L'intervista

«Immersi in una guerra globale priva di obiettivi strategici»

Fabio Armao, ordinario di Relazioni internazionali all’Università di Torino, spiega perché i conflitti odierni non possono essere paragonati a quelli del passato
Secondo Fabio Armao, leggere e interpretare le guerre con le categorie del Novecento è «impossibile». ©Oleg Petrasiuk
Dario Campione
09.03.2026 19:00

Fabio Armao è ordinario di Relazioni internazionali all’Università di Torino. I suoi ultimi lavori sono Capitalismo di sangue. A chi conviene la guerra (Laterza, 2024) e, con Davide Pellegrino, Distopia americana. L’impatto della presidenza Trump sul sistema politico statunitense (Mimesis, 2025).

Professor Armao, condivide l’affermazione di chi dice che siamo ormai dentro la Terza guerra mondiale?
«Bisogna partire dal presupposto che non tutto quello che sta succedendo si può spiegare sulla base delle categorie novecentesche. Il contesto è nuovo, per cui c’è effettivamente una situazione di guerra globale, ma non mondiale nel senso tradizionale del termine, con le superpotenze schierate e impegnate sul terreno. Una guerra globale che, tuttavia, non è meno dirompente e meno pericolosa, perché c’è il rischio che a un certo punto si arrivi al confronto diretto delle grandi potenze tra loro, diciamo nella versione più novecentesca».

Che tipo di guerre si stanno combattendo, allora?
«La mia impressione è che gli attuali conflitti, compreso quello in Iran, abbiano un contenuto sempre più effimero di politica e di ideologia. E si spieghino, piuttosto, con una logica di tipo clientelare, o meglio di reti clientelari di interessi molto più privatistici. E ciò, secondo me, è confermato ad esempio dalla contraddittorietà dei messaggi lanciati dagli stessi protagonisti. Nella forma più estrema, penso al caso di Donald Trump, il quale per giustificare il conflitto in Iran un giorno dice una cosa e il giorno dopo ne dice un’altra. C’è poi un secondo aspetto che trovo rilevante».

Quale?
«La totale assenza delle masse e dei Parlamenti dai processi che sono alla base dello scoppio delle guerre. Ormai, l’opinione pubblica è completamente bypassata. Pensiamo a quanto accadeva in passato, al dibattito sul nazionalismo ai tempi della Prima guerra mondiale, e al successivo coinvolgimento ideologico. C’era un livello enorme di mobilitazione delle masse. Oggi, le opinioni pubbliche sono completamente ignorate; l’unico ruolo che si trovano a giocare, nei luoghi in cui si combatte, è quello delle vittime».

A proposito dei Parlamenti, viene in mente, pensando agli Stati Uniti, che Trump muove guerra senza più chiedere nemmeno il passaggio congressuale.
«Assolutamente, ma i Parlamenti e le istituzioni rappresentative sono aggirati pure in altre democrazie. E anche questa è una differenza enorme rispetto al secolo scorso: le élite politiche tendono all’autocrazia, pensano di poter fare la guerra liberamente. Un aspetto che accresce la pericolosità delle scelte, dato che una simile concatenazione di eventi può effettivamente degenerare in qualcosa di più grande».

Nel sottotitolo di uno dei suoi ultimi libri lei si chiede: a chi conviene la guerra? Vorrei farle la stessa domanda. Le guerre in corso - in un mondo in cui sembrano essersi dissolte ogni forma di relazioni internazionali e ogni capacità di dialogo - a chi giovano?
«Siamo in un mondo privatizzato, nel quale sembra quasi di assistere a faide più che a guerre; faide in cui, se ci fa caso, l’elemento personalistico diventa predominante, anche proprio nel gioco delle parti. Del resto, c’è un ritorno incredibile della metafora medievale in libri, articoli, saggi: ormai è entrato persino nel linguaggio comune dire che siamo tornati al Medioevo. E io, in realtà, condivido questa interpretazione, anzi: la prenderei persino un po’ più sul serio. Perché quando si vanno a guardare le conseguenze sui territori in cui si combatte, sembra effettivamente di vedere una frammentazione crescente che riporta ai tempi del Medioevo, ovviamente su scala globale. Lei mi chiedeva a chi conviene la guerra».

