«Il sovraffollamento delle carceri impedisce l’accesso ai diritti fondamentali»

Professor Scalia, negli ultimi mesi - e non è una novità - diversi cantoni segnalano carceri oltre la capienza: quali sono le principali cause del sovraffollamento?
«La prima è la “sovraincarcerazione”. È la scelta di incarcerare troppo, di evitare di non perseguire alcuni reati minori o di chiedere la libertà condizionale o pene alternative. Qualcosa, insomma, che è nelle mani di chi giudica. Poi, una seconda causa è legata al codice penale stesso: ci sono troppi reati e, a un certo momento, bisognerebbe accettare di non penalizzare alcuni comportamenti, come fa il Portogallo con il consumo di droga, regolarizzato ma non punito. Ma può valere anche per la detenzione per multe o debiti non pagati. La terza causa è che ci sono periodi di detenzione sempre più lunghi. E quindi, ragionando sul breve periodo, se l’obiettivo è ridurre la popolazione carceraria, dobbiamo per forza avere meno reati, ricorrere meno a pene detentive e accorciare le stesse».
Il sovraffollamento mette a rischio il rispetto dei diritti fondamentali dei detenuti.
«Assolutamente sì. È uno dei problemi più gravi in termini di diritti fondamentali. Basti pensare agli spazi minimi per ogni detenuto, che per legge dovrebbero essere circa sette metri quadrati. Se in una cella, invece di essere in due, si è in tre, è evidente che qualcuno dovrà dormire per terra e che gli spazi individuali si ridurranno ulteriormente. Se ci sono troppi detenuti, diventa più difficile anche accedere ai servizi previsti in termini di sanità, come agli psicologi, oppure banalmente allo sport e alle docce. Quando un penitenziario è studiato per 100 persone, tutte le strutture e tutti i servizi sono studiati per 100 persone. Se si è in 102, già bisogna fare alcune scelte, e lo spazio di manovra per trovare soluzioni rispettose si riduce. L’impatto è a tutti i livelli sul diritto alla salute, alle attività, ma anche ad incontrare la propria famiglia. Il sovraffollamento impedisce l’accesso a tutti questi servizi, a questi diritti».
Quali sono gli effetti più immediati del sovraffollamento sulla salute (penso soprattutto mentale) in carcere?
«A prescindere, molti detenuti già soffrono di problemi psichici o mentali, perché il carcere non permette loro di avere accesso alle cure necessarie. Questo è il primo punto. Ma d’altra parte, il carcere stesso è violento, è difficile da vivere. E quindi più persone ci sono, meno possono sfruttare i sostegni. Perché in realtà l’amministrazione penitenziaria non riesce a gestire così tante persone. Ci sono carceri in cui i detenuti rimangono in cella 23 ore su 24, e quando si rimane per 23 ore tra quattro mura è difficile stare bene».
A suo avviso la Svizzera rispetta gli standard internazionali in materia di detenzione?
«È lecito preoccuparsi. Lo stesso Comitato per la prevenzione della tortura del Consiglio d’Europa ha espresso preoccupazione per le condizioni di detenzione e per le situazioni di sovraffollamento nelle carceri svizzere. La Svizzera, come molti altri Paesi, ha un problema, ma può e deve risolverlo. Non tanto attraverso piani decennali per la costruzione di nuove carceri, di nuovi ospedali psichiatrici chiusi, ma in un modo molto più semplice, agendo sulle scelte di politica penale. Si era agito su questo punto durante la pandemia di COVID, temendo epidemie gravi all’interno delle carceri, e la criminalità non è che fosse aumentata di conseguenza. Poi, certo, ci sono anche cambiamenti strutturali da mettere in pratica, ma questo richiede più tempo, non chissà quanto, ma comunque più tempo».
Carceri sovraffollate = personale ancor più sotto pressione. Diventa insomma un circolo vizioso, è così?
«Certo, tutti soffrono di questa situazione. I detenuti, innanzitutto, ma anche il personale. Non ha senso contrapporre, in questo senso, il personale carcerario e i detenuti, perché tutti vivono in prigione. Certo, poi le guardie tornano a casa a dormire, ma è lì che lavorano, e tutto diventa complicato anche per loro. Perché il sovraffollamento genera tensioni, e i detenuti di colpo devono prendersela con qualcuno e non hanno i giudici di fronte a loro, quindi si arrabbiano con il personale, che a sua volta è chiamato a proteggersi. E così sale la tensione, perché c’è troppa gente e, di conseguenza, meno cura dell’individuo e delle relazioni all’interno del carcere».
