza artificiale che la gestiremo meglio».
C’è qualcosa su cui punterà subito e più di altre nel suo nuovo incarico di rettore?
«L’USI ha costruito il proprio successo in parte grazie alle eccellenze che è riuscita a formare o a portare sul territorio. Questo richiede un atteggiamento corrispondente, per cui punterò molto sulle eccellenze: dell’insegnamento e della gestione degli studenti nella ricerca. È un’ambizione che ho, perché penso sia il motivo per cui l’università esiste».
Le faccio un’ultima domanda: qual è la vera motivazione che l’ha spinta a concorrere per il rettorato?
«Il mio motore esistenziale è sempre stata la curiosità. La curiosità di fare e scoprire il nuovo. In questo senso, credo di essere realmente un accademico, perché non mi siedo mai su ciò che è noto. Quindi le dico la curiosità. E poi, il senso di responsabilità. Essendo ticinese, poter fare qualcosa per la mia terra mi riempie d’orgoglio, e anche di motivazione. Reputo di aver avuto molta fortuna e molte occasioni, mi piace pensare di restituirne una parte al mio cantone, alla mia gente».