Sì, esatto.
«Intanto, alle clientele internazionali di cui parlavo prima. E agli autocrati, per i quali in molti casi la guerra è veramente diventata un’arma di distrazione di massa, espressione comune che nasconde un fondo di verità: si combattono molte di queste guerre per risolvere problemi interni o addirittura problemi personali, come nel caso del premier israeliano Benjamin Netanyahu. Per quel che riguarda la dimensione economica, non è soltanto il complesso militare-industriale a ottenere vantaggi. Bisogna ampliare un po’ la prospettiva. Oggi, gli attori che possono trarre profitto dalla proliferazione dei conflitti sono molti di più rispetto al passato. Non c’è soltanto l’industria che produce armamenti, che comunque - con l’uso che si sta facendo adesso di missili, bombe, droni - dovrà reintegrare le scorte e quindi avrà certamente un vantaggio. A guadagnarci sono il settore finanziario-speculativo, i vari contractors, le imprese di logistica. E poi gli attori non statali della violenza: le milizie, soprattutto».

La guerra dovrebbe avere, anche se è difficile utilizzare questa espressione, una propria razionalità. La guerra si muove, cioè, con un obiettivo e con progetti di durata. Ma, in Ucraina, Vladimir Putin ha deciso l’invasione pensando di conquistare Kiev in tre giorni ed è impantanato da quattro anni in un conflitto senza una credibile via d’uscita. E Stati Uniti e Israele hanno scatenato l’inferno in Iran senza apparentemente avere un piano politico, confidando unicamente nella ribellione spontanea degli iraniani. Non le sembra assurdo tutto questo?
«Sono totalmente d’accordo. Non c’è obiettivo. È per questo che parlavo, all’inizio, dell’assenza di politica. Proprio perché manca un disegno strategico, geopolitico. E prevale una logica molto più destrutturata, per cui gli elementi privatistico-clientelari prendono appunto il sopravvento. Con conseguenze tragiche. Come ho detto, le masse sono ridotte al ruolo delle vittime. Ma un’altra componente emerge con drammatica prepotenza: l’urbicidio, cioè il fatto che ormai tutti i conflitti consistono essenzialmente nella distruzione del tessuto urbano, sia esso di Teheran, di Gaza, di Kiev. La devastazione delle città, con tutto quello che implica: ovvero, il disfacimento della socialità, la distruzione dell’idea stessa di politica».

Anche durante la Seconda guerra mondiale, però, molte città furono letteralmente rase al suolo. Con l’atomica, in Giappone, e con le bombe convenzionali in Germania.
«È vero, ma il bombardamento delle città, che comunque non giustifico, rientrava in un piano strategico che prevedeva anche la battaglia campale sui fronti europei e le battaglie navali nel Pacifico. La guerra aveva un contenuto politico, in quel caso di lotta delle democrazie contro i totalitarismi. Oggi, tutte queste componenti sono scomparse. Ciò che diventa costante è il bombardamento a tappeto delle città con l’obiettivo di distruggere qualunque forma di socialità: qualcosa di veramente drammatico, nel modo in cui si manifesta».

Non pensa ci sia, ai nostri giorni, l’illusione che la tecnologia possa eludere la riflessione sul fallimento della civiltà causato dalla guerra?
«L’arma aerea ha sempre creato l’illusione del distacco. Come prima con i bombardieri, così a maggior ragione con i missili e i droni la distanza del bersaglio rischia di rendere chi usa l’arma inconsapevole dei danni che provoca. C’è il rischio che la guerra, per qualcuno, si trasformi in un videogioco. Sicuramente non per chi si becca le bombe in testa. Da questo punto di vista, concordo con quanto detto l’altro giorno dall’arcivescovo di Chicago, il cardinale Blase J. Cupich: trovo veramente osceno l’uso che il presidente Trump sta facendo dei video di bombardamenti con la Macarena in sottofondo e il collage di immagini dal Gladiatore, Top Gun o Transformers. Il messaggio che la Casa Bianca vuole veicolare è che la guerra, ormai, è diventata un videogioco. Ma la realtà, tragica, è un’altra. La tecnologia tende a dare un’immagine di sterilità della guerra. È un abbaglio. È vero che oggi le armi sono incomparabilmente più precise, e che in teoria non sono necessari bombardamenti a tappeto, ma il caso di Gaza City dimostra che le cose non cambiano».

Forse perché in quel caso c’era una volontà distruttiva abbastanza evidente.
«A Gaza si è commesso un urbicidio, proprio perché l’idea era distruggere la città e tutto il suo tessuto sociale».